NipPop meets Giuseppe Gervasio - After Murakami


Ancora entusiasta dell’incontro con Murakami Haruki di venerdì 11 ottobre 2019, quando lo scrittore è venuto ad Alba a ritirare il premio Lattes Grinzane – sezione La Quercia, lo Staff di NipPop ha intervistato l’altra voce italiana del celebre romanziere giapponese, la sua voce parlata in occasione del grande evento: Giuseppe Gervasio.

Giuseppe Gervasio è il primo socio riconosciuto da Assointerpeti (Associazione Nazionale Interpreti di Conferenza Professionisti) per la combinazione linguistica giapponese-italiano e cura servizi di interpretariato che spaziano dall’arte alla farmacologia, dalla moda alle auto sportive, fino agli incontri internazionali tra capi di stato.

NipPop: Caro Giuseppe, Murakami Haruki si è reso conto del grande onore che gli hai fatto ad accettare di essere il suo interprete in occasione del conferimento del premio Lattes Grinzane, sezione La Quercia?

Giuseppe Gervasio: L’onore ovviamente era tutto mio. Ho ricevuto la comunicazione dell’incarico da parte della fondazione Bottari Lattes vari mesi fa: l’entusiasmo, la gioia e un ovviamente fortissimo sentimento di deferenza nei suoi confronti, crescevano di giorno in giorno. Qualunque lavoro io stessi facendo, nella mia mente c’era sempre l’eco del fatto che a ottobre avrei avuto l’opportunità di incontrare questo enorme scrittore. Ed enorme non semplicemente per ciò che scrive o come lo scrive, ma anche per ciò che non scrive e come non lo scrive. Murakami Haruki è uno scrittore profondamente giapponese che pure è affascinato dal resto del mondo, e riesce a condensare tanto in certe parole non dette, in certe frasi non necessariamente terminate. Quando leggo i suoi romanzi mi ritrovo a pensare a ciò che in quelle storie avrebbe potuto essere scritto ma – volontariamente – non è stato scritto, di modo che alla fine ci potesse essere una sorta di riverbero nel cuore di ciascuno. E questa è una cosa importante. Perché senza dubbio un romanzo può essere bello quando descrive tutto in maniera impeccabile e al lettore resta solo di immaginare un luogo o un altro. Per me tuttavia è molto più bello quando ti dà l’opportunità di declinare la storia a seconda del verbo del tuo cuore. Ecco, questa è una cosa che trovo molto, molto importante. Quindi vi ringrazio delle parole gentili, ma no, l’onore è stato assolutamente tutto mio.

NipPop: Sappiamo che per la tua tesi di laurea avevi tradotto in italiano Kaze no uta o kike proprio di Murakami Haruki (in Italia è stato tradotto da A. Pastore per i tipi di Einaudi, nel volume pubblicato con il titolo Vento e Flipper). Com’è stato incontrare di persona l’autore che hai studiato e amato? Sei riuscito a chiedergli qualcosa?

G.G.: Esattamente. Per la mia tesi di laurea in Italia ho proposto la traduzione del suo romanzo d’esordio: mi interessava molto cimentarmi nel lavoro di traduzione, mentre la scelta del libro accadde quasi per caso. Un giorno del 1998 stavo pedalando per le strade di Tsukuba, la città dove risiedeva la mia università giapponese, quando mi sono imbattuto in una libreria gigantesca che mi aveva attratto per una precisa ragione: un grande cartello con scritto hon, libri, che non si poteva evitare di notare neanche volendo! Probabilmente lo vedevano persino dalla stazione spaziale internazionale! E il primo libro nel quale mi sono imbattuto al suo interno è stato proprio Kaze no uta wo kike. Era piuttosto sottile, e sfogliandolo mi è sembrato non presentasse kanji troppo complessi: mi sono convinto che avrei potuto leggerlo e ho pensato di acquistarlo, e solo in quel momento ho notato che era firmato Murakami Haruki – in quel periodo erano lui e Yoshimoto Banana gli autori del momento anche in Italia. Un incontro fatale a cui è seguito, anni dopo, un incontro dal vivo. Con Murakami Haruki ci siamo incontrati nel bellissimo albergo dove soggiornavamo. In cima a una torre che dominava una bellissima vallata di vigneti e la città di Monforte d’Alba, gli ho riassunto come sono approdato alla sua letteratura e come abbia scelto il suo romanzo d’esordio come argomento di tesi. E mentre parlavamo del più e del meno gli ho allungato la copia acquistata proprio nel lontano 1998: era divelta e piena di annotazioni grammaticali e altro, scritte a matita, numeri di telefono che neanche più so a chi appartengano, indirizzi e-mail di persone dell’università, ma volevo che lui mi autografasse proprio quella.

