Namamiko. L’inganno delle sciamane (なまみこ物語 – Namamiko monogatari) di Enchi Fumiko, una delle voci più importanti della letteratura femminile giapponese del secolo scorso, è stato pubblicato in Giappone nel 1965, e uscito in Italia nel 2019 tradotto da Paola Scrolavezza per Safarà editore. Romanzo storico di particolare costruzione e intreccio, riprende una delle più celebri ambientazioni del Giappone antico, la corte imperiale, e all’interno dei suoi palazzi dà voce ai personaggi che più sono rimasti oscurati e silenziati all’interno della letteratura tradizionale: le donne.
La vicenda ha luogo all’interno dei palazzi imperiali di Kyoto intorno al X secolo, apice della cosiddetta epoca Heian (794-1185), uno dei periodi più floridi nella storia giapponese. Questi anni hanno infatti visto lo sviluppo di una ricca cultura aristocratica e un’esplosione della produzione letteraria con capolavori come il Genji Monogatari, le Note del Guanciale, i diari delle dame di corte (Nikki) e un’intensa produzione di poesie. Centro della vita politica e culturale di questo periodo era la corte dell’imperatore, vero e proprio polo intorno a cui gravitava tutto il mondo e la società giapponese del tempo. Tutto ciò che era al di fuori era considerato inferiore e indegno di considerazione rispetto allo splendido e raffinato idillio produttore di bellezza e cultura della corte. Centrali nel contesto cortigiano erano poi gli spazi femminili, i palazzi dove le consorti dell’imperatore vivevano, separate dal resto, assieme ai loro entourage di artiste, poetesse e dame di compagnia e dove è stata prodotta la quasi totalità della letteratura Heian. I due più celebri capolavori di questa produzione – il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu e le Note del Guanciale di Sei Shonagon – sono stati scritti in questi luoghi da due dame di compagnia delle due principali consorti dell’imperatore Ichijō (980-1011), Shōshi e Teishi. Oltre a spazi produttori di cultura, le ali femminili della corte erano anche il luogo in cui si manifestavano gli intrighi e i giochi di potere. La quasi totalità delle consorti – e imperatrici – che abitavano in questi luoghi apparteneva al potente clan dei Fujiwara, che proprio grazie alla loro abile politica matrimoniale, erano il vero detentore del potere politico, ricoprendo la reggenza degli imperatori figli più delle loro stesse consorti. Le donne Fujiwara erano perciò il mezzo attraverso il quale il clan riusciva a mantenere il controllo dell’imperatore stesso e conseguentemente di tutto il regno. Ed è in questo contesto che ha luogo la trama del romanzo, in particolare nei luoghi riservati a una delle imperatrici più celebri del tempo, Teishi.

Protagonista dichiarata del Namamiko, Fujiwara no Teishi, prima figlia del consigliere e reggente Michitaka, entrò a corte come consorte e futura moglie dell’imperatore quando lui era ancora un bambino, e venne apprezzata fin da subito per il suo fascino, la sua intelligenza e la sua bellezza. Durante la prima parte della narrazione tutti gli eventi sono a favore di Teishi che sembra avere assicurato il suo futuro da imperatrice. Tuttavia tutto inizia a vacillare dal momento in cui suo zio, Fujiwara no Michinaga, inizia a tramare sullo sfondo la realizzazione delle sue ambizioni. Aveva intenzione infatti di indurre Teishi verso la rovina in modo da minare l’influenza che la famiglia del fratello stava avendo sulla corte per poi sostituirla con la sua. Per fare ciò avrebbe dovuto introdurre a corte sua figlia Shoshi come seconda consorte imperiale, facendole ingraziare l’imperatore a discapito di Teishi. Shoshi in quel momento era però troppo giovane per prendere quell’incarico; era necessario perciò che Michinaga preparasse il terreno fino al raggiungimento dell’età adatta della figlia, compromettendo la reputazione e la rispettabilità di Teishi per poi allontanarla dall’imperatore stesso. Per questa impresa Michinaga escogita un espediente: chiamare a corte delle sciamane per creare un’atmosfera di sospetto e timore attorno alla figura di Teishi.
Le sciamane (miko) erano una delle figure più importanti del Giappone antico: sacerdotesse tipiche dei culti shintoisti venivano chiamate ogniqualvolta fosse richiesta l’opinione della divinità che prendeva possesso del corpo della medium per esprimere il suo volere. Come garanti del volere divino avevano di conseguenza ruoli influenti presso ambienti di potere come la corte stessa, basti pensare ad esempio alla sacerdotessa del santuario di Ise, tempio più importante del paese dedicato alla dea Amaterasu, cui veniva mandata una donna di famiglia imperiale per fare da tramite tra la corte e il divino.
A causa di questo loro potere di medium erano anche in grado di farsi impossessare da spiriti viventi di persone che, seppur ancora in vita, covavano rancore verso altri causando loro malattie e sventure. In particolar modo questo potere ha giovato molto a Michinaga che poteva far leva sulla presunta esistenza di uno spirito vendicativo di Teishi per gettarla in cattiva luce. Chiama così a corte due sorelle, figlie della sciamana Miwa, Miwa no Ayame e Miwa no Kureha, mandando la seconda a essere una stretta dama di compagnia della stessa Teishi, affinché sappia tutti i segreti più intimi e personali di lei.
La coppia Teishi e Koben (il nome con cui era nota Kureha a corte) è un nucleo centrale nella vicenda rappresentando un’antitesi tematica importante. Le due vivono inizialmente un rapporto molto stretto di stima e fiducia reciproca, specialmente per Koben che nutre un’ammirazione intensa verso la sua padrona. Tuttavia, questo rapporto crolla e si trasforma in un odio rancoroso dettato dalla gelosia quando il compagno di Kureha, Yukikuni, si invaghisce di Teishi.
Teishi è una figura così di successo nel contesto cortigiano poiché incarna proprio ciò che la società giapponese del tempo si aspettava da una donna, ossia l’essere totalmente remissiva, di animo dolce, affascinante e con una competenza culturale spiccata. Koben d’altro canto è l’opposto di questo stereotipo, rappresentando una caratterizzazione più maschile: Kureha a differenza di Teishi cerca di imporre la sua agency nel corso della storia, andando contro l’aspettativa di passività, come evidenzia ad esempio la sua storia con Yukikuni dove lei mostra più volte un atteggiamento possessivo nei suoi confronti, o il suo rancore che prova verso Teishi. Koben proverà poi molta rabbia anche a fronte di aver scoperto che lei e sua sorella sono state usate a scopi politici a causa dei loro poteri sciamanici.

