La voce di Kurihara Sadako: i ciliegi di Hiroshima e la poetica della bomba atomica.


6 agosto 1945. È una data rimasta impressa nella storia. Un evento drammatico ha scosso l’umanità, lasciando tracce indelebili. La bomba atomica si avventa sul Giappone, spazzando via la città di Hiroshima, il 9 agosto è la volta di Nagasaki. 

Comunicare il passato
Un avvenimento così tragico che non può non essere raccontato, non può cadere nel silenzio. I testimoni sopravvissuti alla catastrofe sentono il dovere di comunicare la tragedia e di condividerla, di far sentire la propria voce, di rendere partecipe il mondo. In risposta a tale catastrofe, si afferma in Giappone un filone letterario noto come genbaku bungaku (原爆文学), la letteratura della bomba atomica, che raccoglie opere legate alla memoria, al ricordo, alla condivisione della tragedia. 
È in questo panorama che si colloca il lavoro di Kurihara Sadako (1913-2005), scrittrice, poetessa e saggista, attivista nei movimenti anti-nucleari, che si è schierata contro la guerra in Vietnam e contro il patto di sicurezza Nippo-Americano, senza mai dimenticare il ruolo di aggressore che ha rivestito il Giappone nella guerra nel Pacifico, come emerge nella poesia Quando dici Hiroshima
La sua voce è quella di una donna, di una madre, di una combattente, sopravvissuta allo scoppio della bomba atomica, che sente sin nelle viscere l’esigenza di parlare della tragedia che ha vissuto e visto con i propri occhi, denunciando la bestialità della guerra e trasmettendo un accorato messaggio di pace. La sua poetica non si inserisce unicamente nella fase di “evocazione delle rovine” contraddistinta dalla responsabilità avvertita dai sopravvissuti alla catastrofe di descriverla sotto forma di opere documentarie. L’opera di Kurihara Sadako, nata e vissuta a Hiroshima, va oltre questa “letteratura delle macerie”, abbraccia una prospettiva molto più ampia che guarda al futuro, rivolgendosi al Giappone odierno e inserendosi nel contesto della kaku bungaku (核文学), la letteratura nucleare. Una fase letteraria che vede gli scrittori della bomba atomica assumere un punto di vista aperto nel tempo e nello spazio, oltrepassando i limiti del passato di Hiroshima e Nagasaki e riflettendo sul futuro dell’era nucleare. 

Il volume, presentato nella bella traduzione di Daniela Travaglini, pubblicato da Aracne Editrice nel luglio del 2019, si presenta come una selezione di poesie a verso libero composte tra il 1941 e il 1983 e saggi scritti a partire dagli anni Sessanta, in modo diverso emblematici per cogliere a pieno la poetica della scrittrice, la sua testimonianza, la sua voce.
L’attività letteraria di Kurihara Sadako può essere divisa in due fasi principali: quella prima e durante la Seconda guerra Mondiale, in cui descrive le terribili condizioni vissute da lei e dalla sua famiglia durante la guerra, dove spiccano alcune poesie apparse nella prima raccolta, Kuroi Tamago (Uova nere), scritte tra il 1941 e il 1945; e quella che raccoglie i lavori successivi allo scoppio della bomba atomica, di fatto il fulcro della sua opera, composti a partire dalla fine degli anni Sessanta, come Watashi wa Hiroshima wo shōgen suru (La mia testimonianza di Hiroshima) del 1967, HIROSHIMA - Miraifūkei (Hiroshima - vista sul futuro) del 1974, Hiroshima to iu toki (Quando dici Hiroshima) del 1976. Nel 1979 pubblica Mirai wa kokokara (Il futuro inizia da qui) e nel 1982 Kakujidai no dōwa (Favole dell’era nucleare).
All’interno di questa vasta e fiorente attività letteraria, la traduttrice, nella suddetta raccolta da lei proposta, ha operato una selezione, suddividendo tale ricca produzione sulla base dei temi e delle immagini evocate da ciascun componimento in quattro periodi principali: le poesie sulla guerra; le poesie su Hiroshima e la bomba atomica; le poesie sul dopoguerra; le poesie sull’era nucleare. 

