Il capolavoro di Minato Kanae ritrae in maniera inquietante una società che premia il successo a scapito dell’umanità: giovani sospesi tra il desiderio di onnipotenza e il vuoto etico, nati dalle macerie di una famiglia tradizionale ormai incapace di trasmettere il peso morale della responsabilità.
“Sono ben conscio che l’omicidio sia un crimine. Ma non lo sono altrettanto a proposito del fatto che sia da ritenere a tutti i costi un atto malvagio.”(Shūya, Confessioni)
In un ordinario ultimo giorno dell’anno scolastico, il chiacchiericcio degli studenti della 1ºB di una scuola media di provincia viene interrotto dal gelido discorso pronunciato dalla loro insegnante di scienze e responsabile di classe, la professoressa Moriguchi Yūko. Il suo non è solo un addio alla sua classe, ma un più definitivo addio all’insegnamento e alla sua professione. Questa drastica scelta è maturata a causa di un evento straziante e quanto più inquietante. Appena pochi mesi prima, infatti, la figlia di quattro anni di Moriguchi, la piccola Manami, è stata trovata priva di vita nella piscina della scuola e la sua morte è stata archiviata come incidente. Nessuno avrebbe biasimato la professoressa per la sua scelta visto il forte trauma che aveva affrontato, ma la questione affonda le sue radici in un terreno molto più oscuro di quanto non sembri in superficie.
Nel suo discorso, la professoressa decide di alzare il velo di ipocrisia che aveva avvolto la classe da mesi: la morte della figlia, svela Moriguchi, è riconducibile a un omicidio. Senza mai svelare i nomi dei colpevoli – ma rendendoli ben identificabili per il resto dei compagni – si rivolge a loro solo come “studente A e B” iniziando a ricostruire i fatti di quel funesto pomeriggio. Gli occhi dell’intera classe si fissano così su due compagni: Nao e Shūya. Moriguchi mette in chiaro fin da subito che non si rivolgerà alla polizia pur avendo scoperto la verità dei fatti perché sa che, ad ogni modo, la sua piccola Manami non avrebbe la giustizia che merita. Essendo i ragazzi al di sotto dei quattordici anni, infatti, la legge giapponese non prevede l’imputabilità penale. L’insegnante rivela di aver già messo in atto la sua vendetta privata, psicologica ed atroce nei confronti dei colpevoli, contaminando il latte della merenda che diventa così un vettore di terrore.
Dalla fine del suo discorso il romanzo procede con una struttura “corale”, attraverso la quale gli eventi sono narrati da voci diverse che utilizzano strumenti narrativi che spaziano dal diario alle lettere.
Il romanzo ci pone di fronte ad uno dei temi più scottanti della società giapponese contemporanea: la crisi della famiglia e della scuola. Se la violenza dei protagonisti appare come un’esplosione incomprensibile, Minato Kanae smentisce presto questa idea dimostrando come la miccia, in realtà, sia radicata già da anni all’interno delle mura domestiche di famiglie con modelli genitoriali assolutamente opposti tra loro.

Il primo caso che ci viene presentato è quello della famiglia di Nao, emblema della crisi della famiglia tradizionale. La madre è una donna apprensiva ed iperprotettiva, che giustifica il figlio in tutto , facendo ricadere ogni responsabilità sempre su terzi. Al contrario, il padre è completamente assente, forse per vigliaccheria o disinteresse, ma di fatto non pervenuto. La gestione dell’emotività in un’età delicata come i primi anni dell’adolescenza è interamente sulle spalle della madre, che è evidentemente incapace di cogliere e comprendere le sfumature più irrequiete. Chiusa nella sua incapacità di accettare la mediocrità del figlio, lo protegge all’interno di una bolla di giustificazionismo, inevitabilmente destinata a scoppiare dalla sua pressione nell’anelata ricerca di perfezione famigliare. Nella terza “confessione”, il diario della madre di Nao, leggiamo:
“Così come abbiamo fatto mia madre ed io con mio fratello, devo infondergli coraggio, elogiarlo per ogni piccola cosa e non fargli mai mancare il mio affetto. Se ci riuscirò, il mio Nao tornerà ad essere quello di prima… Anzi, no, diventerà un ragazzo addirittura migliore, maturo e pronto ad affrontare la vita.”
L’autrice ci mette di fronte alla crudeltà di un ragazzo incapace di gestire gli insuccessi, ma il suo scopo non è suscitare mero biasimo, vuole anzi far comprendere al suo lettore la pressione che le aspettative sociali hanno sugli individui. La madre di Nao è cresciuta con l’ideale di una famiglia tradizionale perfetta in cui il figlio maschio deve primeggiare ed essere riverito, e nessuno si è premurato di contestare queste convinzioni. Di conseguenza – e a causa soprattutto dell’assenza della figura paterna – la psiche di Nao affronta una profonda crisi, legata alla tensione tra l’incapacità di accettare un fallimento e l‘autoconvinzione di essere all’altezza delle aspettative sociali. Ciò si deve in particolare alla mancanza di strumenti per affrontare la vita e le sue sfide, strumenti che anche la scuola avrebbe dovuto fornire, ma che a sua volta ha peccato nel suo compito fondante di essere una guida per i futuri cittadini.

