Giuseppe T. Gervasio: Oggi interprete, domani non si sa

Traducendo l’indicibile - parte 1
Là, dove germogliano i clitoridi.

Clitoride... che strana parola. Non capita spesso di usarla in conversazione – beh, a meno che non siate dei ginecologi, nel qual caso immagino che la sua pronuncia quotidiana a ripetizione potrebbe per voi raggiungere e superare l'efficacia di scioglilingua come i celeberrimi trentatré trentini – e secondo me non ha neanche un'assonanza onomatopeica con la parte anatomica che propone.

Potrebbe forse calzare a pennello come nome di insalata: “Mi scusi, sia gentile, sono a dieta, mi porterebbe una Clitoride poco condita e con tanto mais?”. Ancora meglio, potrebbe essere il nome ideale per l'attrazione di un parco divertimenti: “Papà, qui c'è il Clitoride più alto d'Italia, per scalarlo tutto la navetta ci mette un quarto d'ora, mi ci fai fare un giro?”. Scherzi a parte, è incredibile come nove lettere messe insieme possano farvi arrossire, o sorridere, o storcere il naso come alcuni di voi staranno facendo adesso dopo aver letto queste prime righe. Se al posto di clitoride avessi scritto ornitorinco non credo che avrei titillato i vostri pensieri in egual misura. Che cosa stupenda sono le parole: ne pronunci una e ti balena in mente l'immagine che il cervello codifica a partire dal suono emesso... forchetta, sedia, zaino... clitoride (!).

Che poi, chissà come mai -ride? No, beh, a quello forse ci arrivo anch'io: se fosse stato clitopiange avremmo avuto un declassamento emotivo non da poco. E, in realtà, è proprio di emozioni che voglio parlarvi.

Io sono interprete di lingua giapponese. “Interprete” è un parolone. Per dirla com'è, sono uno che per lavoro cerca un flusso di parole che riportate da una lingua a un'altra possano dare un'idea precisa all'ascoltatore di cosa stia dicendo un oratore proveniente dalla terra del sol levante. Quindici anni che faccio questo mestiere e non capisco ancora bene se questo abbia a che fare con l'atto dell'interpretare. Forse un po' sì... ma è di gran lunga più comprendere e parafrasare.

Pero adesso ditemi voi una cosa: clitoride come lo parafrasi?

Avete ragione, sto saltando i passaggi, ricomponiamo la cronologia dell'evento che voglio narrarvi. Correva l'anno 2008, era marzo, il periodo della festa della donna, io avevo comprato la Play Station 3 da circa due ore e mi ero messo d'accordo con amici di mezzo mondo per fare grandi tornei online con i giochi multi-player del momento. Ma squilla il telefono. Una docente universitaria – che poi sarebbe diventata una delle persone che più ammiro nella vita – mi chiama disperata perché a Udine stavano tenendo un evento culturale sulla letteratura giapponese al femminile, ma l'incomprensibile italiano dell'interprete aveva trasformato la prima serata in un fiasco. “Per favore, vieni ad aiutarci tu, perché abbiamo importanti ospiti dal Giappone e che gli spettatori si alzino e se ne vadano a metà evento perché l'interprete si limita a parlare con l'oratrice senza tradurre non mi va giù”. Il mio primo pensiero? È stato: “Cavoli, devo chiamare i miei amici e dirgli di aspettare tre giorni per poter iniziare a giocare insieme online” ...e ricevere da loro una serie di fantasiosi improperi in tre lingue! Ma non potevo dire di no. Letteratura: fantastico! Per una volta non dovrò tradurre di processi di liofilizzazione di principi attivi farmaceutici o di resistenza al rotolamento di copertoni, potrò tradurre cultura viva: letteratura! Ed è così che la seconda serata dell'evento di Udine si conclude in trionfo. La relatrice era un genio di umanità che sapeva sintetizzare la curiosità nei confronti della vita, della morte e del metafisico con frasi brevi che si concatenavano in una narrazione affascinante. Una cantastorie dell'intimo umano.

