NipPop @FEFF20 con il cast di One Cut of the Dead


NipPop al Far East Film Festival 2018 incontra gli artisti che hanno dato vita a uno dei film rivelazione dell’edizione del ventennale, One Cut of the Dead (Kamera wo tomeru na - カメラを止めるな): il regista Ueda Shinichirō e gli interpreti Osawa Shinichirō, Takehara Yoshiko e Yoshida Miki.

NipPop: La prima domanda è per il regista: ci piacerebbe sapere cosa lo ha spinto a dirigere un film sugli zombie e se questa decisione è stata in qualche modo influenzata dal recente successo di serie come The Walking Dead. Inoltre, vorremmo chiederle come i film horror appartenenti a questo filone sono recepiti in Giappone: hanno successo? Cosa ne pensa il pubblico?
Ueda Shinichirō: In realtà non ho scelto gli zombie perché sono particolarmente di moda o molto popolari in Giappone. Tre anni fa in un piccolo teatro ho assistito a uno spettacolo con una struttura particolare: nella prima ora sul palco veniva raccontato un assassinio, un giallo con molta suspense (però di serie B). Poi, dopo i ringraziamenti degli attori, calava il sipario, e subito dopo iniziava la seconda parte della pièce, nella quale veniva raccontato il retroscena della prima parte. Sono rimasto molto impressionato da questo spettacolo, e ho deciso di ri-usarne e adattarne la struttura. In realtà, nello spettacolo che ho visto gli zombie erano totalmente assenti, la trama si basava solo su un assassinio. Io invece ho deciso di aggiungere alla storia i morti viventi perché mi sembravano un elemento capace di arricchire il progetto sia di un lato horror sia di un lato comico. Quindi la parte horror della trama l’ho aggiunta io, ma la struttura del film è ispirata a quello spettacolo. Dopo averlo visto ho desiderato per tanto tempo dirigere un film che ne ricalcasse le caratteristiche, e, nonostante i tanti ostacoli, alla fine ci sono riuscito!

NipPop: A proposito della particolare struttura del film, che vede una storia nella storia: è stato complicato realizzarla dal punto di vista tecnico? E perché ha scelto proprio il piano sequenza viste le differenze tra teatro e cinema, ad esempio per quel che riguarda le inquadrature?
Ueda Shinichirō: Ci sono state tantissime difficoltà! Forse guardando il film, a prima vista è difficile capire quanto sia complicato un progetto del genere, ma già quando ho scritto la sceneggiatura e l’ho mostrata agli attori anche loro hanno avuto problemi a capire come procedevano le diverse storie. Questo perché nel copione è difficile definire con precisione le diverse interpretazioni, tanto più che molti di loro interpretano ruoli doppi. La difficoltà maggiore è stata, una volta conclusa la ripresa unica in piano sequenza, dover ricostruire quello che era successo. Nella ripresa finale ci sono eventi e incidenti calcolati già a livello di sceneggiatura, ma anche altri non calcolati. Per esempio, c’è un momento in cui il sangue schizza sull’obiettivo e il cameraman lo ripulisce sul momento: quello era un incidente non voluto. Ma una volta che nel piano sequenza è risultato del sangue sull’obiettivo, abbiamo dovuto ripetere questo incidente anche nella ricostruzione della seconda parte. E così è stato per tutti i giorni di lavorazione: ho dovuto riscrivere continuamente la sceneggiatura sul momento.

NipPop: Lei si ritrova nel personaggio del regista? Cioè un regista per cui è più importante realizzare un bel film, un film fatto bene, piuttosto che preservare l’incolumità dei propri attori?
Ueda Shinichirō: Forse qui è meglio che non sia io a rispondere, ma gli attori (ride). Com’è il vero regista?
Takehara Yoshiko: Ueda non è come il regista del film, è al contrario molto gentile. L’idea di realizzare la pellicola è nata durante un workshop di recitazione e regia, quindi siamo stati per tre mesi a stretto contatto. Durante questi tre mesi di lavoro, se ad esempio capitava il compleanno di qualcuno di noi, ci faceva sempre qualche sorpresa. E’ davvero molto diverso!
Ueda Shinichirō: Come ho detto anche prima, ho dovuto riscrivere molte volte la sceneggiatura, e quindi, dovendo ricostruire da zero alcune scene, ne abbiamo sempre discusso tutti insieme e si è creato un forte legame tra tutto il cast.
Takehara Yoshiko: Poi, una volta terminate le riprese, ha scritto a tutti una lettera, e, visto che sua moglie è una illustratrice di anime e manga, le ha fatto disegnare per noi delle illustrazioni personalizzate che ci ha inviato insieme alla lettera. È una persona molto gentile, tratta benissimo gli attori.