Dall’altra parte abbiamo un modello di famiglia estremamente disfunzionale, quella di Shūya. La madre del ragazzo è una brillante scienziata che però ha deciso di abbandonare la ricerca in favore della maternità. Cresce così il figlio a sua immagine e somiglianza, spiegandogli teoremi matematici e leggi fisiche piuttosto che raccontargli favole della buonanotte. Tuttavia quella stessa madre che per Shūya era un’eroina, una volta ripresentatasi l’occasione di fare carriera, prima sfoga la sua frustrazione su di lui per poi abbandonarlo.
Se il trauma di Nao nasce da una vicinanza tossica, quello di Shūya al contrario scaturisce da una distanza siderale. Il ragazzo non cerca il male per il gusto di farlo, ma come “segnale di fumo” per attirare l’attenzione di una madre che lo ha amato solo come estensione del proprio genio. La stessa madre che lo ha abbandonato e che ogni notte prima di dormire gli sussurrava dolcemente:
“Shūya, tu sei un bambino molto intelligente. […] Affido a te il compito di realizzare i sogni che non sono riuscita a coronare.”
Attraverso Shūya, Minato Kanae dipinge il ritratto di una gioventù brillante, ma emotivamente mutilata da coloro che dovrebbero aiutarla a risplendere. Shūya non è semplicemente cattivo, ma è un agglomerato di tutte le perversioni sociali legate al riconoscimento del successo. È un bambino a cui non solo la madre, ma chiunque lo circondasse gli ha insegnato che il suo unico valore risiede nell’intelletto, portandolo a sviluppare un senso di superiorità profondamente malato e disturbante verso il mondo. Per Shūya, l’omicidio non è un atto di rabbia, ma un esperimento scientifico estremo, una frenetica richiesta di attenzioni lanciata verso una madre lontana. Il suo desiderio di finire sui giornali, di vedere il proprio nome celebrato (anche se per un crimine), è l’ultima, disperata ricerca di riconoscimento.
“Volevo solo che lei mi guardasse. Volevo che il mondo intero sapesse che esistevo, perché se il mondo mi avesse notato, allora anche lei avrebbe dovuto farlo. Non importava se il rumore che facevo era quello di un’esplosione o di un pianto: l’importante era che il silenzio finisse.”

In ultima analisi, come ci suggerisce il titolo stesso “Confessioni” e la sua modalità narrativa, la critica è molto più ampia del singolo caso. Sebbene ogni personaggio metta a nudo i propri peccati, la confessione e critica più assordante è quella esposta dall’autrice stessa tra le righe del romanzo: è la confessione di una società intera che, guardatasi allo specchio, ammette a sé stessa di aver creato dei mostri. Mostri nati per distrazione, per cieco eccesso d’amore o d’ambizione, nati dal mancato insegnamento dell’empatia. È il rumore di qualcosa che si rompe e non è solo una vita innocente spezzata, ma quello di un patto sociale tradito. Questo romanzo ci lascia un interrogativo scomodo, ma che è necessario porsi: in un mondo pregno di possibili fallimenti, colpevoli che restano impuniti ed ampio spazio di vendetta privata, quanto è profondo l’abisso che siamo disposti ad accettare prima di cambiare le cose?