Ma il mio incontro verbale con il clitoride sarebbe avvenuto la sera seguente (è interessante notare come “verbale” e “orale” possano anche essere sinonimi, ma se qui avessi usato “orale” avrei trasformato una serata letteraria in un peep show). Arrivano non una, non due, ben tre scrittrici giapponesi. Tutte e tre bellissime, ognuna a modo suo. C'era H., dai capelli lunghi e neri, con un fisico mozzafiato che non lasciava trapelare un parto avuto pochi mesi prima; poi c'era A., alta e slanciata, con uno sguardo così penetrante da dover distogliere il mio per paura di essere scrutato fin dentro le viscere; e infine c'era J., che aveva la carnagione bianca di una bambola di ceramica giapponese così come ne avete viste solo nei film d'epoca.

Non c'è molto tempo per incontrarci prima dell'evento serale e preparare gli argomenti di cui parlare. Loro sono arrivate da pochissimo e dobbiamo uscire dall'albergo quasi subito. Scambiamo poche frasi e ci ritroviamo già seduti sul divano ben posizionato in mezzo al palco della sala di un cinema che contiene qualche centinaia di persone. Anzi, per essere precisi: sul divano al centro sedevano le tre scrittrici, sulle poltrone ai fianchi c'erano a destra la professoressa che mi aveva ingaggiato e a sinistra il traduttore italiano dei romanzi scritti dalle tre protagoniste della serata. Io seduto dietro il divano: una testa maschile che si staglia all'ombra di tre chiome corvine desiderose di fare conoscere il proprio pensiero a un pubblico italiano. Inizia H., che ha un incipit di toni forti, quasi violenti. La storia di una ragazza che allarga il proprio piercing alla lingua fino a volerne tranciare le estremità trasformandola in una lingua biforcuta. Tribalismo congenito? Autolesionismo? Tentativo veemente di sentirsi vivi? Una protagonista infastidita dal dover defecare nonostante la sua dieta sia a base di sola birra... le immagini emanate dalle descrizioni del suo romanzo hanno un riverbero lancinante. A. invece parte piano e poi accelera, a tutto gas. Parla di una ragazza che si prostituisce per trovare soldi in aiuto di un fratello minorato e non amato dai genitori. Scambiare il proprio corpo per denaro, darsi all'incesto per non fare sentire solo il sangue del proprio sangue, vivere in una città piena di gente che può essere tutta sbagliata... veleno, e forse antidoto, in dose unica.

E arriva così il turno di J.. Fino a quel momento, i discorsi erano tutti basati su una linea di comportamento che può essere più o meno condivisa come essere umano. J. non aveva aperto bocca ma adesso inizia a parlare. Con un filo di voce. Ma la fiochezza del suo tono non derivava dall'emozione: si capiva che si trovava a sua agio di fronte a un pubblico. Ha un'intonazione leggermente nasale, il che rinforza l'immagine di bambolina dolce. “Menomale che sta parlando al microfono – penso io – altrimenti anche se solo a due metri di distanza non riuscirei a sentirla...” “Aaah, che storie interessanti quelle delle colleghe qui accanto – dice lei, accennando un sorriso impenetrabile che se l'avesse visto Leonardo ai suoi tempi, oggi al Louvre avremmo una Gioconda con gli occhi a mandorla –, i miei romanzi invece non sono niente di tutto questo, non so neanche se si possa dire che abbiano lo stesso spessore. Sapete, la protagonista della mia storia è una ragazza, che non può più soddisfare il suo ragazzo sessualmente...”