NipPop: Com’è stato recepito questo film in Giappone?
Ueda Shinichirō: In Giappone è stato proiettato solo 8 volte fino ad ora, però in ogni proiezione ha avuto successo. Da noi tradizionalmente gli spettatori non ridono apertamente come in Italia, però si sentiva comunque qualche risata o commento dal pubblico. Si vede quindi che alla gente piace, e io ne sono molto contento!

NipPop: One Cut of the Dead è una produzione indipendente, e quindi è stato girato con un budget decisamente ridotto. Pensate che il fatto di avere meno risorse abbia contribuito a farvi dare il meglio? O forse un budget più alto avrebbe portato alla realizzazione di un film diverso?
Ueda Shinichirō: Il vantaggio di avere avuto un budget limitato è che, non essendo un film “commerciale”, ho avuto più tempo per lavorarci, visto che non avevo una scadenza perentoria fissata da una compagnia. Quindi ho potuto riscrivere e riprovare le scene molte volte. Inoltre, anche dal punto di vista degli attori, se fosse stato un film ad ampio budget sarebbe stato poi complicato riuscire a riunire tutti per un lasso di tempo molto lungo. Così invece abbiamo avuto la possibilità di costruire il film tutti insieme senza pensare troppo a una scadenza. D’altro canto, se avessimo avuto un budget alto, avremmo potuto utilizzare il CGI (computer grafica) in alcune scene con gli zombie, forse anche nella scena finale con la piramide umana. Ma penso che utilizzando queste tecniche avanzate avrei perso una parte della bellezza del film, perché si tratta di una storia costruita soprattutto attorno a persone come tutti noi, non eroi o eroine, ma persone normali, anzi forse persone al di sotto della media, che comunque cercano di creare qualcosa. Alla fine sono molto contento del risultato.
Uno degli svantaggi dell’avere poche risorse è stato dover girare il film in soli otto giorni, anche se avevamo fatto comunque molte prove. E poi, per esempio, ho dovuto creare io i costumi di scena tingendoli con del sangue finto e facendoli asciugare sul mio terrazzo… ho fatto tutto da solo! (ride) Può sembrare uno svantaggio: con un budget più alto avremmo avuto delle costumiste a cui avrei affidato il lavoro, ma alla fine sono stato contento di averlo fatto io.
Inoltre non avevamo molte persone nello staff. Ricordate il personaggio dello zombie interpretato da un attore ubriaco? Durante la ripresa a un certo punto da un campo vicino ha iniziato ad arrivare del fumo, e abbiamo dovuto interrompere. Visto che non avevamo un vero e proprio staff, abbiamo mandato lo zombie ubriaco a chiedere ai vicini di smettere di bruciare spazzatura e fare fumo: visto come era truccato e vestito, hanno smesso immediatamente e siamo riusciti ad andare avanti! (ride)
Yoshida Miki: In realtà, quando il co-regista ha visto il fumo ha chiesto a me di andare vedere quale fosse la causa. Io non ho un ruolo nella parte con gli zombie, e quindi, visto che ero meno occupata degli altri, sono andata subito. Nel campo accanto c’era un uomo anziano di circa 80 anni che stava bruciando della spazzatura, e, quando gli ho gentilmente chiesto di smettere, ha risposto: “Eh? Non me ne frega niente se state girando un film!”. Visto che non aveva funzionato, il regista ha deciso di mandare lo zombie ubriaco per far vedere cosa stavano girando. E l’uomo, spaventato, ha smesso subito e abbiamo potuto continuare a girare.

