Sette racconti di fantascienza in cui Suzuki Izumi ci proietta in un futuro che si presenta già esaurito. Corpi regolati, identità instabili e tecnologie invasive disegnano società immobili, dove la distopia assume la forma del quotidiano.
«Io sono schiava delle mode, sono priva soggettività: voglio provare tutto ciò che è popolare. “Se diventi teledipendente non riesci a fare più nulla, non credi?” Fingo di pensarci bene, dato che mi ha rivolto una domanda. “Ma tanto non ho niente da fare.”» (Noia Terminale).
Una società composta esclusivamente da donne sembra aver raggiunto un equilibrio stabile, fino all’irruzione di una presenza maschile. Altrove il controllo delle nascite avviene attraverso criogenesi di individui scelti casualmente. In un altro scenario, una famiglia aliena imita ossessivamente i comportamenti terrestri. In un altra dimensione invece la dipendenza dalla noia stessa diventa un fenomeno sistematico, in cui elettrodi impiantati nel cervello offrono un sollievo artificiale a giovani apatici, incapaci di reagire a una realtà percepita come insopportabilmente vuota.
Pubblicata postuma per la prima volta nel 2004 e in Italia nel 2024 da add editore con traduzione di Ozumi Asuka, Noia Terminale (ぜったい退屈 Zettai taikutsu) di Suzuki Izumi è una raccolta di sette racconti fantascientifici. Suzuki Izumi nasce nel 1949 a Itō, e si trasferisce giovanissima a Tōkyō, dove lavora come attrice e modella, frequentando i circuiti dell’avanguardia artistica e cinematografica dell’epoca. Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta recita in alcuni pinku eiga (un sottogenere di film erotici giapponesi degli anni sessanta) e collabora con figure centrali dell’underground giapponese, mentre parallelamente avvia la propria attività letteraria. Esordisce e si afferma come una delle rarissime voci femminili della fantascienza giapponese.
I suoi racconti prendono forma in un Giappone attraversato da controcultura, sperimentazione artistica e dal progressivo collasso delle utopie politiche e sociali del secondo dopoguerra. All’interno di questo contesto i temi maggiormente affrontati sono relativi alle dinamiche di genere, il rapporto con la tecnologia e le forme di alienazione e dipendenza. Dopo una produzione frammentaria, ma fortemente incisiva, l’autrice muore suicida nel 1986.
Le influenze e le tematiche trattate dall’autrice emergono con grande forza all’interno di Noia Terminale. I racconti mettono in scena sistemi di controllo sociale, pratiche di normalizzazione dei corpi e ridefinizione dei ruoli di genere, insieme a dinamiche di esclusione e dominio che rimandano a logiche razziali e coloniali. In questa raccolta il corpo, il genere e il desiderio perdono ogni valenza liberatoria, ridotti così ad essere superfici su cui si iscrivono noia, dipendenza e alienazione. I futuri che vengono immaginati dall’autrice risultano quindi come immagini del presente distorte.
Leggere Noia Terminale significa accettare una scrittura che rifiuta il climax, che svuota l’azione di senso e che trasforma la noia in un linguaggio narrativo. È proprio attraverso questa radicalità che l’opera continua a parlare, non di un’epoca o di una generazione, ma di una condizione esistenziale che oggi più che mai, sembra impossibile associare solo a un semplice malessere passeggero.
I vari racconti che compongono la raccolta, presentano un incipit che non svolge mai una funzione introduttiva. Ogni testo sembra iniziare “a cose già fatte”. Non c’è costruzione dell’attesa, non c’è una situazione che reclama attenzione, il lettore viene immerso in una normalità già consumata. In più di un racconto, l’apertura si limita a registrare un fatto, uno stato o una relazione senza attribuirgli alcun peso particolare. Questo aspetto emerge in modo particolarmente evidente in “Un mondo di donne e donne”, dove l’incipit introduce immediatamente una condizione data per acquisita:
«Questa mattina davanti a casa è passato un ragazzo. Quando glielo racconto, mia sorella Asako dice: “Idiota, lo sai che qui non ce ne sono”. In effetti ha ragione. Molto tempo fa sulla Terra c’erano solo le donne. Vivevano in pace, finché una partorì una creatura mai vista prima, con il corpo deforme e modi tanto rozzi da risultare fastidiosi. Morì, non prima di aver dato alla luce una progenie: ebbe così inizio la stirpe degli uomini.» (Un mondo di donne e donne).
