NipPop @FEFF20 con Giacomo Calorio

 


NipPop nel mezzo del Far East Film Festival ha incontrato Giacomo Calorio, esperto di cinema giapponese e autore di Horror dal Giappone e dal resto dell’Asia (Mondo Ignoto, 2005), Mondi che cadono. Il cinema di Kurosawa Kiyoshi (Il Castoro, 2007) e Toshirō Mifune (L’Epos, 2011).

NipPop: Giacomo, tu sei un esperto di cinema giapponese, e da tanti anni un assiduo frequentatore del FEFF. Quali sono le tue impressioni su questa edizione del ventennale finora?

Giacomo Calorio: La verità è che, quando si viene al FEFF, un po' già si sa quello che si trova: è un festival che ha mantenuto una coerenza negli anni, e quindi si sa che ci saranno giornate in cui magari non vede niente di bello, ma si sa anche che si troveranno delle sorprese. Quest'anno ad esempio, restando nel campo del cinema giapponese, ieri ho visto tre film interessanti. Quello di Yoshida Daihachi conferma il suo stile, ed è un buon film. Mentre Kazuya Shiraishi, rifacendosi al cinema di genere, propone un film di yakuza ‘sporco’, un tratto che si era un po' perso negli ultimi anni, anche nei nuovi maestri come Miike Takashi. E poi c'è stata la piccola sorpresa serale del film di zombie One Cut of the Dead, graditissimo al pubblico nonostante fosse iniziato oltre mezzanotte e mezza. Un piccolo film indipendente che può anche sembrare un po' un giocattolino, ma è ben fatto e ben congeniato, molto spassoso. Il pubblico del Far East, che è un festival del cinema popolare, è portato ad apprezzare queste cose, in modo particolare l'innovazione, e poi la simpatia e l’entusiasmo del cast.

NipPop: Il tema del festival quest'anno è “il cinema del futuro”. Tu cosa ne pensi? E come vedi il cinema giapponese del futuro? Anche alla luce delle nuove piattaforme di distribuzione e streaming come ad esempio Amazon e Netflix.

Giacomo Calorio: Io sono - almeno per il momento, perché potrei essere smentito - abbastanza scettico sul fatto che Amazon e Netflix possano avere un impatto veramente incisivo sul cinema giapponese. Il cinema giapponese già da un ventennio almeno, cioè dagli anni ‘90, non è più quello di una volta, basato sulle grandi imprese di produzione. Con gli anni hanno acquisito potere i distributori, legati a realtà come la televisione, insomma ad altre realtà produttive. Questa è un’ulteriore possibilità che si aggiunge però mi sembra che per ora a beneficiarne siano stati autori che erano già affermati, come Sono Sion, Hiroki Ryūichi e Kurosawa Kiyoshi. Comunque ben vengano possibilità in più: vedremo se questo cambierà il panorama cinematografico giapponese, che per il momento si è un po’ assestato sul sistema delle produzioni transmediali, quindi con una forte legame con l’ambito del manga, il che soffoca forse un po’ i piccoli produttori e registi indipendenti che cercano di emergere. Anche dalla selezione del Far East di quest’anno si vede che il manga è una presenza importante. Io spero che il cinema giapponese del futuro trovi anche qualche altra via.

NipPop: Il FEFF quest'anno ha portato molti registi emergenti, molte opere prime o seconde, però pochissimi giapponesi sono fra questi. Cosa pensi del fatto che tra i registi emergenti in concorso non ci sia neanche un artista giapponese? Quali sono i nomi che tu avresti voluto vedere qui a Udine?

Giacomo Calorio: La selezione del cinema giapponese rispecchia un po’ quella che è una consuetudina al FEFF ed è effettivamente coerente con la volontà di rimanere un festival popolare. La mancanza di registi giapponesi emergenti è probabilmente dovuta al fatto che i giovani faticano a emergere e ad avere successo, un successo ‘popolare’ all’interno della produzione giapponese attuale. Quindi penso che, al di là delle scelte selezionatori, il programma del FEFF20 sotto questo profilo rispecchi il panorama attuale. Ci sono un paio di emergenti, come il regista di One Cut of the Dead, e domani ci sarà un film, The Name, di un regista che ha realizzato comunque poche pellicole. Gli altri effettivamente sono tutti nomi magari non tra i più conosciuti a livello internazionale ma per gli spettatori del FEFF decisamente abituali.

