Sei quattro, un bureaucracy thriller alla giapponese

 

Sei quattro è il sesto romanzo dello scrittore giapponese Hideo Yokoyama, ma è sicuramente il più popolare dell’autore in quanto non solo segna l’inizio di un nuovo genere letterario, il bureaucracy thriller, ma è anche stato considerato un vero e proprio caso editoriale.

Il romanzo è una crime-story molto diversa rispetto a quelle a cui siamo abituati, e questo è forse uno dei motivi principali per cui ha riscosso tanto successo. Attraverso il format tipico del giallo, vuole infatti raccontare e denunciare alcuni aspetti della società giapponese odierna e delle sue istituzioni.

Il romanzo inizia in medias res: il protagonista Mikami Yoshinobu e sua moglie sono chiamati per identificare il corpo di una giovane ragazza che potrebbe essere la loro figlia Ayumi, scomparsa solo qualche mese prima in seguito a una violenta lite col padre. Alla struggente angoscia dei genitori nell’incertezza di non sapere se Ayumi sia viva o morta, si aggiunge la preoccupazione, qualora dovesse essere viva, per la sua condizione. La ragazza soffre infatti di una vera e propria patologia che l’ha portata a una sorta di reclusione e isolamento dal mondo: Ayumi si vede brutta, tanto brutta da impedire perfino ai genitori di guardarla e da colpirsi il viso da sola in maniera ossessiva. Tuttavia il corpo che i genitori sono chiamati a identificare non è quello della figlia.

Una volta tornato al lavoro, Mikami, capo dell’ufficio stampa della polizia di D., è costretto a scontrarsi molto duramente con la stampa perché la polizia ha deciso di tacere il nome del responsabile che, attraverso un un’infrazione stradale, ha fatto andare in coma un anziano. Il motivo di questa scelta è dovuto al fatto che la donna che ha commesso l’infrazione era incinta e la polizia non pensava fosse opportuno sottoporla allo shock di leggere il suo nome sui giornali, per il bene del bambino. Tutto questo mistero però viene interpretato dalla stampa come un tentativo di proteggere qualcuno o insabbiare qualcosa. Sebbene non si tratti di un episodio strettamente funzionale alla trama, è comunque importante citarlo perché anticipa quelle che saranno le dinamiche dei tanti scontri tra la polizia e l’ufficio stampa, e rispecchia perfettamente un discorso che durerà per tutta la narrazione: l’indecisione di Mikami, che non sa se arrendersi alla fortissima etica del lavoro tipica della società giapponese o agire secondo i suoi valori e la sua morale.

Una settimana dopo circa, il prefetto arriva al distretto chiedendo un’ispezione sul caso chiamato in codice “Sei quattro”. Il caso in questione risale a quattordici anni prima e riguarda l’uccisione di una bambina rapita nonostante il riscatto fosse stato pagato dalla famiglia. Il colpevole non è mai stato preso e la mancata chiusura del caso costituisce una gravissima inadempienza. Tuttavia la vera ragione per cui il capo della polizia vuole riaprire il caso è legata a motivi strettamente politici: riportando alla ribalta il “Sei quattro” spera infatti di rafforzare la sua posizione e il suo prestigio. È Mikami che si deve occupare della gestione della situazione in un momento per lui estremamente delicato, ed è proprio per questo che il protagonista si riappassiona tanto al caso. La volontà di scoprire finalmente la verità si scontra però duramente con la tenacia di alcuni suoi colleghi che sembrano voler proteggere qualche oscuro segreto.

Il romanzo è un susseguirsi continuo di intrighi, depistaggi, indagini e lotte di potere che costringono continuamente il nostro protagonista a confrontarsi con l’ambiente esterno ma anche con se stesso. Mikami è un personaggio stanco e provato dalla vita ma molto riflessivo, non smette mai infatti di interrogarsi sull’amore, la memoria, il lutto, i legami, ciò che è giusto e sbagliato. Quello che scopre durante il suo percorso non farà altro che far crescere il suo senso di inadeguatezza, ancora più opprimente per la posizione che ricopre all’interno della polizia e per la perdita progressiva di fiducia nel sistema, un sistema molto spesso corrotto, dove i rapporti gerarchici sul luogo di lavoro sono rigidi fino all’esasperazione e la paura di arrecare vergogna ai superiori è intesa come una gravissima forma di disonore.

Sei quattro è un romanzo molto lungo, dove anche gli aspetti più “tecnici” e burocratici sono estremamente dettagliati, tanto da renderlo un po’ pesante, soprattutto nelle prime cento pagine. Una volta abituati a questo tipo di narrazione, dove ogni parola è scelta con maniacale cura e la struttura a incastro fa sì che ogni descrizione, ogni vicenda, ogni dialogo, abbia una precisissima funzione, la tensione narrativa è tale da annullare la pesantezza del testo e far sì che il lettore si concentri solo sulla trama e sulla conclusione di  tutta la complicata vicenda.

Sicuramente una lettura impegnativa, ma l’intensità e l’attenzione per l’introspezione del protagonista la rendono di gran lunga più interessante di quella del solito romanzo giallo. Il risvolto finale inoltre, costituisce un vero e proprio colpo di scena che merita di essere gustato.

 

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