NipPop: Qual è stato il momento della serata che pensi ricorderai di più? 

G.G.: Immaginate un cuoco nel momento in cui gli vengono fatte le congratulazioni per il piatto che ha ideato e cucinato; immaginate un artista che ricevere un applauso un attimo dopo aver svelato la sua nuova opera; immaginate un meccanico che riesce a mettere perfettamente a punto un motore a dodici cilindri particolarmente complicato: quando queste persone ricevono le congratulazioni, se a omaggiarli di tali parole è qualcuno di particolarmente importante, la gioia si decuplica, anzi di più, aumenta in maniera esponenziale, verso l’infinito. Ecco, di quella serata ricorderò il momento in cui, alla fine della lectio, mentre abbandoniamo il palco, Murakami Haruki si è voltato verso di me. Non avevamo nemmeno raggiunto le quinte, quando lui si è carinamente girato verso di me e, indirizzandosi proprio a me, pronunciando proprio il mio nome, “Giuseppe”, ha continuato: “È andata molto bene, ti ringrazio”. Ecco, in quel momento mi sono sciolto. Perché per questo incontro, come del resto per tutti gli altri lavori, mi sono molto, molto preparato. Lui lo ha capito, perché durante la conversazione abbiamo avuto modo di scambiare vari passaggi. Durante tutto l’incontro ho cercato di dare il mille per cento, perché Murakami merita il mille per cento. E il fatto che le circa novecento persone presenti abbiano avuto modo di ascoltare il discorso di Murakami attraverso non solo la mia voce, ma anche le mie scelte linguistiche, è stato emozionante. Perché ogni scelta era frutto di quello che io ho percepito e di come io avrei tradotto quelle parole, interpretando quello che è il personaggio di Murakami, interpretando il suo modo di scrivere in giapponese finora… Perché comunque le sue opere le ho sempre lette in lingua originale. So che i traduttori ovviamente hanno lavorato in maniera encomiabile, e l’amore nei suoi confronti da parte dei lettori italiani ne è la prova inconfutabile. Nel mio caso ho cercato di immedesimarmi in Murakami Haruki pensando alle sue scelte linguistiche, poiché il linguaggio parlato durante un’interpretazione simultanea differisce dal linguaggio scritto. E così, mi sono trovato a pensare: se io fossi Murakami Haruki, quale linguaggio utilizzerei? Per me, questo elemento è stato molto importante. Tutto questo rimarrà per me un ricordo indelebile della mia vita professionale e di essere umano.

NipPop: Prima di Murakami Haruki avevi già avuto l’onore di essere l’interprete di altri illustri personaggi, tra cui Shinzō Abe. Come hai vissuto le due esperienze?

G.G.: Quest’anno, in effetti, ho lavorato come interprete per l’incontro tra i Primi Ministri Giuseppe Conte e Shinzō Abe ad aprile, poi c’è stato il regista Palma d’Oro Kore’eda a settembre per la mostra del cinema di Venezia, e adesso Murakami Haruki per il premio Bottari Lattes. Che dire? È stato davvero un anno costellato di grandi personaggi. Io percepisco contemporaneamente un forte senso di lusinga e una certa pressione, poiché è importante riprodurre per ognuna di queste figure un eloquio che sia coerente al loro linguaggio. Queste esperienze sono sempre molto diverse perché richiedono uno studio diverso, e si tratta di volta in volta di livelli linguistici distinti e separati: uno è il linguaggio della politica, uno è il linguaggio del cinema e uno è il linguaggio della letteratura. Il primo vuole essere un linguaggio che governa i popoli, il secondo uno che affascina visivamente e l’ultimo uno che affascina tramite segni e lettere. E tutte queste esperienze hanno me come elemento comune. Le ho vissute tutte con grande emozione, un’emozione che trattengo sempre al massimo, fino a quando non ritorno nella mia camera d’albergo e allora lì riesco finalmente a digerire tutto. Ogni volta so di dover essere il più preciso possibile pur con la consapevolezza di non poterlo mai essere al cento per cento, poiché il giapponese è una lingua così diversa dall’italiano o dall’inglese… E quando so di non poterlo essere, cerco di ricreare la frase di partenza in modo da avvicinare lo stato d’animo di chi riceve le mie parole il più possibile allo stato d’animo di chi ascolta l’originale giapponese.

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