Fino a quel momento in sala c'era sempre stato un leggerissimo brusio di fondo, ma appena io pronuncio la traduzione e vocalizzo la parola “sessualmente”, come qualunque folla che si rispetti, inizia un silenzio tombale prodigo di agguerritissima attenzione... perché probabilmente nelle loro teste stanno già iniziando le visioni associative delle proprie parti intime o di quelle degli altri che hanno avuto la fortuna o il dispiacere di vedere. Fatto sta che non vola una mosca. “...non può più fare sesso perché le hatsuga il clitoride”, conclude lei. Qui il mio cervello dà origine a un flusso di coscienza talmente veloce da arrivare all'inferno dell'interprete e risalire indietro in meno di un baleno: “Aspetta, aspetta, aspetta... ha detto hatsuga? Com'è possibile? Hatsuga? Cioè? In realtà era un vegetale? L'unico hatsuga che conosco è scritto con hatsu, “originare”, e ga, “bocciolo”, quindi: germogliare... ma i clitoridi non germogliano! Non che io sappia almeno! Sta facendo una battuta all'italiana sapendo che quella zona la chiamiamo anche “patata”? O mio dio! Magari è il nome di una di quelle nuove malattie a trasmissione sessuale... o forse è solo un neologismo slang per dire che le si è gonfiato come una zampogna! Porco clitoride, guarda quanta gente che ho davanti, è già mezzo secondo che ci sto pensando, dovrò cercare di recuperare con una schiarita di voce o quantomeno con un avverbio molto lungo per prendere tempo... 'zzo faccio però? Traduco letteralmente!? E se poi c'è qualcuno che ha letto la traduzione italiana e si alza e viene sul palco per sputarmi in un occhio?...”

Ma il clitoride vede e provvede. No, in realtà non è il clitoride, è quel sant'uomo del traduttore del romanzo che vedo nel tentativo di acchiappare il mio sguardo alla Carfagna perché vuole comunicarmi qualcosa. Sì, mi sta proprio fissando... e annuisce con aria di chi sa che cosa sto passando... no, no, anzi... sta annuendo perché sa cosa sto pensando e mi vuole dire di non avere timore! Bene, prepariamoci. Mi schiarisco la voce e la abbasso, di modo che il mio tono baritonale diventi quello di un basso e... “La protagonista del mio romanzo non può più avere rapporti sessuali perché le germoglia il clitoride”. Il contenuto del resto della serata lo ometto perché vi ho già tediato abbastanza con questo mio blaterare da blogger in erba, ma sapete com'è, questa è la prima volta che esprimo una delle mie esperienze ai confini dell'indicibile con il pubblico.

Come? Siete curiosi di sapere come l'hanno presa gli spettatori? Va bene! Beh, subito dopo l'immagine del clitoride che si schiude – nella fantasia di alcuni producendo petali e in quella di altri, chissà, producendo tentacoli – gli spettatori sono rimasti ad ascoltare inerti, privi di forza, come fossero biglie lanciate sulla sabbia. Però quella era la loro sfera corporea, perché nella realtà dei fatti gli sguardi di tutti – oh, ma proprio tutti! – erano affascinati dalla visione di una vita parallela che ti isoli dagli altri per ragioni apparentemente a te sconosciute e a cui poter dare la colpa. E il viaggio per sceverare quelle ragioni a volte è più duro della permanenza nella stasi che ci dà sicurezza con rapporti non ininterrotti. E anch'io mi ‘non ininterrompo’ qui, seppur in attesa di scrivervi ancora. Ma forse dovrei concludere con una massima che condensi con la saggezza popolare i contenuti descritti. Ne ho una perfetta: è meglio un uovo infecondo oggi o un clitoride germogliato domani? Ma soprattutto: sapete dire cinque volta di fila senza incespicare: tre clitoridi contro tre clitoridi?

 

Giuseppe Gervasio, laureato in Lingue e Letterature Orientali all'Università di Venezia e diplomato in Lingua e Cultura Giapponese all'Università di Tsukuba, da quindici anni si occupa a livello professionale di interpretariato e traduzione dal giapponese e dall'inglese.
In passato ha già collaborato con NipPop, qui potete vederlo all'opera in veste di interprete per Hasegawa Junko durante il suo intervento a NipPop 2012:

 

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