Raccontare l’apocalisse nelle culture pop: Before The After – Narrative della catastrofe


Perché gli scenari post-apocalittici continuano ad affascinarci? Come è cambiato il modo di raccontare la catastrofe negli ultimi anni? Qual è il rapporto fra queste narrazioni e il nostro presente? Se volete saperne di più, non perdetevi l’incontro Before the After – Narrative della catastrofe, sabato 31 ottobre 2020 alle 10!

La rappresentazione della catastrofe non è certo un tema mai affrontato nella narrativa, che sia essa in forma letteraria, filmica o grafica. Il genere post-apocalittico ha da sempre riscosso un discreto successo, ma la sua popolarità e la sua diffusione sono andate aumentando in modo esponenziale negli ultimi anni, riuscendo anche a uscire dalla sfera ristretta della letteratura di genere e della hard science fiction.

Aniara”, Pella Kågerman e Hugo Lilja , 2018 

A cosa è dovuto questo rapido cambiamento? Cosa è cambiato? È facile cadere nel millenarismo quando si tenta di rispondere a queste domande, ma una risposta più razionale c’è: la ragione dell’enorme successo degli immaginari post-apocalittici sembra essere il sempre minore scarto tra il tempo vissuto e il tempo della catastrofe.

Catastrofi ambientali, nucleari, pandemie: quello che fino a qualche anno fa ci sembrava ancora relegato a un futuro distante è diventato sempre più vicino e sempre più presente nel nostro quotidiano. Se prima i media che ruotavano attorno a un’apocalisse immaginata fungevano da monito per le generazioni future, ora queste stesse rappresentazioni sembrano far parte in realtà di un “futuro-presente” da cui non possiamo scappare.

“The 100”, The CW, 2014-2020 

Per effetto di questa contrazione temporale, le narrazioni escono quindi dal campo specifico della fantascienza per confluire nello spazio che recentemente Fabio Deotto ha definito del “realismo aumentato”.

È a questi temi che il nucleo di ricerca Power To The Pop dell’Università di Bologna, in collaborazione con il Centro Dipartimentale di Ricerca sull’Utopia, dedica questo incontro speciale, organizzato all’interno della rassegna I Sabati del LILEC. L’incontro si inserisce in un progetto che si propone di indagare i nuovi immaginari per decostruirli da un lato e dall’altro permettere di pensare un “dopo” che si configura come sempre più ineluttabile.

Le tipologie di medium narrativi analizzati sono molteplici, ma si parte sempre dal presupposto che le fiction (in tutte le loro forme) non solo rivendicano un ruolo fondamentale nel panorama narrativo-rappresentativo della catastrofe ma, per la loro lungimiranza, si presentano come frutto dell’apocalisse intesa nel suo originario significato di “disvelamento, rivelazione”.

“Training Humans”, Kate Crawford & Trevor Paglen, Fondazione Prada, 2020 

Sono tre gli assi che si incroceranno nei diversi interventi. Si parte dal “Narrare la catastrofe in letteratura”, che prende spunto dalla più recente e innovativa teoria critica sul tema dell’apocalisse e della catastrofe e si rivolgerà innanzitutto alla cultura anglosassone, per poi dedicarsi a quella giapponese. In particolare si rifletterà su come i traumi che hanno segnato la nostra storia più recente abbiano innescato non solo un nuovo dibattito sul valore della letteratura come memento e testimonianza, ma anche un nuovo boom della narrativa della catastrofe.

Il secondo asse è “La catastrofe nel cinema e nelle serie TV”: un focus che parte dalla revisione degli immaginari post-apocalittici nei diversi contesti socio-culturali, per poi rivolgersi in particolare al mondo delle serie TV. È questo un medium che ha conosciuto un vero e proprio boom di popolarità negli ultimi anni e che ha inoltre subito una rivoluzione sotto il profilo narrativo e tematico, grazie anche allo sviluppo dei canali satellitari e delle piattaforme streaming a pagamento. Le serie TV prodotte da pay-tv, infatti, non mirano a un pubblico il più ampio possibile, bensì a creare un valore aggiunto che convinca lo spettatore ad abbonarsi. Si tratta quindi di prodotti concepiti per una nicchia – che si amplierà solo sul lungo periodo – e pertanto più disponibili ad accogliere suggestioni e a esplorare tematiche e modi narrativi lontani dal mainstream.

