Ichiguchi Keiko @NipPop

Intervista realizzata a Bologna il 18 dicembre 2014, in occasione della presentazione di PIL di Yamazaki Mari, presso la galleria ONO Arte Contemporanea.

Per NipPop: Francesca Scotti

 

NipPop: NipPop con Keiko Ichiguchi, nostra amica, sostenitrice, collaboratrice…in realtà è una persona di famiglia. Siamo molto contenti che stasera sia qui con noi per parlare con Yamazaki Mari e ne approfittiamo naturalmente per farle qualche domanda anche su di lei. Tu sei scrittrice, traduttrice, mangaka: quale di queste vesti differenti preferisci o in quale ti senti più tu? O tu sei tutte e tre?

Keiko Ichiguchi: Quella che preferisco? Preferisco essere una scrittrice. Anche per quanto riguarda i fumetti preferisco scrivere che disegnare. Non mi ritengo una brava disegnatrice.

 

NP.: Sulla tua bravura, lascia decidere a noi!

K.I.: Giusto. In ogni caso, nelle varie fasi di lavoro, quando concludo lo story board ovvero la parte di scrittura, per esempio dei dialoghi o del soggetto stesso, sento già di avere portato a termine il 70% Disegnare é una cosa un po’ più automatica, che viene successivamente.

 

NP.: Mi collego subito alla seconda domanda, che era proprio su questo: quando tu immagini una nuova storia, la immagini prima visivamente, quindi immagini i personaggi, le caratteristiche, il tratto quasi “cinematografico” o comunque grafico, oppure prima lavori sulla storia e poi arriva il segno?

K.I.: Io stessa non capisco bene questo aspetto, sinceramente. Spesso mi chiedono “Come fai una storia?”, “Come la disegni?”, ma non penso che tutti i fumettisti sappiano veramente queste cose. Quando penso di realizzare un fumetto ed elaborarne la storia, mi viene come un “flash” da cinema, con i testi, la vignetta, tutto insieme…come un pezzettino di film. Invece quando scrivo in giapponese, scrivo libri sulla storia dell’Italia che non hanno niente a che vedere col fumetto. Faccio una ricerca prima, quasi un lavoro da studiosa: frequento molto le biblioteche, studio per mesi e mesi, leggo moltissimi libri sull’argomento per accontentare la mia curiosità, più che per raccontare qualcosa. Scrivo perché voglio sapere. Invece, quando scrivo saggi in italiano, racconto il mio Giappone, e non il Giappone dal punto di vista degli italiani o degli occidentali che magari ci sono stati per qualche mese. Quando ho cominciato a scrivere saggi sul Giappone in italiano, quel tipo di libri ancora non c’era in Italia, c’erano solo testi molto accademici, che parlavano di temi come il teatro Nō, lo Zen…Recentemente invece circolano diversi saggi, alcuni dei quali sono molto carini, mentre altri sono un po’ “perversi”, troppo spinti in una certa direzione. Io sono nata e cresciuta in provincia, e il Giappone che ho visto io è molto diverso: Tōkyō, per esempio non è il Giappone, così come New York non è l’America. Insomma, sembra che per soddisfare tutti i miei interessi, così diversi fra loro, debba trovare una forma espressiva per soddisfare ognuno di questi.

 

NP.: Sempre a proposito di bisogni espressivi, la musica: nel 2007 è stato pubblicato da Kappa il tuo Inno alle ragazze. La protagonista ha una grande passione per la musica, il genere pop. Come, secondo te, la musica può servire a diventare grandi, cioè ti aiuta a creare la tua identità?

K.I.: Adesso molto meno ma da giovane sì, mi ha aiutato tanto. La cosa un po’ strana é che nella mia scuola media, nella mia classe, l’unica che ascoltava musica occidentale ero io. Tutti gli altri ascoltavano musica idol (アイドル) giapponese che a me non interessava, quindi mi guardavano in modo strano. Non potevo parlare con nessuno dei miei gusti musicali. Poi quando sono andata al liceo finalmente sono arrivati MTV, Sound Digital Station, e io ero contentissima. In quel periodo prima di tutto la musica mi ha insegnato l’inglese; si può dire che ho imparato la lingua esclusivamente ascoltando la musica. E ascoltavo di tutto.