Le possessioni del romanzo sono tre e riguardano tutte il presunto spirito vivente vendicativo di Teishi: la prima riguarda Ayame che simula di venire posseduta da Teishi la quale avrebbe causato la malattia della madre dell’imperatore. La seconda vede vittima della presunta possessione è la stessa Koben che, in preda al rancore che covava per Teishi, incolpa la consorte di essere colpevole della malattia, questa volta di Shoshi, la sua avversaria. Infine l’ultima sembra essere l’unica vera possessione della vicenda e vede protagonista sempre Koben che però questa volta viene veramente posseduta dallo spirito di Teishi che, caduta in rovina a seguito del sospetto, ricorre a questo mezzo per ribadire la sua innocenza di fronte al suo amato imperatore. Infine Koben viene condannata per falsa possessione e infine togliersi la vita, mentre Teishi muore in seguito al suo terzo parto, indebolita e malata dopo tutte le vicissitudini.
Al di là della loro veridicità, le possessioni sono un elemento che merita una riflessione ulteriore nel contesto del periodo: le donne dell’epoca rivestivano dunque un ruolo estremamente e rigidamente codificato, oppresse e silenziate all’interno delle ali dei palazzi loro dedicate, isolate e confinate all’oscuro dal mondo esterno. In questo contesto oppressivo esistevano ben pochi metodi con cui una donna poteva far sentire la propria voce: attraverso la produzione letteraria ad esempio, ma più particolarmente con l’espediente delle possessioni. Il paranormale diviene uno stratagemma per dar voce e sfogo ai propri moti interiori repressi, essendo uno spazio privilegiato e svincolato dai canoni sociali dove l’animo della donna può essere finalmente libero. Tuttavia nonostante questa caratterizzazione liberatoria della possessione, nella vicenda del Namamiko nessuno dei personaggi femminili viene liberato. Le possessioni nel romanzo sono l’ennesimo mezzo con cui gli uomini – Michinaga in special modo – controllano le donne protagoniste della narrazione, dalle sorelle Ayame e Kureha alle consorti Teishi e Shoshi.
Una considerazione particolare va riservata allo stile e alla costruzione del romanzo. Il Namamiko Monogatari infatti è presentato come la trasposizione moderna di un manoscritto originale della tarda epoca Heian che la scrittrice dice di aver trovato nella biblioteca di suo padre da bambina e che ora sta trascrivendo a memoria. Su questa base Enchi Fumiko costruisce un intreccio su due livelli: da un lato ci sono i presunti passi originali del manoscritto che danno un tono cronachistico al romanzo, e dall’altro i commenti autoriali che spiegano e orientano il lettore all’interpretazione del monogatari. Il risultato è un’oscillazione costante tra storia e reinterpretazione, in cui ciò che sembra oggettivo viene messo in discussione dall’autrice e ciò che è superstizione e finzione viene presentato come veritiero dai passi del manoscritto.

Nella sua opera Enchi Fumiko mostra dunque come la memoria ufficiale censuri determinate voci, come quelle femminili – si pensi che molti dei protagonisti dei monogatari e delle narrazioni classiche sono uomini, o qualora non lo siano la prospettiva e i valori ruotano comunque attorno al mondo maschile – e utilizza il mezzo della filologia per dare visibilità e autonomia alle personalità tradizionalmente oscurate. Il Namamiko è quindi, nonostante non sia una fonte originale come dichiara di essere, uno spazio in cui le donne come Teishi, le miko, le cortigiane e tutto il mondo femminile ignorato nei secoli può e riesce a esprimersi, rivendicando la propria esistenza e i propri desideri.


