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Takopi’s Original Sin: la speranza di un futuro più luminoso

10 Aprile 2026
Chiara Bertolino

Takopi’s Original Sin (タコピーの原罪 – Takopī no Genzai) di Taizan 5, manga pubblicato tra il 2021 e il 2022 sulla piattaforma digitale Shōnen Jump+ e successivamente adattato in una serie anime nel 2025, affronta con toni crudi e disarmanti temi come bullismo, abusi domestici e solitudine infantile. Attraverso l’incontro tra la piccola Shizuka e l’alieno Takopi, l’opera mette in discussione il semplice binarismo tra vittima e carnefice e propone una riflessione sulla violenza sistemica che colpisce l’infanzia, contrapponendo l’estetica kawaii a una narrazione profondamente tragica e rivelando come empatia e comunicazione possano diventare l’unico possibile spiraglio di speranza.

La pandemia di COVID19, a causa dell’isolamento coatto, si è trascinata dietro una numerosa serie di catastrofi in termini di salute mentale e violenza domestica, non risparmiando nemmeno gli abusi sui minori. Visto l’obbligo di lockdown, le persone si videro costrette a trascorrere più tempo all’interno delle mura domestiche, e questo incrementò notevolmente la frequenza di abusi. I dati parlano chiaro: nel corso dell’anno fiscale 2020 il Giappone ha registrato un nuovo triste record di casi di abusi sui minori denunciati, superando per la prima volta la soglia dei 200.000 casi con un aumento del 5,8% rispetto all’anno fiscale 2019.

È questo il contesto in cui, tra la fine del 2021 e la prima metà del 2022, verrà pubblicato, sulla piattaforma web Shōnen Jump+ (Shueisha), il manga Takopi’s Original Sin (2021), una web-serie scritta e illustrata da Taizan 5. L’opera ha segnato un record per la piattaforma, raggiungendo più di 2 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore e conquistando subito grande popolarità tra i lettori. A riprova del successo ottenuto, saranno diverse le nomine e i premi ottenuti – tra i quali il Premio di Eccellenza alla 51ª edizione dei Japan Cartoonists Association Awards (2022), il terzo posto nella guida annuale Kono Manga ga Sugoi! (2023) e una candidatura anche al 27° Tezuka Osamu Cultural Prize (2023).

Al successo del manga – concluso e oggi riunito in due volumi – segue quello dell’anime, prodotto da Enishiya e TBS Television, uscito nel 2025 e distribuito globalmente sulla piattaforma streaming Crunchyroll. La storia è stata qui adattata in una sola stagione conclusiva, distribuita in 6 episodi da 20 minuti circa l’uno – fatta eccezione per il primo della durata di 45 minuti circa. Visto il modo reale e crudo in cui le tematiche (abusi, suicidio, bullismo, violenze, alcolismo), già di per sé drammatiche, vengono trattate, a ogni episodio precede un messaggio di trigger warning circa gli argomenti e il numero di assistenza da contattare in caso di necessità.

La popolarità del manga sembra essere legata alla commistione di elementi tra loro contrapposti ma interconnessi, che vanno poi a comporre l’anima stessa dell’opera – come la bidimensionalità contrastante dei colori e dell’estetica, ma anche il ribaltamento dei ruoli di buono e cattivo – e che verranno analizzati a seguire.

Anno 2016, Kuze Shizuka, una bambina della quarta elementare abbandonata a sé stessa che riesce a sopravvivere solamente grazie alla compagnia del suo amato cane, Chappy, nonostante le sue giornate si colorino unicamente di dolore e solitudine. I genitori di Shizuka sono totalmente assenti: a seguito del divorzio, il padre, ormai trasferitosi a Tokyo, si è costruito una nuova famiglia cancellando completamente quella precedente, compresa Shizuka,che fingerà persino di non conoscere; la madre, invece, trascorre le giornate lavorando come “accompagnatrice” – così la definisce Shizuka – in altre parole, “va per locali con i clienti”, rientrando raramente a casa. Vista la situazione in cui cresce, Shizuka viene negata delle cure e delle attenzioni che ogni bambinɜ della sua età dovrebbe ricevere e questo influenza negativamente non solo il suo carattere, ma anche il modo che ha di rapportarsi con le altre persone, umane e non, come vedremo più avanti.