Al fine di trasmettere al lettore il coinvolgimento attivo e personale della scrittrice, sono proposti tre saggi La vita nella morte, I movimenti anti-nucleari in Europa e il Giappone, Sul futuro e sul futuro a Hiroshima, tratti dalla raccolta Kakujidai ni ikiru (Vivere nell’era nucleare), i quali, affrontando temi come la realtà degli hibakusha, gli effetti del post-bombardamento atomico, i test nucleari e i movimenti anti-nucleari, rappresentano un prezioso valore aggiunto per comprendere, direttamente dalla penna dell’autrice, il messaggio al lettore e all’intera umanità.

Un messaggio di pace, speranza, solidarietà
Quello che la poetessa scrive per il lettore di qualsiasi paese e epoca è un autentico inno alla pace. La sua opera non rappresenta solamente una denuncia della guerra e della bomba atomica, ma soprattutto comunica speranza, solidarietà, aspirando all’unione di tutti gli uomini contro la ferocia della guerra e della tragedia vissuta. La sua voce rappresenta un monito per le generazioni future, un’esortazione a evitare gli errori fatti in passato, a imparare da questi per costruire un futuro colmo di pace, prosperità e amore. Hiroshima diventa il simbolo di un errore irrimediabile, ma anche di “una speranza di pace per il mondo”. 

“Dobbiamo combattere per porre fine alle guerre e abolire il nucleare dal mondo, facendo di Hiroshima il simbolo della pace mondiale”.

Il passato dunque si collega al presente, al futuro, del Giappone, dell’umanità.

Alla ricerca del sole
Il sole…come simbolo della pace. Il sole che è calore, luce, vita. È la speranza di superare gli orrori del passato, di guardare avanti, a una nuova vita fatta di bellezza e felicità. Nella poesia di Kurihara si incontrano spesso elementi legati al mondo della natura (la neve, il cielo stellato, le foglie degli alberi, i fiori di ciliegio…), e ciascuno si carica di un preciso valore e significato metaforico. Il componimento Il sole, di nuovo appartenente alle poesie del periodo della guerra, è un esempio della tipica poesia simbolica e pacifista di Kurihara, in cui esorta l’umanità a far risplendere di nuovo il sole, la cui luce può spazzare via le ombre e l’oscurità della morte e della guerra.

“Ma noi, tutti
non dovremmo far tornare a splendere il sole luminoso
che i nostri antenati decantavano?”

Ricordiamoci della bellezza del mondo. Ritorniamo a guardare in alto, verso un cielo limpido, illuminato dal sole.

“Facciamo nascere una nuova vita”

“Era per così dire normale essere circondati dalla morte. Per questo motivo fui colta da una profonda commozione nel sentire che era nato un bambino, che al mondo era venuta una nuova vita.”

Poche parole, un brivido, una speranza per il futuro.
Appartenente alla sezione delle poesie scritte sulla bomba atomica, Umashimen kana (Facciamo nascere una nuova vita) è la poesia simbolo della poetica di Kurihara Sadako, considerata la prima poesia della bomba atomica, apparsa per la prima volta nel 1946. Una poesia che merita una riflessione particolare, data la sua intensità e la bellezza del messaggio che comunica. Si tratta di un componimento che racconta una “storia segreta” realmente accaduta: una donna che partorisce, nascosta nel buio e nel disagio di un magazzino di un palazzo distrutto dalla bomba, aiutata dal sostegno e dalla solidarietà delle altre vittime del bombardamento e di un’anziana ostetrica gravemente ferita, che muore subito dopo.
La scrittrice non assiste in prima persona al lieto evento che le viene riportato poco dopo ma, profondamente commossa, decide di raccontarlo in versi, come un autentico invito alla speranza e alla vita che nasce tra le macerie. Dedica poi un intero saggio, La vita nella morte, a spiegare le vicissitudini, il valore di questa storia e l’insegnamento che si può trarre da un simile accadimento.

