Kabukicho - Città di menzogne


Kabukicho, 4 sillabe che schioccano. Come i sandali dei lottatori di sumo sul lastricato.

Kabukicho è un romanzo della scrittrice francese Dominique Sylvain, pubblicato nel 2016 in Francia da Éditions Viviane Hamy e l’anno successivo da 66th and 2nd in Italia, nella traduzione di Guia Boni. Il romanzo ha vinto il Prix Interpol’Art roman 2017.

L’autrice, nata in Francia, dopo una carriera iniziale da giornalista indipendente per Le Journal du dimanche, negli anni novanta si trasferisce in Asia con la famiglia per dedicarsi completamente alla scrittura. Tokyo ispira il suo primo romanzo Baka!, mentre a Singapore scrive Soeurs de sang e Travestis. Con Il delitto nel veicolo dei desideri, pubblicato da Mondadori nel 2009, si è affermata a livello internazionale come scrittrice di noir e polizieschi, aggiudicandosi il Grand prix delle lettrici di Elle. Sempre per Mondadori sono usciti I giardini dell’orco (2008) e La guerra sporca (2012).

Chiacchiere isteriche, vane lusinghe, false risate e sordide barzellette sporche. Bisognava arredare, colmare il vuoto.

Il romanzo prende avvio sullo sfondo di un Giappone fatto di apparenze, di menzogne. In un mondo in cui la contraddizione regna sia fra le forze dell’ordine, sia fra i membri della yakuza, Kabukicho è un micro universo in movimento, in cui maree di individui si spostano da un bar all’altro, fra soapland e love hotel, passando per sale giochi e sexy shop. L’ambiente è malsano così come la mente dei personaggi: Yudai, Marie e Yamada, presentati attraverso un punto di vista alternato che fa luce sulle loro vite e che permette una notevole caratterizzazione psicologica.

La vicenda prende avvio quando Kate, bellissima hostess del Club Gaia, è vittima di un omicidio che ricorda il modus operandi di un rinomato serial killer, giustiziato anni prima. A far scattare l’allarme per la sua scomparsa è una foto inquietante inviata dal criminale al padre di Kate, accompagnata da un messaggio: Dorme qui.

Partono le indagini, ma il caso sembra protrarsi a lungo e alcuni personaggi preferiscono sbrogliare i nodi del mistero per conto proprio. La posta in gioco è alta per tutti: per il capitano Yamada, che dopo un coma durato ben cinque anni e un’amnesia parziale fa fatica a ritrovare l’ammirazione da parte dei suoi colleghi e non è più infallibile come un tempo; per Yudai, il giovane e affascinante gigolò, che vedeva Kate come l’ago della bilancia di una vita sospesa fino a quel momento tra relazioni familiari difficili e debiti nei confronti della yakuza; per Marie, coinquilina e amica di Kate che pare considerarla un modello e che ne costituisce l’immagine speculare.

Ma uno di loro mente. Starà a voi scoprire di chi si tratta.

Identità sfuggenti

Quando ancora non la conosceva, gli succedeva spesso di sentire un turbamento profondo. Chi era quel tipo […] che viveva nella sua stessa pelle? A furia di nascondere la sua personalità per non deludere le clienti, non era più sicuro di esistere.

L’intuizione mi aveva indicato la strada. Ero scappata al congelamento sottovuoto. Esistevo.

Kabukicho, con le sue menzogne, non fa che decostruire l’identità dei protagonisti, che si rivelano maschere inquiete assorbite da una squallida esistenza. Non si riconoscono più o si trasformano in modi inattesi per il lettore, soccombono alle prigioni dei loro ruoli prestabiliti o ne inventano di nuove. Quando Kate sparisce, le maschere traballano e si scorge un indizio innocente che il lettore attento potrà decifrare per scoprire chi si cela dietro l’efferato crimine.

Come un camaleonte

In più punti Kabukicho ci ricorda Psycho, il capolavoro di Robert Bloch, sia per il tema del doppio, che qui è centrale, sia per l’ironia con cui esso viene affrontato, così che a una seconda lettura risulta molto più semplice individuare alcuni indizi chiave. Inoltre traspare la continua necessità di ritrovare ordine e pulizia, sia a livello psicologico che fisico, in modo particolare attraverso l’eliminazione delle tracce di sangue a cui corrisponde metaforicamente l’espiazione delle proprie colpe.

Gaijin

Gaijin (外人) è una parola giapponese che indica un individuo che non è nativo giapponese, ma ha una connotazione un po’ più dura e talvolta velatamente razzista, rispetto al termine più neutro e ufficiale gaikokujin (外国人), che vuol dire appunto ‘persona straniera’.

In Kabukicho non si parla di turisti incantati dalle luci e dai colori di Tokyo, ma di personaggi che di quel contesto hanno fatto la loro vita tramite sforzi quotidiani.

Sia Kate che Marie sono gaijin, ma forse il caso più interessante è Jason, l’impaziente padre di Kate che non fa che ampliare il gap comunicativo creatosi con la polizia giapponese.

Dobbiamo essere prudenti. Eppure, sappia che comprendo il suo dolore.

E pensate che sia con la prudenza che gli metterete le mani addosso?

Lo stile preciso e asciutto dell’autrice e la traduzione fluente di Guia Boni si combinano al meglio per dare voce ai personaggi e, nonostante il ritmo iniziale lento e ripetitivo, a metà del romanzo un climax inatteso ci catapulta in una realtà caustica che rende onore al genere del thriller psicologico e riesce a tenere il lettore col fiato sospeso fino alla conclusione.

 

 
 
 
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