Grandissima parte della narrazione si svolge nel contesto scolastico, ennesimo motivo di sofferenza per la povera Shizuka. La scuola è qui rappresentata come un vero e proprio luogo di torture per la bambina, protagonista di soprusi, scherni e violenze fisiche di ogni tipo perpetrate dalla sua bulla, nonché compagna di classe, Kirarazaka Marina.

Qui entra in gioco Takopi, un piccolo alieno rosa simile a un polpo, da qui il suo nome – “tako” significa “polpo” – proveniente dal Pianeta Happy, il cui obiettivo è quello di migliorare la vita della triste Shizuka grazie a degli strumenti magici – gli strumenti happy. – come la Happy Camera, una macchina fotografica col potere dei viaggi nel tempo; la Transformation Palette, che permette di prendere le sembianze di un’altra persona; la Memory Box, un’enorme capsula capace di contenere e preservare persino un corpo umano al suo interno – che però, alla fine, si riveleranno più portatori di catastrofi che altro.

La messa in discussione del rigido binarismo di vittima e carnefice, che prevede l’attribuzione di solo uno dei due ruoli – in altre parole, o si è vittime o carnefici – sarà il motore della narrazione. Se inizialmente la storia cerca di dare una panoramica specifica della vita di Shizuka, relegando a lei il ruolo di vittima e alla compagna quello di carnefice, verrà poi dato largo spazio anche alla storia di Marina; anch’essa vittima, seppur in modo diverso, di un sistema che aveva il compito di proteggerla e che non è stato capace di farlo. Marina è costretta in una situazione familiare estremamente abusiva: il padre è spesso fuori casa per lavoro o a divertirsi nei club in compagnia di donne; la madre, al contrario, trascorre il proprio tempo all’interno delle mura domestiche, ubriacandosi e covando odio per il marito e che, una volta accumulato, riverserà violentemente sulla povera figlia Marina. Ed è qui che le storie delle due bambine si scontrano: la madre di Shizuka intraprende una relazione con il padre di Marina, provocando così crisi e litigi continui in casa di quest’ultima. Sarà proprio la madre, infatti, a infonderle l’odio per Shizuka e a rappresentare il modello violento che Marina si limiterà a imitare in ogni sua forma, dalla violenza verbale a quella fisica.

Questo gioco di contraddittori, però, non caratterizza solamente la trama. Anche dal punto di vista visivo, infatti, i disegni passano dall’avere un’estetica kawaii, espressa attraverso l’ausilio di colori pastello o sgargianti e tratti morbidi e attraverso il piccolo alieno rosa Takopi e dal suo modo bambinesco di parlare, a un sentore molto più cupo e drammatico, a tratti horror, rappresentato prevalentemente attraverso un tratto più duro e spigoloso, ma allo stesso tempo un po’ impreciso, e i colori più scuri e opachi.

Ma le critiche sociali non si fermano qui. Infatti, l’opera tratta anche la pesantissima pressione che gli studenti giapponesi spesso si ritrovano a vivere già fin dall’infanzia, con particolare attenzione agli effetti negativi che possono derivare. È il caso di Azuma Naoki, studente modello della classe che, nonostante gli ottimi risultati, vive costantemente con l’ansia di dover corrispondere alle aspettative della madre, una donna totalmente anaffettiva le cui attenzioni per il figlio si manifestano solo nel dichiararlo una delusione, un incapace, un fallimento.

Molte opere dei media di intrattenimento tendono a rappresentare la vita scolastica in modo eccessivamente romantico o idealizzato. Nel contesto dei media giapponesi la situazione è accentuata dal fenomeno culturale del seishun: la tendenza degli adulti giapponesi a ricordare gli anni di scuola come “un periodo breve ma meraviglioso, in cui si gettano le basi della propria vita e tutto comincia a germogliare”¹.

