Seguendo il flusso dei pensieri di Natsumi, una casalinga come tante, il lettore impara a conoscere e riconoscersi all’interno sin un disagio latente, insito in chi percepisce se stesso come ordinario.
Una lieve vertigine (軽いめまい karui memai, 2024, Neri Pozza, per la traduzione di Laura Testaverde) dell’autrice e poetessa settantottenne Kanai Mieko è un romanzo intimo e delicato che, attraverso le esperienze di una casalinga, evidenzia il complesso lavorio interiore che una vita comunemente considerata “semplice” può celare.
Natsumi è una donna di mezza età, moglie e madre, immersa in una quotidianità apparentemente ordinaria fatta di faccende domestiche, acquisti nei supermercati, relazioni familiari e poche amicizie superstiti. Insomma, una casalinga come tante altre. Ed è proprio la scelta di presentare una donna senza particolari peculiarità, traumi del passato o avventure da intraprendere che permette di esplorare quella che è la vera condizione della psiche di questa donna, di queste donne.
Cosa pensa davvero una casalinga? È davvero soddisfatta dello stile di vita che ha scelto?
Lo ha davvero scelto?
Questo si domanda intelligentemente l’autrice introducendo, in tal senso, anche un piano politico nella narrazione: Kanai non denuncia apertamente ma mette in scena la condizione femminile all’interno della società contemporanea attraverso la rappresentazione esplicita della stanchezza mentale, di una certa rabbia repressa che si manifesta per i motivi più disparati e, apparentemente, superficiali. La maternità, il matrimonio, il benessere materiale possono, ci dice Kanai, soffocare ed intrappolare l’individuo in una quotidianità ripetitiva ed alienante.

Una vita invidiabile per alcune donne, per altre rappresenta una vera e propria “gabbia dorata” dove affetto e cura per le persone care e desiderio di trasgressione si contrappongono creando un malessere, un senso di colpa latente, che celano uno stato di insoddisfazione costante.
Al capitolo IV “Canti di uccelli”, Natsumi in un momento di frustrazione nei confronti dei due figlioletti pensa:
[…] a volte, davvero, mi sembra così assurdo e mi chiedo perché devo stare agli ordini di questi.
La figura della casalinga, poi, si contrappone solitamente a quella della donna intraprendente e lavoratrice. Natsumi, infatti, riesce ad ammettere a se stessa di invidiare la libertà delle donne in carriera, la loro indipendenza non solo economica ma soprattutto emotiva: il desiderio di combattere contro la sensazione di condurre un’esistenza inutile e di dedicarsi al proprio benessere senza dover anteporre quello del marito e dei figli.
Nello stesso capitolo, replicando ad un’amica al telefono, Natsumi:
“si era spazientita perché non le riusciva di esprimere quello che pensava e s’era impappinata e, vergognandosene lei stessa, aveva finito per dire le solite cose che le casalinghe dicono delle donne libere che lavorano e vivono per conto loro: visto che i tuoi genitori stanno con la famiglia di tuo fratello, non sarai costretta a occuparti da sola di tua madre fino alla fine come Momoko- chan; ci sono cose che non può capire chi abita da sola, fa il lavoro che vuole fare e vive come le va!”
Al fine di portare qualche novità nella monotonia delle sue giornate, Natsumi medita addirittura di iscriversi a un corso di qualche sorta, che sia di nuoto o di affilatura di lame, ma la responsabilità familiare la porta inevitabilmente a ripetersi di dedicarsi con cura alle faccende prima di occuparsi di altro:
“sai, se pensi di fare le cose come si deve ne trovi quante ne vuoi, in particolare il riordino […] e pure se sono diventata meno pignola nella pulizia, comunque le faccende domestiche sono monotone, e le devi fare ogni santo giorno, sembrano le fatiche di Sisifo”

Se il lettore pensa di incontrare un “lieto fine” di emancipazione per Natsumi rimane insoddisfatto, in quanto la condizione della donna resta invariata dall’inizio alla fine della narrazione. In effetti, come abbiamo visto, il romanzo non descrive eventi particolari che arricchiscono la trama ma si concentra esclusivamente sul flusso di pensieri ininterrotto di Natsumi. Una spirale di associazioni, ricordi, osservazioni e sensazioni fisiche intrappolano e ipnotizzano il lettore che non è chiamato ad osservare il susseguirsi degli eventi ma a condividere e comprendere uno stato mentale ed una condizione sociale.
A questo scopo, l’autrice costruisce uno stile volutamente destabilizzante, fatto di frasi interminabili, ripetizioni e digressioni continue che riportano con estremo realismo la meccanica della psiche umana. La difficoltà della lettura, inoltre, riflette il disordine delle emozioni che guidano Natsumi in una dimensione temporale vaga e dilatata: un singolo gesto o un qualsiasi ricordo diventa l’occasione per una incredibile proliferazione di pensieri priva di una vera gerarchia.
Una lieve vertigine, quindi, non offre soluzioni né riscatto ma restituisce con grande precisione la sensazione di vivere in un fragile equilibrio tra aspettativa e realtà. Natsumi diventa simbolo della Donna contemporanea costretta a scegliere tra affermazione professionale – ancora moderatamente considerata contro natura – e soddisfazione personale, generalmente individuata nel ruolo di madre. 