Infine, l’ultimo punto di vista che verrà approfondito è “La catastrofe nella graphic novel”, anche questo una forma di narrativa che solo di recente ha assunto un ruolo di primo piano. Ciò è particolarmente vero nel caso del racconto dell’apocalisse di matrice fantascientifica, un genere che storicamente ha avuto un rapporto molto stretto con il medium visuale (cioè con fumetti, visual novel, animazione). Si inizierà quindi con una riflessione sulla rappresentazione del mondo post-apocalittico nella fantascienza classica, per poi analizzarne la riproposizione e la ri-attualizzazione in termini di modelli, topoi e immaginari in alcune produzioni recenti, per esempio Snowpiercer, che tematizza la lotta per la sopravvivenza dopo una catastrofe climatica (topic di assoluta attualità), o The Walking Dead, il celebre survival horror statunitense che è diventato un popolare franchise.

“The Walking Dead”, Robert Kirkman, Image Comics, 2003 

Durante l’incontro interverranno Edoardo Balletta, Paola Scrolavezza, Gino Scatasta, Rita Monticelli, Veronica De Pieri, e Francesco Cattani.

In rispetto delle norme di sicurezza dovute all’emergenza sanitaria in corso, la conferenza si terrà in modalità telematica attraverso la piattaforma Teams. Collegatevi qui sabato 31 ottobre 2020 alle ore 10:00 per partecipare!

Ecco qui il programma degli interventi:

Prima parte:

Edoardo Balletta

Introduzione

Rita Monticelli e Paola Scrolavezza

Time Oddity: fra narrativa distopica e New Humanities

In un discorso che prende le mosse dalla constatazione che oggi le catastrofi sembrano essere non più fissate in un futuro remoto (a mo’ di monito, come nella fantascienza classica) ma parte di un futuro-presente, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (1985) e il collaterale Ragazze elettriche di Naomi Alderman (2016) rappresentano un esempio perfetto di quelle narrazioni fortemente ancorate al presente, dove gli elementi di stranezza sortiscono l’effetto di rivelare aspetti della realtà impossibili da distinguere con un’angolazione tradizionale, delle quali parla Fabio Deotto. Non solo entrambi i romanzi presentano scenari distopici conseguenti a mai esplicitate catastrofi, ma laddove condividono il tratto della fluidificazione dei piani temporali e la confusione dei confini fra passato/presente/futuro costruiscono mondi che più che la fantascienza (genere al quale spesso vengono ascritti) richiamano la realtà non più piana ma ‘proiettata’ di cui parlava già Evgenij Zamjatin. Non solo, ma in particolare Il racconto dell’ancella, dal romanzo al cinema, dalla serie tv al graphic novel, entra nella realtà a un diverso livello, modificandola, come un prodotto multimediale/transmediale che ha sollecitato diversi ambiti culturali, sociali e politici (e lo stesso romanzo della Alderman è frutto di tali sollecitazioni). La serie tv, in particolare, ha creato ‘comunità’ e affiliazioni e ha ispirato movimenti sociali trasversali e globali anche in risposta alle (possibili) catastrofi che potrebbero attenderci. Il nostro contributo si incentrerà sulle traduzioni, produzioni visuali, e appropriazioni di Il racconto dell’ancella come prodotto transmediale, ma farà riferimento anche ad altre produzioni mediatiche che hanno ispirato reazioni in diverse collettività. In questo senso il nostro intervento vuole inserirsi nel discorso esemplificativo del valore socio-culturale delle New Humanities nell’era digitale a livello di inclusione sociale, attivismo globale e risposta/soluzione a futuri sostenibili.

The Handmaid’s Tale”, Hulu, 2017

Francesco Cattani

“There is no protection from mankind”: decostruzione, ri-costruzione e sostenibilità dell'umano

A partire dal film Aniara dei registi Pella Kågerman e Hugo Lilja, che racconta le vicende di un gruppo di persone in fuga da un pianeta Terra divenuto invivibile a seguito di una catastrofe ambientale, questo intervento si propone come una piccola mappatura trasversale di alcuni testi prodotti tra il 2018 e il 2019 in cui l'umano si confronta con la "macchina" - come intelligenza artificiale o androide.

In essi disastri ambientali, crisi economiche e conflitti annunciati portano a una riflessione sulla costruzione/ri-costruzione della comunità, a una re-visione di ciò che è umano e al superamento dell'uomo come misura: una messa in discussione della sostenibilità di un futuro che sia umano e antropocentrico. Oltre al film Aniara, testi di riferimento saranno la mostra presentata alla Fondazione Prada Training Humans , i romanzi Machines like Me di Ian McEwan eFrankissstein: A Love Story di Jeanette Winterson e la serie tv Years and Years.

