Una docu-serie impattante, il ricordo che Fukushima non finisce in tre giorni. Un racconto di chi resta quando l’apocalisse nucleare arriva, di come il dovere tiene insieme le cose e di quella forza silenziosa che spinge gli uomini a continuare anche quando la fine sembra inevitabile.
“I giorni dopo quella data, per me… no, per il Giappone come nazione, che valore hanno avuto.” (Yoshida Masao, I tre giorni dopo la fine)
È l’11 marzo 2011. Ci troviamo sulla costa Est del Giappone a circa 200 km da Tokyo, più precisamente nella prefettura di Fukushima. Alle 14:46 di quell’11 marzo un terremoto di magnitudo 9.1 con epicentro nell’Oceano Pacifino a 29 km di profondità genera un maremoto con conseguente tsunami di circa 15 metri. L’evento è noto come Grande Terremoto del Tōhoku e mietè 15.000 vittime oltre a causare l’incidente nucleare alla centrale di Fukushima Dai-chi.
I tre giorni dopo la fine (The Days in originale) serie biopic Netflix del 2023, racconta l’estenuante sforzo di una collettività che tenta ogni via possibile per rimandare e ridurre al minimo l’inevitabile disastro: l’incidente di Fukushima Dai-chi non fu direttamente un errore degli operatori della centrale, ma il senso di gravitas che traspare dalla narrazione è un elemento persistente in ogni episodio, un memento che gli operatori rimasti alla centrale hanno portato con sé ogni secondo di quei tre lunghi giorni. La regia di Nishiura Masaki e Nakata Hideo non è sensazionalista, non vuole mitizzare i personaggi o gli avvenimenti. I registi puntano su lunghi momenti di silenzio in cui viene marcata la pesantezza delle decisioni da prendere, viene marcata la presa di consapevolezza della gravità della situazione in cui rischia di essere coinvolta l’intera nazione. In questi frangenti, al lungo silenzio riflessivo e consapevole viene abbinata una scena di immobilità visiva, l’azione si ferma e la telecamera si concentra sull’oggetto della riflessione; ciò comporta quel momento di sospensione narrativa cercata dalla regia. L’elemento costante che traspare da questa scelta narrativa è il senso di responsabilità e spesso di impotenza davanti a fatti assolutamente imprevisti, in un contesto in cui si credeva di avere controllo assoluto su tutto; dai macchinari alla natura, i protocolli della centrale di Fukushima Dai-chi potevano essere considerati ineccepibili, eppure un evento quanto mai straordinario sconvolse tutte le certezze che si erano stratificate nella coscienza collettiva degli abitanti di Fukushima. Solo grazie ad indagini successive si scoprì che le misure di sicurezza anti-tsunami adoperate dalla società TEPCO erano risultate inadeguate da anni; questa mancata lungimiranza e attenzione ebbe un ruolo chiave nella creazione del disastro.
I tre giorni dopo la fine è stata volontariamente basata sulla testimonianza di Yoshida, direttore della centrale – interpretato dal famosissimo attore Yakusho Kōji, noto al pubblico italiano per il suo ruolo in Perfect Days di Wim Wenders – nonché voce narrante della serie, contenuta nel The Yoshida Testimony (吉田調書), sul rapporto della TEPCO e sul libro del giornalista Ryusho Kadota: un mix di informazioni che fanno passare il filo per le crune del vissuto personale del direttore, del rapporto – puramente tecnico – della società TEPCO e del lavoro di indagine del giornalista, consentendo un eccezionale riuscita del prodotto finale.
Facciamo un passo indietro e ricostruiamo i fatti della serie. I fatti narrati si svolgono dal’11 fino al 14-15 marzo, ovvero i tre giorni dopo il terribile tsunami che causò il blackout totale nella centrale. La centrale era perfettamente attrezzata all’eventualità di disastri naturali: tutte le strutture erano costruite 10 metri sopra al livello del mare, vi erano i generatori diesel di emergenza per mantenere la corrente stabile ed erano state costruite barriere anti tsunami alte 5 metri. Tutte queste precauzioni e tutti i protocolli esistenti tuttavia non bastarono per far fronte agli avvenimenti di quel giorno nefasto, a partire da uno tsunami che fu ben più alto della barriera toccando i 15 metri di altezza. Questo comportò l’allagamento di gran parte degli edifici, compresi i generatori diesel che smisero di funzionare e diedero vita all’unica eventualità non presente nei manuali di emergenza: un blackout totale.