“Ma cosa rappresenterà un bambino nato in uno scantinato buio? […]
Rappresenta la stessa città Hiroshima che rivela una speranza di pace nel mondo nata dalle macerie.
E cosa rappresenta l’ostetrica morta prima dell’alba, ancora insanguinata?
Non sarà forse rappresentazione dei duecentomila hibakusha morti prima che giungesse il giorno della pace?
Con la loro morte, è nata Hiroshima, speranza di pace per il mondo.”

Kurihara delinea la storia narrata come un fatto carico di un forte valore simbolico. Racconta il passato, ma anche il futuro di quella bambina, la discriminazione e l’esclusione che potrebbe subire a causa della terribile condizione in cui è venuta al mondo e della possibilità di aver contratto la malattia atomica. Eppure un presente radioso la aspetta: una famiglia, un figlio, un’occasione di felicità.

“Kazuko, nata in un luogo orribile, come l’abisso infernale della bomba atomica che le ha distrutto tutta la famiglia, è infine riuscita a raggiungere la felicità non lasciandosi trafiggere dall’oscura ombra nucleare […]”

Un futuro che ci appartiene
In uno scenario di distruzione, sangue, fiamme, di “ombre trasparenti” e cadaveri muti, “bruciati come carbone” in una città ormai diventata “tomba tra le macerie”, si innalza deciso il grido di denuncia della scrittrice, a favore di tutti coloro che “vivono insanguinati dalle spine della discriminazione”. Nel componimento Il futuro inizia da qui, inserito tra le poesie dell’era nucleare, Kurihara si schiera a favore degli hibakusha, i sopravvissuti discriminati e confinati in isolamento, a cui è stata rubata la propria umanità. Così Hiroshima diventa come Auschwitz, “L’abisso più oscuro dell’umanità”. Ancora una volta, la poetessa collega il passato al presente del Giappone, facendo di Hiroshima e Nagasaki il punto di partenza, il “qui e ora”, da prendere ad esempio per fare in modo che quell’orrore non sia più ripetuto.
Nei componimenti di questo periodo, il tema della bomba atomica, il “ricordo dell’eclissi nera” non svanisce, ma viene accostato alla realtà drammatica di altri paesi in una dimensione più globale, come in Hiroshima, Nagasaki e infine Bikini, in cui l’autrice descrive la drammaticità dello sgancio della bomba a idrogeno che ha portato alla devastazione della natura e degli uomini, “trasformati in esperimenti viventi”. Eppure, ancora una volta, è un’immagine di solidarietà e di comunanza umana ad essere chiamata in causa.

“Le mie mani gialle 
sporche delle macchie di civiltà
stringono forte le tue mani nere
senza macchie”

Fotografia
La poesia intensamente umana e attuale di Kurihara Sadako evoca alla mente l’immagine di una fotografia. Una fotografia vivida, cruda, amara, che ritrae una realtà capace di rappresentare contemporaneamente il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro, in quanto abitanti di questo mondo.
“Come possiamo vivere per sfuggire allo sterminio futuro dell’umanità?”
La scrittrice interroga continuamente se stessa, i suoi lettori, tutti gli uomini. La trasposizione dei suoi versi nella traduzione toccante proposta ne La voce di Kurihara Sadako è un’occasione valida per poter prendere parte al suo racconto, alla sua rabbia, alle sue lacrime, alle sue preghiere… nella speranza di guidarci per “compiere passi coraggiosi avanti, verso una nuova futura civiltà denuclearizzata, per garantire l’esistenza stessa dell’umanità”.

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