‘Chiru koto no nai hana’: dalla realtà al fumetto

Marta Barbieri, Chiara Galvani, Federica Galvani, Stefania Giannoulidis della redazione di Orizzontinternazionali

L’International Comics Festival è il più importante festival del fumetto in Europa e uno dei più grandi al mondo. Ha luogo dal 1974 con cadenza annuale ad Angoulême in Francia, nel mese di gennaio e accoglie circa 200.000 visitatori.
Quest'anno, alla sua 41esima edizione, ha avuto un’eco internazionale grazie alla mostra Chiru koto no nai hana 散ることのない花 (“Il fiore che non appassisce”), che raccoglieva 19 lavori in stile manhwa sul tema delle comfort women: donne, provenienti da Corea, Cina, Sudest asiatico e dallo stesso Giappone, costrette a prostituirsi per le truppe giapponesi nel corso della Seconda guerra mondiale.

Tra i lavori più interessanti sono degni di nota quello del famoso fumettista Lee Hyun-Se, che ha rappresentato le violenze e le crudeltà cui erano sottoposte queste donne, e quello dell’artista Shin Su-ji. La sua opera racconta la storia di un’anziana nonna, vittima durante la guerra di schiavitù sessuale, che gradualmente si trasforma in una ragazza. Il titolo dell’opera è “83”, numero che corrisponde agli anni trascorsi dall’incidente mancese del 1931 che fornì ai giapponesi il pretesto per l’invasione e l’annessione della Manciuria all’impero del Giappone.
Per il direttore del festival, Franck Bondoux, l’esposizione può diventare un’opportunità per riflettere sugli errori del passato e un’occasione per dare voce alle vittime di queste violenze e permettere loro di raccontare le loro storie al mondo. La mostra dovrebbe, quindi, essere un modo per rendere noto alla comunità internazionale il fenomeno ancora poco conosciuto delle comfort women.

La triste storia delle comfort women e della loro schiavitù sessuale risale agli anni Trenta, quando il Giappone era impegnato nella guerra in Asia. Il fenomeno si ampliò dopo l'occupazione da parte delle truppe imperiali della città di Nanchino, nel 1937.
La tragedia di queste donne non ebbe fine nemmeno con il termine della guerra: i tribunali istituiti per giudicare i crimini commessi dalle forze armate giapponesi non trattarono la questione ed esse rimasero vittime inascoltate e messe a tacere dalla propria stessa vergogna.
La situazione cambiò solo negli anni Novanta quando, in seguito all’eco di questi avvenimenti che dalla Corea si diffuse in tutto il mondo, il Giappone fu costretto ad ammettere il coinvolgimento diretto del proprio esercito nel reclutamento coatto delle comfort women. Il 4 agosto 1993 venne pronunciato lo storico discorso conosciuto come ‘Kono Statement’, con cui il Giappone si assumeva ufficialmente la responsabilità dell'accaduto e si scusava con le vittime sopravvissute.

Tuttavia, la questione delle comfort women rimane ancora aperta e controversa. Nel febbraio 2014 Nobuo Ishihara, uno degli ufficiali che avevano contribuito alla stesura del ‘Kono Statement’, ha affermato che le dichiarazioni del 1993 si sarebbero basate solo sulla testimonianza delle vittime, e che non sarebbero confermate da documenti “attendibili”. In seguito a ciò, il Segretario di Governo Yoshihide Suga ha accennato alla possibilità che il governo giapponese decida di rivedere le dichiarazioni di 21 anni fa. Ovviamente le reazioni a queste affermazioni sono state molto forti, in Cina e Corea innanzitutto, ma anche all’interno della comunità internazionale nel suo complesso e addirittura dello stesso Giappone.
Alla fine, però, la proposta di revisionare il ‘Kono Statement’ è stata accantonata, probabilmente anche a causa della pressione esercitata dagli Stati Uniti. Il 10 marzo Suga ha, infatti, dichiarato che il Giappone non apporterà modifiche al ‘Kono Statement’, dichiarazione poi ribadita anche dal Primo Ministro Abe il 14 marzo.

La questione, pertanto, costituisce ancora una ferita aperta che segna le relazioni internazionali giapponesi.
E’ risaputo che il Giappone ha difficoltà ad accettare il proprio passato imperialista, e ciò può spiegare la reazione giapponese alla mostra. La replica del Ministero degli Esteri e dell’ambasciata giapponese in Francia, infatti, è stata fredda e di rammarico. Il Ministro degli Esteri Kishida ha definito l’esposizione “deludente” e inadatta “a raggiungere lo scopo stabilito di approfondire la mutua comprensione e l’amicizia internazionale attraverso i fumetti”. Organizzazioni estremiste giapponesi hanno addirittura raccolto 16.000 firme affinché la mostra fosse annullata.
I manhwa dell’esposizione, tuttavia, rappresentano un modo per dare voce a queste donne, protagoniste di una tragedia sconosciuta a molti, e non per demonizzare il Giappone.
Quello delle comfort women è, infatti, ormai da considerare un caso connesso alla problematica generale dei diritti umani, e non una faccenda riguardante i soli rapporti bilaterali del Giappone con i suoi vicini asiatici.

 
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