“Years and Years”, BBC , 2019 

Spazio domande

Seconda parte:

Edoardo Balletta

Si parte e si torna insieme? Pensare la catastrofe oltre l’individuo

Come è stato più volte sottolineato dalla critica, il racconto della catastrofe ha – dal punto di vista strutturale – essenzialmente due possibilità di sviluppo: la solidarietà collettiva o la lotta per la sopravvivenza individuale; da un lato la narrazione sfocerebbe nell’utopia, mentre dall’altro nella distopia. A partire da questa premessa si cercherà di seguire un percorso nell’ambito della produzione culturale popolare contemporanea (in particolare fumetto e serie tv), per riflettere sul perché il modello ‘individualista’ tenda ad avere la meglio su quello pro-sociale della solidarietà collettiva. Sebbene infatti quest’ultimo modello fosse relativamente diffuso fino alla seconda metà del XX secolo (per esempio nell’Eternauta dell’argentino H.G. Oesterheld), in tempi più recenti e sempre più spesso le narrazioni ‘individualistiche’ sembrano avere il sopravvento. Al di là delle ragioni intrinseche attinenti al funzionamento strutturale del racconto catastrofico, questa predominanza mette a nudo l’inconsistenza politica del discorso catastrofico che, partendo da un atteggiamento critico nei confronti dell’esistente e dei suoi possibili sviluppi, finisce per cadere nella logica dell’ homo homini lupus, sconfinando quindi in un immaginario implicitamente reazionario (per es. in Snowpiercer - fumetto e serie tv -, The 100, 3%, To the lake).

 “Snowpiercer”, TNT , 2020 

Gino Scatasta

Apocalissi a fumetti fra bikers e psichedelia

Le apocalissi a fumetti in lingua inglese (o francese) sono strettamente collegate a un immaginario cinematografico o televisivo, con una serie di intrecci interessanti e di restituzioni di immagini straniate in medium diversi. È interessante come si passi intorno agli anni Settanta da un immaginario rurale a un immaginario urbano per poi tornare negli anni più recenti di nuovo a una prevalenza del mondo naturale in un'ottica survivalista: l'approccio ecologico ha avuto indubbiamente un ruolo importante in passato nelle narrazioni apocalittiche fantascientifiche, in particolare nella fantascienza inglese degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, e ora sta tornando anche nel fumetto, con l'implicita convinzione che la Terra si sia ribellata a uno sfruttamento umano indiscriminato. Negli anni Settanta, dopo le crisi urbane seguite al black-out del 1977, gli scenari urbani divennero più diffusi, fondendo elementi di rivolta sociale con paure di crolli della civiltà. C'è infine un interessante caso, quello dell'inglese Alan Moore, che usa spesso l'apocalisse o le catastrofi nelle sue opere, ma con fini completamente diversi, più vicini a modelli letterari come quelli offerti da William Blake o dalla cultura psichedelica.

Veronica De Pieri

Impermanenza e resilienza in L’impassibile divinità planò dall’alto di Shiga Izumi

L’incidente nucleare di Fukushima Daiichi occorso a seguito del disastro naturale dell’11 marzo 2011 in Giappone ha visto una lunga serie di trasposizioni in chiave distopica dell’immaginario post-catastrofe. Tale proliferazione artistica è forse da imputare a quella che l’autrice Tawada Yōko ha definito “angoscia sovradimensionata”, un elemento emozionale disturbante superato solo ponendo notevole distanza tra l’occhio dell’osservatore contemporaneo e la costruzione di immaginari apocalittici futuribili. Shiga Izumi, autore originario delle zone evacuate nelle vicinanze della centrale nucleare, riporta però il futuro apocalittico alla dimensione evenemenziale dell’11 marzo: il futuro è già presente. Nel suo L’impassibile divinità planò dall’alto i protagonisti danno voce ad un presente precario, mutevole, incerto, dominato dal concetto buddhista di mujō, a definire il carattere impermanente e perituro della realtà in cui viviamo. È a partire da questa precarietà che si sviluppa la natura resiliente dei protagonisti chiamati ad affrontare oggi quella frammentazione sociale e quel terrore da contaminazione radioattiva che il Giappone aveva già esperito con il doppio bombardamento atomico.

BEFORE THE AFTER: NARRATIVE DELLA CATASTROFE

Sabato 31 ottobre 2020 ore 10 - Join the Teams meeting! 

 

  • 1
  • 2