Takopi’s Original Sin si differenzia in questo senso, portando invece alla luce alcuni aspetti problematici della società giapponese – aspetti riguardanti difficoltà e inquietudini che caratterizzano l’infanzia e l’adolescenza a livello globale perché universali e senza tempo. La scelta di staccarsi dalla prospettiva romanticizzata e attuare una critica sociale non è però esclusiva di quest’opera. Infatti, la precedono già manga come A Silent Voice (2013) ed Erased (2012). Takopi’s Original Sin sembra condividere delle strategie con entrambe le opere. Nel caso di A Silent Voice, entrambe le due opere rappresentano il ribaltamento dei ruoli vittima-carnefice – il bullo, infatti, finisce col diventare bullizzato. Mentre, con Erased, condivide la strategia narrativa dei viaggi nel tempo, tentativi disperati volti alla risoluzione dei problemi. È assai curioso il fatto che entrambe le opere scelgono di sfruttare i salti temporali: sembrano voler comunicare che una soluzione nel mondo reale sembra essere così impossibile da percepire il ricorso all’elemento magico come l’unica strada percorribile. Risultano allora particolarmente forti i rifiuti di Shizuka verso i magici strumenti happy, la quale afferma di non credere nella magia. Infatti, Shizuka è talmente sommersa dai traumi e dalle violenze subite che per lei nemmeno la magia sembra poter essere una soluzione. Alla fine, però, in entrambe le opere l’affidamento alla magia finirà col creare più complicazioni che altro. Ciò che segue l’arrivo di Takopi sulla Terra e l’utilizzo improprio che farà di questi suoi strumenti magici provano quanto anche coloro dall’indole più pura subiscono negativamente le influenze del contesto che li circonda. Tutto ciò sembra anche suggerire un rimando a Doraemon, opera kodomo divenuta un cult intergenerazionale in tutto il mondo. Diversi sono gli elementi che li accomunano, dal personaggio stesso di Doraemon, un alieno piccolo e carino – in questo caso blu –, al ricorso a degli strumenti magici, utilizzati come mere scorciatoie per risolvere i propri problemi senza sforzi.

Come ricorderanno le due bambine, Takopi era solito dire che “La felicità nasce dal discutere”. Qui “discutere” non va inteso nel senso negativo del termine, quanto piuttosto come sinonimo di “comunicare”. Takopi capisce che la soluzione non risiede né nei suoi strumenti speciali, né in subdole strategie. L’unica risposta corretta è la comunicazione emotiva, l’empatia, la capacità di riconoscere il dolore altrui come proprio e viceversa. La soluzione risiede, quindi, nel riconoscere il proprio tormento e farne motore di vita anche attraverso la condivisione del dolore con qualcuno che sa comprenderlo. Il monologo finale di Takopi risuona ora più forte che mai:

“A tutti voi del 2016. Ci sono un sacco di cose che non ho potuto fare. Le famiglie che si sono allontanate da voi e quelle emozioni che non torneranno più. Le vostre mamme che non vi guardano più e i vostri papà che non sono più solo vostri. Non posso fare niente per voi, ma sono certo che tu… tu… e tu, non siete più soli e che riuscirete a diventare grandi”.

Takopi qui ribadisce che il passato non va cancellato e che ciò che è stato non può più essere modificato, per quanto doloroso esso sia. Ma un futuro esiste, ed è lì che bisogna guardare. Così si conclude la storia: con un cielo colmo di stelle, colmo di desideri ancora inespressi ma realizzabili, colmo di una luce maestosa che si riflette nell’oscurità della notte, colmo di speranza.

In definitiva, Takopi’s Original Sin non è solamente una storia sul dolore, ma piuttosto un invito a riconoscerlo, nominarlo e condividerlo costringendo lo spettatore a non distogliere lo sguardo. La speranza finale è chiara ed esplicita: l’interruzione del ciclo di violenza. Un cambiamento simile viene spesso ritenuto impossibile da attuare, come se per raggiungere questo scopo fossero necessarie delle forze soprannaturali. Ed è qui che l’autore diviene ancora più esplicito: per porre fine al ciclo di violenza non sono necessari strumenti magici, ma quei quotidiani gesti umani troppo spesso presi sottogamba, come la comunicazione e l’ascolto. Takopi’s Original Sin lascia guida lo spettatore verso una profonda realizzazione circa i pilastri fondamentali per attuare un vero cambiamento, quali uno sforzo condiviso e una responsabilità collettiva.

¹ Traduzione mia di Sevakis, J. (2016, February 8). Answerman: Why do so many anime take place in high school? Retrieved from http://www.animenewsnetwork.com/answerman/2016-02-08/.98403

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