L’effetto è quello di un mondo già stabilizzato, in cui anche ciò che potrebbe apparire radicale viene accolto come normale. Un meccanismo simile ritorna in “Ricordi al Seaside Club”, dove l’apertura non costruisce l’attesa ma si limita a fissare uno stato emotivo già esaurito:
«Mi diverto ogni giorno. Mi diverto così tanto che non faccio altro che sorridere. Ma non posso certo starmene tutto il tempo con il sorriso stampato in faccia, quindi trascorro la giornata a cantare. Da quando sono qui non faccio altro.» (Ricordi al Seaside Club).
Allo stesso modo, racconti come “Fumo negli occhi” presentano relazioni e dettagli che appaiono già in corso da un tempo indefinito, senza offrire al lettore punti di riferimento temporali o motivazionali.
«Ho molto tempo libero. Dopo aver pulito la casa, cucinato e rimesso in ordine, non ho più niente da fare. È per questo che sono sempre in sala giochi, da solo.» (Fumo negli occhi).
Il risultato è una serie di aperture che non spiegano, non predispongono e non preannunciano nulla, ma registrano semplicemente. L’inizio di ciascun testo afferma un universo già esistente, ribadendo con forza l’idea che la noia, nei racconti di Suzuki Izumi, non sia un preludio ma una costante narrativa.
Se gli incipit non spiegano allora i finali non concedono alcuna risoluzione. Le storie non approdano a una conclusione nel senso tradizionale del termine. Non troviamo una trasformazione, una presa di coscienza e non c’è nemmeno un vero punto di arrivo. I racconti si interrompono lasciando intatta la condizione iniziale, come se il tempo narrativo si limitasse a sospendersi. L’autrice sceglie di sottrarsi a ogni logica di chiusura anche quando la trama suggerisce uno sviluppo o una svolta. I finali non chiariscono, non spiegano e non riorganizzano retroattivamente ciò che è stato raccontato. Al contrario, ribadiscono lo stato di immobilità emotiva che attraversa l’intera raccolta, restituendo al lettore la stessa sensazione di stallo che caratterizza i personaggi.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta (Noia Terminale) rende esplicita questa strategia. Mette in scena una condizione distopica in cui la noia diventa dispositivo di dipendenza culturale e sociale, gestito e somministrato attraverso la tecnologia. Il finale però, non sancisce una svolta ma piuttosto una sospensione dell’esperienza. La storia non si chiude, si esaurisce, lasciando intatta la struttura che l’ha prodotta. Non sono conclusioni, ma prolungamenti di un presente che non si spezza, e attraverso questa assenza di risoluzione la struttura complessiva della raccolta trova la sua coerenza tematica: la noia non è un passaggio verso qualcos’altro, ma la condizione terminale in cui tutto resta sospeso.
In Noia Terminale la fantascienza diventa così una lente distorta attraverso cui osservare una realtà logorata, in cui i mondi immaginati da Suzuki Izumi amplificano una condizione di stasi che coinvolge tanto i personaggi quanto il lettore stesso.
L’identità stessa comincia ad assumere un carattere fluido e impersonale, il desiderio viene spento attraverso pratiche ripetitive e la violenza appare naturalizzata nel quotidiano in modo angosciante. La raccolta di Suzuki Izumi in questo modo appare visionaria, a distanza di decenni dalla loro scrittura restituiscono un’esistenza compromessa, dove il confine tra quotidianità e distopia si dissolve.