Per quel che riguarda i nomi che avrei voluto vedere, non saprei dire. Gli emergenti si fa obiettivamente fatica a conoscerli proprio perché non hanno ancora fatto niente. Però ci sono dei nomi molto interessanti nel panorama giapponese, come Fukada Kōji per esempio. Il problema è che la maggior parte di loro ha già creato dei rapporti forti con festival più grandi, non più importanti ma d’altro tipo. Ad esempio Tomita Kazuya con Locarno, Fukada Kōji con Cannes. Perché fanno anche un tipo di cinema che non è da FEFF. Si viene qui per vedere i film di cassetta, per farsi un’idea, a parte la qualità, di quale sia il cinema giapponese che i giapponesi vanno a vedere, mentre i registi che ho menzionato penso siano più conosciuti nell’ambito della critica legata ai festival europei che non a livello di pubblico. Poi anche il FEFF fa delle concessioni al cinema d’autore ogni tanto, anche per ravvivare il programma, ma è un dato di fatto che registi di questo tipo li troviamo più altrove. Certo, qualche emergente in più non avrebbe guastato, bisogna vedere se ci sono!

NipPop: Hai sottolineato come il FEFF negli anni sia rimasto fedele alla sua formula, proponendo un cinema di massa e pop, di cassetta. Ma al di là di questo filo conduttore che si è mantenuto forte, come è cambiato secondo te il festival in questi anni? Se è cambiato, ovviamente.

Giacomo Calorio: Secondo me il festival, come contenitore, è rimasto più o meno lo stesso. Quelle che sono cambiate sono le cinematografie, e quindi anche la loro presenza all’interno della programmazione. Il caso più eclatante è quello del cinema cinese, molto cambiato rispetto agli inizi degli anni 2000: c’erano molto meno cinema di genere e molti meno generi. Per esempio il cinema cinese di fantascienza non me lo ricordo nei primi anni, e invece quest’anno c’era. Per non parlare dei bellissimi noir. Anche fra le cinematografie minori alcune sicuramente giocano un ruolo molto più rilevante. Certo già in passato c’erano il cinema filippino e tailandese, ma adesso decisamente di più. Per il resto continuano a dominare la scena Corea, Hong Kong e Giappone. E qui i cambiamenti dipendono molto dall’evolversi delle cinematografie: il cinema giapponese è cambiato rispetto a quindici anni fa, troviamo molte più commistioni tra cinema e manga per esempio. Penso siano almeno tre o quattro su dieci circa i film tratti dal manga. Sono un po’ cambiati anche i nuovi autori, perché magari qualcuno prima sconosciuto adesso è diventato più di massa, oppure è stato nobilitato e acquisito da festival più grandi. Ma ci sono anche acquisizioni importanti, come Kurosawa Kiyoshi: sono già due o tre anni che qui si trovano i suoi film.

NipPop: Per concludere ti propongo il gioco della torre: Tra i film giapponesi che hai visto finora quale è stato quello più interessante? E quello che secondo te si poteva evitare di portare al festival?

Giacomo Calorio: Forse il migliore che ho visto fino a ora - poi oggi vedremo cosa succede, e siamo solo a metà festival - è quello di Yoshida Daihachi, un autore che apprezzavo già per le sue opere precedenti. Magari non è un autore eclatante, ma comunque ha una sua chiarezza formale e stilistica. E poi è stato una sorpresa One Cut of the Dead, da cui francamente mi aspettavo pochissimo, e invece si è rivelato un film divertente, anche se molto ambizioso e un po’ velleitario. Ueda Shinichirō è un regista che potrebbe riservare delle sorprese in futuro.

Un film che avrei evitato, ma che forse è uno di quelli che ci si aspetta di trovare - anzi, se non li trovassimo non saremmo neanche soddisfatti del FEFF - è quello di Zeze Takahisa, regista formatosi nell’ambito del pinku eiga, il soft porn giapponese, un genere decisamente sperimentale, che ha realizzato questa volta un melodramma sentimentale decisamente fiacco. Ha qualche pregio, ma verso la fine lo spreca totalmente. Però immagino sia stato un grande successo in Giappone, quindi ha senso all’interno dell’offerta del festival!

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