Storia, memoria, destino: Abbandonare un gatto


Il pluripremiato autore Murakami Haruki si apre al suo pubblico nel libro Abbandonare un gatto, edito in Italia per Einaudi, nella traduzione di Antonietta Pastore, arricchito dalle splendide illustrazioni di Emiliano Ponzi.

 

Cosa ricordo di lui… Molte cose, naturalmente. È ovvio, visto che abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto, tutti i giorni, in una casa piuttosto piccola, da quando sono nato fino a quando sono andato ad abitare per conto mio, a diciott’anni. E, come succede nella maggior parte dei casi tra padre e figlio, abbiamo avuto momenti belli e momenti difficili. Quelli che però mi tornano in mente con più forza, chissà perché, non sono né i primi né i secondi, ma piuttosto episodi banali, che non hanno nulla di straordinario.

Queste sono le parole con cui Murakami ha scelto di iniziare il suo racconto, e allo stesso modo noi iniziamo la nostra recensione.

Abbandonare un gatto non è un romanzo. In verità non può neanche essere totalmente definito “racconto”. Parliamo di una raccolta di ricordi, di spunti di riflessione e soprattutto aneddoti riguardo l’intricata vita di Murakami Chiaki, padre appunto di Haruki: un uomo stoico, appassionato di haiku, dal passato non di certo morbido.

È necessario aver già letto Murakami per apprezzare al meglio quest’opera? Assolutamente no, d’altronde è proprio questo il bello della letteratura! Abbandonare un gatto può anzi essere la lettura ideale per avvicinarsi al famoso autore, essendo questo un libro breve ma molto intenso, ricco di temi che gli sono cari, senza tralasciare qualche cameo dei nostri amici felini.

Per poter descrivere al meglio l’esperienza che è Abbandonare un gatto, potremmo utilizzare un’immagine ricorrente negli scrittori giapponesi: due persone, amici o colleghi, che conversano davanti a del sake in una serata (nel nostro caso) in cui prevalgono un sentimento di nostalgia e il bisogno di “filosofeggiare” sulla vita umana. Una discussione senza dubbio profonda ma non necessariamente pesante, resa anzi piacevole dalla “parlantina” dell’autore, asciutta e diretta - e quindi diversa dal suo solito modo di scrivere, che rasenta l’onirico.

Già dalle prime frasi possiamo percepire una certa tensione che ci accompagnerà per tutta la lettura, tensione derivata dalle forti emozioni con cui Murakami ha messo nero su bianco i suoi ricordi e i suoi pensieri. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte ai temi e alle immagini che ci vengono proposte pagina dopo pagina: il dolore dell’abbandono, la devastazione bellica, le numerose difficoltà che uomini e donne “qualunque” hanno dovuto affrontare per inseguire i propri sogni e obiettivi, o anche solo per arrivare a fine giornata.

Protagonista del testo è, come già detto, Murakami Chiaki. Nato nel 1917, figlio del priore del tempio Anyō-ji, venne ripetutamente costretto a sospendere i propri studi per via di varie casualità e della società militarizzata dominata dall’imperialismo della quale si trovava a far parte. Chiamato nel 1938 a prestare servizio militare in Cina presso quello che verrà ricordato come uno dei reggimenti più sanguinari dell’esercito nipponico, assistette alle atrocità commesse dai suoi commilitoni e ne rimase profondamente segnato nel corpo e nell’animo.

Mio padre, fra le colline di Kyōto, aveva studiato per diventare prete. Studiato con zelo, probabilmente. Ma per un errore burocratico era diventato soldato.

Questa prima esperienza al fronte, tuttavia, non riesce a indebolire la sua passione per la poesia e la sua voglia di studiare. Sfortunatamente, la vita aveva in serbo per lui altre crudeltà: presto scoppia la Seconda Guerra Mondiale, e Chiaki viene richiamato nell’esercito, in una divisione che in poco meno di un anno venne decimata in Birmania.