NipPop: La prossima domanda è per gli attori: nella seconda parte del film, l’attrice che interpreta la truccatrice si immedesima fin troppo nei ruoli che le sono stati assegnati, e questo diventa un problema per tutto il gruppo. A voi è mai capitato di immedesimarvi troppo in alcuni personaggi? O è una cosa che non capita mai?
Osawa Shinichirō: No, a me non è mai capitato (ride).
Yoshida Miki: Qualche volta mi è capitato, ad esempio in scene in cui dovevo litigare con qualcuno, a volte con un perfetto sconosciuto... E quando ho rivisto le riprese, mi sono spaventata!
Takehara Yoshiko: Anche a me non è mai capitato. Per la mia parte in questo film ho dovuto interpretare solamente un ruolo, e il regista mi ha chiesto di essere completamente naturale. Perciò io sono così, come mi vedete nel film!

NipPop: Avete una scena preferita? O un momento in generale che portate nel cuore?
Ueda Shinichirō: Ah, ce ne sono tante, è difficile sceglierne una … Faccio un piccolo spoiler. Nei titoli di coda si vede il vero backstage di tutto il film ripreso da una telecamera Go-Pro che avevo attaccato al mio casco, quindi quelle immagini documentano tutto il processo di ripresa del vero piano sequenza del film. Quando vedo il video registrato dalla Go-Pro nei titoli di coda mi ritorna in mente tutto quello che ho fatto durante la lavorazione. C’è anche un momento in cui dopo una corsa il cameraman si ferma sdraiandosi a terra per una scena, e lo si vede bere due bicchieri d’acqua. Quella parte mi ricorda sempre l’estate caldissima in cui abbiamo girato il film.
Osawa Shinichirō: La scena che mi piace di più è quella della piramide umana, che non è mai riuscita se non nell’ultima ripresa. L’abbiamo provata tante volte anche il giorno prima, eppure l’unica volta che è riuscita è quella che avete visto. Finivamo sempre per cadere! E poi tutta la scena si svolge sul tetto della casa abbandonata dove è ambientato il film, quindi avevo paura di cadere giù, tutti avevamo paura, manco una volta ci era riuscita! E volevo dire a tutti: “Dai, non facciamola, tagliamo prima ...”, però alla fine non l’ho detto e ci siamo riusciti! Per questo questa scena mi piace, perché mi fa sentire soddisfatto.
Yoshida Miki: Non è davvero una scena in realtà... Visto che il budget era limitato, nonostante il mio ruolo di attrice, sono stata a stretto contatto con lo staff che si occupava del suono. Rivedere tutte quelle scene girate con la Go-Pro attaccata al casco nei titoli di coda, anche per me è stato molto commovente: è stato come ricordare i tre mesi in cui abbiamo lavorato insieme!
Takehara Yoshiko: La mia scena preferita è l’ultima prima dei titoli finali, dove tutta gli attori che fanno parte della troupe “finta” sono stesi sul materasso e sorridono soddisfatti per aver concluso le riprese. Quando vedo il sorriso di ognuno mi commuovo un sacco, quasi fino a piangere! Io ho interpretato il ruolo della produttrice, quindi ho partecipato alle riprese solo un giorno e in un set al chiuso, quindi non ho sudato o fatto cose faticose come gli altri attori più giovani! Però vedere quella scena del materasso con gli attori e lo staff che si sono impegnati tanto è davvero commovente. Mi viene sempre da piangere quando la guardo.

NipPop: Il “film dentro il film” è girato con una sola sequenza lunga. Ma in realtà quante riprese ci sono volute per terminare quella parte?
Ueda Shinichirō: Sei! Quattro volte siamo arrivati fino alla fine, due volte ci siamo dovuti fermare per problemi tecnici, ma comunque alla fine sei volte. Ad esempio, nella scena in cui il cameraman cade, per sbaglio ha schiacciato un bottone della telecamera e l’ha fermata. È stato un incidente, ma non ce ne siamo accorti e abbiamo continuato. Oppure un altro imprevisto: non abbiamo fatto in tempo a fare il make-up a uno degli zombie, perché eravamo indietro con i preparativi…