NipPop @ FEFF18: The Inerasable

The inerasable (Zane – Sundeha ikenai heya 殘穢 -住んではいけない部屋) è stato presentato in prima europea al 18°Far East Film Festival di Udine nella giornata dedicata allo psycho-horror.

Motore degli avvenimenti è il kegare 穢れ (“impurità”): macchia, crogiuolo di essenze negative generate da un animo tormentato in seguito a fosche vicende. La macchia permane, permeando spazi, quali possono essere abitazioni o terreni, e condensandosi nell’inquietudine che ossessiona coloro che vengono a contatto con essa. Nel suo diffondersi quasi virale ed epidemico, che supera spazio e tempo, appare arduo stabilire la genesi di questa forza maledetta, ed è ciò che tentano di fare la studentessa Kubo (Hashimoto Ai) e l’autrice di romanzi horror (interpretata da Takeuchi Yuko e presentata come “io”), protagoniste della storia. La scrittrice, per la stesura dei suoi racconti, raccoglie testimonianze epistolari da parte dei lettori che affermano di aver avuto incontri con presenze spiritiche. Intenta a leggere l’esperienza riportata da Kubo, si accorge di una coincidenza: la ragazza sostiene di aver sentito strani rumori nell’appartamento in cui alloggia e aver scorto un obi (cintura del kimono) strisciare sul tatami; la testimonianza assomiglia a quella di una donna che vive in un altro appartamento dello stesso condominio della studentessa. Quella ricorrenza insospettisce la scrittrice che, avvezza a ricostruire racconti orrorifici in base alle storie lette, sfrutta la propria forza immaginativa per intraprendere un’indagine con Kubo riguardo alle possibili cause degli insoliti eventi che sembrano coinvolgere anche altri appartamenti dello stesso edificio.

L’obi potrebbe essere quello di una donna che, impiccatasi, ondeggia facendo strisciare la cintura sul tatami e producendo il suono riportato: ma in che modo questo sarebbe collegato alla scoperta del suicidio del precedente inquilino dell’appartamento di Kubo, avvenuto però in una zona differente? Le due donne conducono una personale investigazione con la freddezza logico-scientifica che vuole razionalizzare l’irrazionale, inseguendo il male per scovarne le radici, in un percorso che vede la collaborazione dei diversi personaggi che vengono man mano interrogati. Suicidi, plurimi omicidi, infanticidi, morti efferate, follia: sono la costante di un male che si espande a macchia d’olio sotto forma di entità sovrannaturale. Si tratta dunque di una forza oscura impossibile da cancellare, che trascende la morte corporale e non solo si sedimenta nel luogo degli accadimenti nefasti, ma si sposta, inducendo a compiere altro male. Questo meccanismo a catena tesse una rete di connessioni che rende intricato l’itinerario di ricerca verso una possibile (ma non definitiva) soluzione finale.


Il regista Nakamura Yoshihiro ha adattato sul grande schermo l’omonimo romanzo di Ono Fuyumi, fornendo così un’immagine visiva della paura alla base del testo. Si scava nei meandri di un terrore che viene fatto percepire più che essere mostrato, nella riproduzione di una paura ancestrale: quella dei fantasmi e delle maledizioni che porterebbero con loro, tema ricorrente nella letteratura classica giapponese. Nakamura è autore di opere di successo come Fish Story (2009), Golden slumber (2010), The Snow White Murder Case (2014), tutte presentate in precedenti edizioni del FEFF. Sembra prediligere il genere mistery con trame il cui sviluppo, che vede un complesso intrecciarsi di eventi, rende lo spettatore partecipe del processo di svelamento e lo coinvolge nella serie di indizi forniti e nei colpi di scena. Se con il suo precedente film proiettato al Far East Film Festival, The Snow White Murder Case, ci aveva presentato un intenso giallo in cui forte peso avevano gli strumenti di comunicazione diffusi nella società contemporanea (ad es. social network, smartphone e computer), torna qui al tradizionale e antico kaidan 怪談 (“storia di fantasmi”), con una messa in scena che non prevede i soliti canali di creazione del terrore. Non vi sono effetti sonori atti a far sobbalzare dalla poltrona, non sono mostrate dirette aggressioni da parte degli spiriti: è una paura autentica quella che si avvicina piano ai personaggi (e agli spettatori), e  che viene a sua volta da essi inseguita. 

 
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