Murakami Chiaki morirà, tuttavia, molto dopo la fine del conflitto. Per sua “fortuna” almeno questa volta il fato ha voluto risparmiargli altre lotte al fronte (verrà infatti congedato dopo alcuni mesi dalla chiamata), concedendogli poi di vivere una vita tutto sommato pacifica e “normale”.

Anche se il rapporto padre - figlio con Haruki non era - come ci dice l’autore stesso - dei più calorosi, le parole con le quali descrive e racconta il padre ci fanno intuire quanto egli sia stato e rimanga un esempio importante durante il suo percorso di crescita come scrittore e come persona. Potremmo riassumere uno dei messaggi che recepiamo leggendo Abbandonare un gatto in questo modo: la figura genitoriale, nel bene o nel male, costituisce un esempio significativo nella vita di tutti noi, ma capita di accorgersene quando è ormai troppo tardi. E molte nostre domande rimarranno inevitabilmente senza risposta.

Anche se non andavamo d’accordo su tante cose, davanti a lui ormai cosí magro, ho sentito nascere dentro di me la sensazione certa di un legame tra noi, un legame che mi dava forza.

Mascherato dietro le pagine di un memoir, Murakami ci offre uno spaccato della società nipponica sia durante il cosiddetto fascismo giapponese che nel dopoguerra.

Leggiamo del Giappone dove le famiglie erano ancora solite mandare a studiare i figli cadetti lontano da casa già in tenera età (quella costituiva quindi la prima grande prova a cui si veniva sottoposti). Leggiamo di come durante la seconda metà del secolo scorso non era strano avere un matrimonio combinato, di come era assolutamente legale abbandonare un gatto per strada se non si era in grado di prendersene cura. L’autore racconta quindi di un passato abbastanza recente che tuttavia sembra lontano anni luce, fatto di tradizioni, mentalità, persone e idee in rapido cambiamento.

La prima esperienza di Chiaki nell’esercito, poi, ci rimanda a uno dei capitoli più bui della storia del Paese: la campagna per la conquista della Cina e soprattutto il massacro di Nanchino del 1937. Un argomento delicato, che fa rabbrividire chiunque ne venga a conoscenza, ma purtroppo non abbastanza discusso nelle scuole, sia in Giappone che oltreoceano. Un crimine contro l’umanità rimasto in larga parte impunito.

Conoscere il passato per migliorare il futuro, comprendere le sofferenze di chi ci ha preceduto per far sì che non si ripetano per noi e per le generazioni future, trovare la forza di accettare quello che è successo per sorridere alla vita: è questa l’importanza della memoria storica, individuale o collettiva che sia, ed è nostro dovere proteggere il ricordo di un mondo fatto in egual misura di luci e ombre, di innocenza e colpevolezza, nello sforzo di rendere più giusta la realtà in cui viviamo e che lasceremo ai posteri.

Il libro si chiude quindi con una riflessione riguardo agli “eventi”, su come per quanto sia stato doloroso ciò che è accaduto, è proprio perché è successo che la persona “Murakami Haruki” esiste. E allo stesso modo è grazie alla casualità, alle coincidenze che hanno caratterizzato la vita nostra, dei nostri genitori, nonni e avi, che tutti noi siamo qui in questo momento. Che si parli di destino, caso o programma divino non fa alcuna differenza: l’autore è pronto ora ad affrontare con positività e ottimismo lo scorrere del tempo che chiamiamo vita.

Quella di Chiaki è stata un’esistenza basata per gran parte sull’abbandono, e sulla forza grazie alla quale è stato in grado di superare i traumi a esso legati. Usando allora l’esempio di suo padre in primis, Murakami vuole trasmettere un messaggio da non prendere assolutamente alla leggera: siamo umani, tutti uguali ma incredibilmente diversi nell’aspetto e nei sentimenti, proviamo una miriade di emozioni ogni giorno ed è più che normale sentirsi sconfortati e scoraggiati di fronte alle difficoltà. È la nostra capacità di rialzarci, di seguire anche la più piccola delle luci nel buio più profondo a renderci veramente forti, a renderci ciò che siamo ora, e a spronarci per cambiare in meglio il futuro.

 

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