La Venezia di Jirō Taniguchi


Venezia, edito in Italia nel 2017 da Rizzoli Lizard, si propone come ultima eredità di Taniguchi Jirō, artista e fumettista particolarmente apprezzato in Europa e tristemente scomparso lo scorso anno.

 L’impronta inconfondibile

Lo stile fortemente visivo di Taniguchi emerge all’interno di quello che si potrebbe definire un vero e proprio “taccuino di viaggio” dove l’artista abbozza la propria esperienza nella famosa città lagunare italiana corredandolo con poche, ma non per questo di poco significato, frasi e parole. Il disegno si richiama allo stile europeo piuttosto che a quello giapponese: d’altro canto, lo stesso autore ha confessato in diverse interviste di avere nutrito già dai suoi esordi un amore profondo per le arti visive europee.

Il quotidiano

Bozze, schizzi e disegni travolgono il lettore in un incessante susseguirsi, ricalcando i passi del protagonista immerso nella quotidianità cittadina: le pennellate riecheggiano i quadri impressionisti familiari ai lettori europei nel tentativo di cogliere i singoli momenti, di fermare il tempo di un viaggio destinato a finire.

Mono no aware

Mono no aware, il principio estetico che permea l’intera narrazione. Ogni cosa terrena è transitoria e per tale motivo unica, irripetibile: Venezia diviene solo lo sfondo della vicenda, nelle mani dell’artista che riesce a cogliere l’esperienza umana e disegna momenti intimi, come una cena al ristorante o una giornata trascorsa in spiaggia. Il realismo contraddistingue ciascuna illustrazione, che si trova come sospesa in un arco narrativo che si svolge tra passato e presente.

Le “piccole cose”

Taniguchi Jirō dunque si spinge oltre la semplice rappresentazione di panorami monumentali quale, ad esempio, la veduta del Canal Grande, focalizzandosi invece su dettagli apparentemente insignificanti come i resti fossili presenti su una singola pietra o gli scorci delle case. Gli stessi attimi di svago che emergono di tanto in tanto all’interno dell’opera ribadiscono la volontà dell’autore stesso di trasporre realisticamente l’esperienza vissuta non solo attraverso lo stile pittorico ma anche attraverso la narrativa.

Due itinerari

L’artista ancora una volta si focalizza sul tema del pellegrinaggio, così come in passato aveva fatto ne L’uomo che cammina (Aruku hito 歩く人, 1990): l’essere umano non compie mai un movimento esclusivamente fisico. Ogni attimo del percorso materiale di un uomo, che sia una vacanza o semplicemente una passeggiata, si trasforma in occasione per compiere un viaggio interiore fatto di fantasie, nuove amicizie e conoscenze, ma anche opportunità di scoprire qualcosa di diverso oppure inaspettato in ciò che appare ormai familiare e noto.

La partenza non è altro che l’inizio del viaggio di ritorno verso casa

Il protagonista riscopre le proprie radici nelle “piccole cose”. Una cartolina, una foto ricordo della madre bambina, la firma del nonno ritrovata nel guestbook di un antico albergo sono per Taniguchi occasioni per sentirsi parte della città di Venezia, la quale diventa a sua volta un tassello della sua umanità attraverso un passato che permea l’intera opera e costituisce la vera trama che lega ogni singola tavola. 

Un orizzonte sempre aperto

Il messaggio trasmesso da Venezia si potrebbe riassumere senza uso di parole, semplicemente ammirando le ultime vedute proposte al lettore: alcune fotografie, uno sguardo alla città prima di andarsene, infine il mare senza confini. La vita è in costante movimento, fatta non del solo momento presente ma di un continuo rimescolarsi con il passato e il futuro: ogni giorno è una possibilità di viaggiare.

Per saperne di più:

Le interviste di M.me Red: Jirō Taniguchi secondo Susanna Scrivo, ovvero di disegni e di parole

“Gli anni dolci”: una storia dai contorni delicati

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