In questo frangente persero la vita due giovani operatori che andarono nel seminterrato del reattore 4, in manutenzione, a controllare la situazione, rimanendo tragicamente sommersi dall’acqua senza possibilità di fuga. Contemporaneamente, la sala di controllo rimase al buio e senza possibilità di controllare lo stato dei reattori, men che meno di mantenere attivo il sistema di raffreddamento dei reattori. Gli operai furono costretti a creare delle squadre suicide nel tentativo di aprire manualmente, all’interno della struttura del reattore, alcune valvole per l’immissione dell’acqua, al fine di alzare il livello dell’acqua e scongiurare il rischio di fusione del nocciolo. L’operazione riuscì – nonostante un rischio umano elevato a causa delle radiazioni – ma purtroppo a causa del terremoto molte strade risultarono inagibili e le autopompe arrivarono tardi. Alle 22:20 il combustibile nucleare, secondo le stime, iniziò a fondersi. Nell’ora successiva si tentò di ripristinare la corrente con l’ausilio di un generatore mobile, ma fu impossibile per via dei detriti trasportati dallo tsunami e, come se non bastasse, la pressione del sistema di contenimento primario raggiunse i 600 kilopascal, ben oltre il limite di progettazione. Due fattori che vedremo, sfortunatamente, si ripeteranno anche nelle altre unità procurando danni ben maggiori ed inaspettati. A questo punto l’unica soluzione per diminuire la pressione, ed evitare un’esplosione con gas radioattivi, era l’apertura parziale della valvola motorizzata, che avrebbe diffuso solo una parte molto diluita di gas ed scongiurato il danno maggiore.
Nelle puntate seguenti ci viene presentato, in misura maggiore, la forte contrapposizione tra le scelte dell’unità di crisi sul campo e la riluttanza di tutto l’apparato politico giapponese. Quest’ultimo doveva, ovviamente, rendere conto alla popolazione in ogni momento di quei giorni e, al contempo, operava con una carenza di informazioni da divulgare. Questa situazione fu causata dall’amministrazione della TEPCO, a sua volta titubante nel condividere informazioni con il governo. Ciò causò ritardi e veti decisionali, che puntualmente vennero aggirati dal direttore della centrale Yoshida, unico realmente capace di valutare la situazione e polso per agire; infatti dopo molte tergiversazioni ricevette il consenso ufficiale per azioni già intraprese in loco.
Sicuramente prendere decisioni politiche in un contesto di crisi nazionale non sarebbe stato semplice per nessuno, ma la narrazione della serie ci porta a ragionare sul valore dell’opinione dei lavoratori esperti che dimostrano pragmaticità e responsabilità civile; in netta contrapposizione con accademici e funzionari del governo che, pur facendo parte dell’unità di crisi, ci appaiono distanti e incapaci nel gestire il disastro. È emblematica la scena del primo ministro Azuma Shinji (pseudonimo dell’allora vero primo ministro Kan Naoto) che sceglie di lasciare l’unità di crisi e recarsi direttamente alla centrale a causa dell’incompetenza del comitato di sicurezza . Vi è, in particolare, una scena in cui uno dei membri della commissione si giustifica dicendo: “Noi della commissione sulla sicurezza del nucleare siamo accademici, non sta a noi stabilire le norme di sicurezza…”, per essere poi bruscamente interrotto dal gelido sguardo del primo ministro giapponese. Questo è solo un esempio delle varie vicissitudini politiche che ci vengono presentate nella serie, ma rappresentano un’importante testimonianza dell’enorme differenza tra la rigidità strutturale dell’apparato burocratico rispetto al desiderio pragmatico d’azione di comuni cittadini, che rischiarono le loro vite per salvare quelle dei loro concittadini.
Alla fine, lo sfiato dato dall’apertura della valvola motorizzata venne approvato e ciò diede agli operatori un po’ di tempo in più per lavorare sugli ulteriori problemi insorti nel frattempo.
