B: the Beginning – l’anime originale di Netflix tra fantascienza, thriller e una distopia mancata


Il nuovo anime del colosso dello streaming, alle prese con le tematiche della fantascienza distopica.

Che gli ultimi anni del decennio post-2008 avessero riportato la narrativa fantascientifica ai fasti degli anni ‘80 e ‘90, con particolare attenzione ai temi della distopia e del cyberpunk, era chiaro a tutti da tempo. La crisi ambientale, l’insicurezza economica, l’avvento della data economy e il conseguente strapotere delle grandi multinazionali tecnologiche della Silicon Valley, e non da ultimo l’estremismo politico: un insieme di fattori che ha plasmato lo zeitgeist contemporaneo immergendoci in un clima di ansia verso un futuro percepito come incerto e sempre più simile ai nostri peggiori incubi catastrofisti. Nessun’altro genere come la fantascienza è in grado di rispondere alle nostre domande e di prepararci a un tempo così oscuro.

Ovviamente, la cosa non è sfuggita all’industria culturale: basti pensare a Hollywood e al cinema apocalittico degli ultimi anni, nonché al proliferare di remake o sequel di importanti titoli del genere, come il live action di Ghost in the Shell o Blade Runner 2049 (c’è da dire che anche il fenomeno della retro-mania e la nostalgia degli anni ’80 e ’90 possono essere letti come un sintomo di sfiducia verso il futuro). Netflix, l’azienda di streaming che dal 2016 ha conquistato la leadership del settore e ha aumentato in maniera stratosferica il fatturato, non ha perso l’occasione e ha cavalcato l’onda. Prima è arrivato l’acquisto, nel 2015, dei diritti della serie britannica Black Mirror, forse il titolo più conosciuto e rappresentativo del filone distopico negli ultimi anni. Poi, con l’avvento delle produzioni originali è arrivato il cyberpunk di Altered Carbon. E non sono stati da meno sul versante anime, che, sotto la guida del nuovo direttore Taito Okiura (沖浦 泰斗, ve ne avevamo parlato qui), ha pubblicato questo mese due serie originali: A.I.C.O. -Incarnation- e B: the Begininning. La prima è un biopunk post-apocalittico (qui trovate la recensione), la seconda, di cui ci occupiamo qui, è un thriller ambientato in un futuro prossimo dai toni decisamente distopici.

Per la produzione di B: the Begininning Netflix si è affidata non a caso allo studio d’animazione Production I.G, che ha realizzato tutti i film animati del già citato Ghost in the Shell. La serie è ambientata in un mondo dove la tecnologia non è molto dissimile da quella contemporanea: siamo nella nazione arcipelago del regno di Cremona (ispirato all’Italia e vagamente somigliante ai paesaggi insulari del film di Miyazaki Porco Rosso), dominata da una rigida monarchia e percorsa da una terribile ondata di violenza criminale. Su tutti, spicca il serial killer che si firma B, e che uccide altri criminali.

A indagare sul caso ritorna dopo anni di isolamento il famoso investigatore Keith Flick, detto “il Genio”, dotato di una superba mente analitica, ma anche goffo e a disagio nelle situazioni sociali (costruito sullo stereotipo del detective à la Sherlock Holmes), che verrà affiancato dagli agenti del R.I.S., Royal Investigation Service (un tributo al nostrano reparto dei Carabinieri del R.I.S.).

Specularmente all’indagine, ci troviamo a seguire la vicenda di Koku, un misterioso ragazzo dotato di poteri straordinari, che scopriamo da subito essere in qualche modo collegato agli omicidi.
La serie si presenta quindi come un gioco del gatto e del topo, in cui i ruoli sembrano ben definiti: nello stile di Death Note, ma con un forte accento sulle spettacolari scene d’azione.

Questa premessa viene presto smentita: scopriamo infatti che un terzo attore si muove sulla scena, una misteriosa organizzazione segreta chiamata Market Makers che cerca in qualche modo di manipolare gli episodi violenti che avvengono a Cremona per raggiungere i suoi scopi. Da qui il ritmo narrativo si fa incredibilmente veloce; il regista Nakazawa Kazuto (中澤 一登, già noto per il segmento animato di Kill Bill vol.1 e Parasite Dolls) mescola in maniera frenetica le storie dei due protagonisti, tra continui colpi di scena, alternando momenti investigativi, lunghi flashback e forsennati inseguimenti.

Da un lato abbiamo la componente fantastica in puro stile shōnen manga, con Koku che affronta avversari sempre più temibili e cerca di scoprire il suo passato. Qui la produzione dà il suo meglio soprattutto dal punto di vista tecnico, come ci si poteva aspettare da uno studio così famoso: le sequenze d’azione, i combattimenti, l’animazione e il character design sono di altissimo livello, e qualche scena rimane impressa a lungo. Non manca una buona dose di gore e ultra-violenza, come in qualsiasi anime del genere che si rispetti.

Dall’altra parte, la trama investigativa, che mantiene la suspense, permette anche una maggiore introspezione. I momenti in cui riprendiamo fiato e riusciamo ad approfondire le motivazioni dei personaggi sono soprattutto quelli dedicati a Lily, promettente agente del R.I.S. con una cotta per Keith. Proprio lei, impulsiva e ostinata, riuscirà a svelarci il mistero che avvolge il passato del “Genio”, regalandoci anche qualche piacevole gag.

L’impressione generale, però, è che gli autori abbiano cercato di unire troppi filoni tematici distinti e che non siano riusciti ad amalgamarli. Nello spazio di dodici puntate si è cercato di unire una detective story a una ambientazione fantastica. Il risultato è che la narrazione è così satura di eventi da diventare ostica, togliendo spazio allo sviluppo dei personaggi. Soltanto Keith e Lily seguono un arco narrativo che ci porta a capire le loro motivazioni e i loro sentimenti, mentre il personaggio di Koku, nonostante il ricco background, rimane piatto al punto che identificarsi col suo punto di vista risulta molto difficile. Non va meglio agli antagonisti e ai comprimari, che quando non sono completamente insensati rimangono comunque relegati al ruolo di macchietta.

Troppi elementi narrativi vengono accennati per poi essere abbandonati, riducendosi ad avere un effetto insignificante nella narrazione. In particolare, la tematica del controllo sociale attraverso la violenza programmata, che era forse lo spunto più interessante su cui poter costruire, soffre del mancato sviluppo dell’ambientazione. Del Regno di Cremona infatti ci viene concesso di vedere ben poco, e le vicende dei nostri personaggi non ci portano a una riflessione più vasta; l’assenza di un setting ben definito impedisce la creazione di un reale immaginario, sia esso distopico o fantastico. Una storia complicata senza la giusta impalcatura, insomma. Non ci resta dunque che augurarci che il potenziale creativo a disposizione della sezione anime di Netflix venga in futuro sfruttato meglio.

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