Nichi nichi kore kōnichi. Everyday is a good day: La mostra personale di Chizu Kobayashi



Nichi nichi kore kōnichi. Everyday is a good day

La mostra personale di Chizu Kobayashi

Il Maestro Zen Yunmen disse: “ogni giorno è un buon giorno”. O, per dirla alla giapponese, “nichi nichi kore kōnichi". Questo proverbio millenario è il leitmotiv e titolo della prima mostra personale dell'artista giapponese Chizu Kobayashi, inaugurata in occasione di Art City White Night a Bologna il 24 gennaio 2014 presso la Miro Gallery.

Il proverbio, impiegato come titolo dell'esposizione traslato nell'inglese “everyday is a good day”, racchiude l'augurio di poter vivere intensamente ogni giorno come se fosse unico e prezioso, rispettando il corpo e lo spirito, affinché il tempo nel suo eterno fluire non sia sprecato. Tale proposito viene cristallizzato sulle pareti bianche della Miro Gallery, trasformate per l'occasione in una piccola casa tradizionale giapponese, ricca di dettagli che raccontano e ricordano i giorni passati e al contempo quelli presenti.

L'artista, classe 1978, nata a Niigata, una città a nord di Tokyo, si laurea alla Tokyo University of Arts specializzandosi nella lavorazione del metallo, creando poi il suo stile personale a partire dal filo di ferro per realizzare sculture tridimensionali. Per la sua mostra ha creato sculture prendendo ispirazione dagli oggetti e dagli elementi che si trovano nelle case giapponesi, interpretate con fantasia e arricchite con elementi e storie della tradizione autoctona.

La prima, o forse l'ultima installazione (non vogliamo ordinare il fluire del tempo!) è costituita da quattro pesci rossi, che fluttuano nella stanza come se fossero fuoriusciti dall'acquario, portando e nascondendo tra le squame di ferro i quattro elementi della bellezza della natura (i cosiddetti kachō-fūgestu): i fiori, ka, rappresentati dalla camelia; gli uccelli, cho, raffigurati dall'usignolo; la luna, getsu, simboleggiata dal coniglio (che, secondo un'antica fiaba buddhista risiede sulla luna); il vento unito al paesaggio, fu, costituito da un'onda. Onda che, sgorgando da un vaso, costituisce un continuum con l'effetto fluttuante dei pesci, increspandosi fino a dare forma a un gatto dormiente, immortalando così una scena spesso dipinta sui fusuma, i pannelli verticali rettangolari che, scorrendo, ridefiniscono la struttura delle stanze.

Quasi a creare simbolicamente una divisione ideale tra lo spazio esterno, costituito dai pesci, e quello interno, più intimo, l'installazione di un piccolo kamidana, l'altare domestico shintoista. Solitamente sono riproduzioni in miniatura di santuari, con tutte le componenti distintive, in particolare i piatti per le offerte, in genere di acqua, riso, sale, qui simboleggiate da piccoli pezzi di carta bianca. Sempre a sottolineare il sottile gioco di spazi e simboli, un kakejiku, un “oggetto appeso”, costituito da un rotolo di carta bianca e da una scultura raffigurante l'usignolo di fiume (uguisu) e la camelia, entrambi messi dell'arrivo della primavera.

L'alternarsi ciclico delle stagioni e il mutarsi della natura costituisce per i giapponesi un momento di fondamentale contemplazione e celebrazione, ben simboleggiato dallo ensō, il cerchio, il cui significato rimanda sia all'Illuminazione, alla forza, all'universo, sia alla finestra ad oblò posta nei templi e nelle sale per la cerimonia del tè, permettendo di godere della bellezza dei giardini giapponesi, come se si trattasse di un quadro che muta aspetto in ogni stagione, qui rappresentato dalle verdure invernali.

Quale attività migliore per combattere il freddo inverno se non preparare un gustoso nabe, tutti riuniti intorno a un kotatsu? L'artista ricostruisce un tipico pasto invernale, il nabe, una tipologia di cottura in una pentola di terracotta posta sopra un fornelletto al centro del tavolo, nella quale si prepara un brodo ricco con molti ingredienti quali verdure, carne, pesce, e pasta. Guardandolo verrebbe quasi spontaneo dire itadakimasu!

A conclusione di questo percorso tra le stagioni, gli ambienti e gli oggetti tipici giapponesi, un semplice arigatō, o anzi, un gochisōsamadeshita, “grazie per il pasto”: quel mandarino appena sbucciato che dà le spalle al tè, si rivolge verso un cesto di mandarini che sembrano appena raccolti, facendoci ri-immergere nel ciclo del tempo e delle stagioni, dei giorni passati e presenti, inducendoci a pensare che effettivamente ogni giorno sia un buon giorno e che si può disegnare senza carta e matita. Basta avere un lungo filo di ferro, abilità e fantasia.

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