In quei momenti non mancarono, però, le incertezze ed attimi di terrore tra le file degli impiegati della sala di controllo, soprattutto tra i più giovani, che temevano per la loro incolumità. Nonostante la paura e il dubbio costante, i ragazzi sono stati spronati e riportati alla dura realtà dai colleghi più anziani, ricordando loro l’importanza del loro lavoro per la comunità e l’impegno che avrebbero dovuto assumersi in seguito per la ricostruzione della zona. Sono scene di fondamentale importanza umana in quanto ci ricordano che, anche se messi di fronte a sfide monumentali e rischiose, affrontarle come collettività non le rende più facili, ma più sopportabili e fattibili, poiché l’uno sostiene l’altro ed è testimone del valore delle azioni compiute.
Purtroppo però, gli sforzi per abbassare la pressione nell’unità 1 furono vani. Circa ventiquattr’ore dopo il terremoto, il quinto piano dell’edificio del reattore dell’unità 1 scomparve a seguito di una violenta esplosione di idrogeno. La scena fu vista in diretta nazionale sui vari telegiornali e lasciò l’intera comunità giapponese allibita, oltre che maggiormente impaurita. Lo stesso primo ministro Azuma Shinji lo scoprì dalla televisione, aumentando la sua furia per la mancanza di comunicazione da parte dell’azienda TEPCO. L’evento non fu isolato, ci furono altre due esplosioni nelle unità 3 e 4; in seguito fu comunque accertato che tali esplosioni non hanno rilasciato quantità nocive di gas radioattivi. Nonostante entrambi i casi siano classificati di livello 7 sulla scala INES (scala internazionale degli eventi nucleari o radiologici composta da 7 livelli), a differenza di Chernobyl, infatti, l’impatto dell’incidente sulla popolazione fu contenuto: le stime ufficiali non riportano decessi direttamente collegati con l’incidente o aumenti particolari di patologie derivanti da radiazioni, solo nel 2018 fu riconosciuto un risarcimento a seguito del decesso di un ex operaio. I registi, come detto all’inizio, si sono in parte ispirati alla testimonianza lasciata dal direttore, la cui figura risalta nella serie per l’importanza che attribuì alla trasmissione dell’accaduto alle generazioni future come fardello comune e da non dimenticare mai.
Le sensazioni che lascia I tre giorni dopo la fine sono molte: impotenza, smarrimento, commozione, ma più di tutti, tramite le parole del direttore, la serie ci affida il compito di ricordare. Dobbiamo ricordare il senso di speranza nato negli anni ‘50 con il boom economico giapponese, il senso di invincibilità dato da questa nuova energia del futuro, il senso di impotenza nato dalla sicurezza di infallibilità dei progetti umani. Per usare le parole di direttore Yoshina in chiusura alla storia:
Quarant’anni fa, spianammo le montagne, costruimmo muri di cemento nell’oceano, e togliemmo agli animali selvatici il loro habitat. Ora sono stati gli umani a perdere le loro case. […] Le gigantesche strutture artificiali che erano un tempo “un futuro migliore”, sono ora un retaggio problematico con cui dovremo fare i conti nei decenni a venire. L’umanità è impotente davanti alla natura. Sotto quello splendido cielo e con l’oceano di Fukushima alla spalle, oggi è un altro giorno di lavoro in cui dobbiamo rimediare al male che abbiamo causato.
I tre giorni dopo la fine è una docu-serie che necessita di essere guardata con attenzione e apertura all’auto-riflessione; ci obbliga a fare i conti con la limitatezza umana e le nostre certezze. La tecnologia, questa “nuova energia”, non sono inutilizzabili o pericolose di per sè; la pericolosità sussiste nel momento in cui si sfida la natura e la si abbatte in nome del cinico progresso, questa è la conclusione che ci propone questa serie. Il Giappone stesso, a quindici anni dall’incidente, sta ancora facendo i conti con le conseguenze delle sue azioni, ma non si è fermato definitivamente: le centrali nucleari vengono progressivamente riattivate e la consapevolezza derivata da Fukushima è fortemente condivisa tra la popolazione. L’attenzione sul tema del nucleare è altissima, ma necessaria in un paese che richiede sempre più energia per funzionare, e che non può dipendere interamente dalle importazioni di combustibili fossili. Ad oggi il nucleare è un’energia che spaventa, ma in cui si ha ancora fiducia e speranza per il futuro. È un memento che impone di imparare dai propri errori, ma che non impone di fermarsi, solo di continuare con nuove consapevolezze sui propri limiti.