 

NP.: E ti ha aiutato molto anche se ti portava a essere da sola? E comunque preferivi continuare ad ascoltare la tua musica piuttosto che quella degli altri?

K.I.: Il fatto è che non mi interessava. Ho cominciato ad ascoltarla solo quando sono diventata più grande. Per esempio…ecco, quando dico questo nome c’è sempre chi ride e chi invece é d’accordo. Voi conoscete Ozaki Yutaka?

Yamazaki Mari: Ah sì…. E’ stato un fenomeno, un mito per i ragazzi di quell’epoca, anche perché era molto giovane. E’quello che ha scritto Chi ha rubato la motocicletta? o qualcosa del genere…una canzone che commuoveva tutti i ragazzi di quell’età. Era un tipo alla James Dean.

K.I.: Forse era di un anno o due più giovane di me, perché io insegnavo inglese allora. Non ascoltavo musica giapponese ma prevalentemente rock americano o inglese, finché un giorno un mio studente venne da me e mi diede una cassetta di Ozaki Yutaka, dicendomi “Devi assolutamente ascoltarlo!”. Sono rimasta molto colpita…quasi mi fosse arrivata dopo quella passione da adolescente. Sono sempre stata molto scoordinata. Non mi piaceva la musica che piaceva a tutti, e neppure amavo fare qualcosa perché era popolare, perché lo facevano tutti… Per esempio odiavo le gare di coro della scuola, così come odiavo il fatto che certi ragazzini più vivaci decidessero cosa dovevano fare tutti gli altri in classe. Quindi, anche se in maniera molto nascosta, ero un po’ staccata dagli altri, però sempre in modo scoordinato: molto probabilmente non mi piacevano i miei coetanei e preferivo gli adulti. Questo è dovuto al fatto che quando ero piccola ero ammalata e zoppicavo, e i bambini piccoli naturalmente mi prendevano in giro. Per me gli adulti erano i miei amici, per cui non avevo tanta confidenza con i coetanei. Naturalmente litigavo anche con gli adulti, ma ero decisamente staccata dalla massa di ragazzi. E ripensando a Ozaki Yutaka mi è venuto in mente che in effetti ho avuto un po’ di ritardo anche in questo...come dire, mi sono “sincronizzata” dopo gli altri. E’ stato molto importante in quel periodo, in cui ho dovuto decidere di rinunciare a qualcosa…è in quel periodo che l’ho ascoltato. Infatti quando é morto sono andata al funerale: allora ero già una fumettista. Ogni anno venivo in Italia per un mesetto, e un anno, mentre tornavo in Giappone, ho saputo della sua morte da un giornale e sono rimasta shockata.

Yamazaki Mari: Ricordo che fu una morte veramente drammatica, era anche drogato. Era ferito dappertutto…non si è neanche capito come sia morto.

K.I.: L’hanno ritrovato nudo, morto sulla strada…non si capisce. Sono rimasta così male! Quando poi sono tornata a casa il mio redattore di allora, che era un bravo professionista, con il quale mi trovavo davvero bene, mi ha chiamato per chiedermi “Stai bene?”: come fosse mio parente! Anche i miei amici sono venuti da me con vodka e whisky da offrirmi. Io non mi consideravo così fanatica, ma a quanto pare gli altri sì!

 

NP.: Bene, quindi abbiamo scoperto che la musica può aiutare nell’adolescenza o far tornare nell’adolescenza.

K.I.: Nel momento giusto sì, secondo me. Ma questo non vuol dire che una canzone susciti in me lo stesso effetto che aveva anni fa, perché quella canzone va ascoltata in quel momento, in quell’età. Ed è per questo che mi ha fatto un effetto particolare.

 

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