Tōkyō Express: quando la morte arriva in orario


Adelphi riporta nelle librerie Tōkyō Express (Ten to sen 点と線), giallo di Matsumoto Seichō, nella traduzione dal giapponese di Gala Maria Follaco.
“Le persone tendono ad agire sulla base di idee preconcette, a passare oltre dando troppe cose per scontate”. Questo è l’avvertimento che vuole comunicarci il libro, avvertimento ancora più pericoloso perché arriva da un ambiente dove nulla dovrebbe essere dato per scontato: la polizia.

E così abbiamo finito per fare il gioco del nemico
Basta scorrere i titoli dei capitoli del libro per essere trascinati nel mondo dei protagonisti, fatto di un susseguirsi ciclico di dubbi e indagini. A I testimoni si succede I corpi dei due amanti, e il crimine viene finalmente svelato: un doppio suicidio sulla spiaggia. Ma si può davvero parlare di crimine se non esiste un colpevole?
“I suicidi di coppia ci sono sempre stati, fin dall’antichità. Migliaia, decine di migliaia di amanti si sono tolti la vita così.” Eppure qualcosa non convince l’ispettore Torigai Jūtarō, che decide di indagare nonostante le beffe dei suoi collaboratori.

Il primo dubbio
Seichō guida il lettore all’interno dell’opera, istruendolo sui dettagli da notare e su cui focalizzarsi, fornendogli gli stessi indizi che sono nelle mani degli ispettori e spingendolo così a ragionare insieme a loro, semplificandogli perfino le spiegazioni o ripetendo più volte le informazioni.
Già dal titolo del primo capitolo, I testimoni, sappiamo infatti che sta per accadere un crimine, e di nuovo, alla stazione di polizia, solo l’ispettore Torigai godrà di una descrizione: lo scrittore ci consiglia e ci costringe, a seconda dei casi, a indirizzare lo sguardo dove vuole.
La descrizione dei corpi dei due amanti è lunga, dettagliata, precisa; come a suggerire al lettore che ci sia qualcosa di importante da notare, qualcosa che non deve assolutamente sfuggirgli.
Presto però un nuovo personaggio viene introdotto, e la narrazione si sposta di nuovo. I testimoni a Tōkyō, l’ispettore a Kashii (dove vengono trovati i due corpi), e infine Mihara Kiichi della seconda sezione investigativa di Tōkyō: tutti i luoghi e personaggi sono ora sotto gli occhi del lettore; le indagini possono finalmente iniziare.

Un paesaggio fatto di numeri
Il titolo della prima edizione italiana dell’opera, La morte è in orario, pubblicata in traduzione dall’inglese per i tipi de Il Giallo Mondadori, contiene un immediato e chiaro rimando al tema centrale dell’opera: gli orari dei treni.
Il mistero che avvolge le vite dei due amanti sembra infatti essere fondato sugli orari delle linee ferroviarie che attraversano l’intero Giappone, il che induce l’ispettore Mihara a compiere un tour frenetico del Paese. Dall’isola del Kyūshū fino al lontano Hokkaidō, tutti i mezzi citati, con i rispettivi orari e linee, corrispondono a quelli effettivamente in vigore nel 1958, trentaduesimo anno dell’era Shōwa.

Da quel momento, il mondo degli orari ha continuato ad alimentare la mia immaginazione. Guardo l’orologio. è l’una e trentasei del pomeriggio. Scorro le pagine dell’orario in cerca di una stazione che porti i numeri 13:36. [...] E così, nel mio letto [...] vedo, in un solo istante, i treni fermi dell’intero paese.”

Le parole di Yasuda Ryōko, costretta a letto da una malattia, sembrano rivolte direttamente al lettore: ad aiutarla a passare il tempo non sono i libri di narrativa, come quello che stiamo sfogliando in quell’istante, ma gli orari dei treni. E’ un ammonimento al pubblico, per dimostrargli che una cosa banale come le linee ferroviarie può essere più interessante di tanti insulsi romanzi.
Matsumoto Seichō apre la strada al giallo come critica sociale. Esponente dello shakaiha (scuola sociale 社会派), corrente del dopoguerra, il suo scopo letterario era quello di denunciare le problematiche che segnavano all’epoca la società e il Paese; chiaro esempio è il caso di corruzione discusso in questo romanzo.  

Il rapporto di Mihara Kiichi
Ed è da uno scambio epistolare tra i due ispettori che scopriamo come si concludono le indagini. L’autore infatti non ci guida tra i ragionamenti finali, ma tronca inaspettatamente ogni rapporto: ci ritroviamo nei panni di Torigai, che dopo mesi di silenzio viene aggiornato dalla lettera di Mihara.
Un finale distaccato, anticlimatico, ma non per questo meno coinvolgente. Con la razionalità e precisione tipici solo dei mezzi di trasporto giapponesi, ogni inganno non può che cadere. Basta solo prestare attenzione.

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