In una Tokyo appena oltre il nostro presente, la giustizia non si misura più in anni di pena, ma in gradi di compassione. Al posto delle prigioni sorgono torri; i colpevoli scompaiono dietro nuove etichette, mentre la punizione si dissolve in un linguaggio che simula empatia. Tokyo Sympathy Tower di Rie Qudan si apre così come un esperimento narrativo e morale: che cosa accade quando linguaggio, tecnologia e architettura si alleano per “correggere” l’umano? Dietro l’apparente utopia di una società empatica si nasconde una domanda più inquietante: fino a che punto le parole possono alleviare la colpa — e quando, invece, iniziano a occultarla?
Tokyo Sympathy Tower è un romanzo breve della scrittrice giapponese Rie Qudan, pubblicato in Italia nel 2025 da L’Ippocampo e vincitore nel 2024 del prestigioso Premio Akutagawa, uno dei riconoscimenti più importanti della narrativa giapponese contemporanea. Il romanzo si apre seguendo lo sguardo di Makina Sara, architetta di fama internazionale di trentasette anni, a cui viene affidato il progetto della “Sympathy Tower”: una torre penitenziaria destinata alla riabilitazione di chi ha commesso reati. Non si tratta, tuttavia, di una prigione nel senso tradizionale, bensì di un edificio concepito per trasmettere «un’idea di pace e dignità», fondato sull’empatia, parola-chiave dell’intero romanzo. Quello che dovrebbe consacrarla definitivamente si rivelerà per Sara una sfida profonda, capace di mettere in discussione non solo la sua carriera, ma anche il significato stesso delle parole e dei valori umani. Nel mondo narrativo di Qudan, i detenuti non sono chiamati “criminali”: vengono ribattezzati homo miserabilis, “uomini miserabili”, vittime delle circostanze sociali che li hanno spinti al crimine. L’ideologia alla base di questo progetto, sostenuta dall’happiness scholar Masaki Seto, si fonda sull’idea che il linguaggio possa trasformare la realtà e sanare le ingiustizie: se li si chiama “vittime” invece che “colpevoli”, forse li si potrà trattare con comprensione anziché con punizione.
Nel suo studio, immersa tra piani e modelli della torre, Sara si confronta con dubbi etici profondi. In parte perché la sua infanzia è stata segnata da una violenza mai ascoltata né riconosciuta con giustizia; in parte perché teme che questa nuova narrativa — questa riscrittura dei concetti di colpa, pena e responsabilità — sia più un abuso linguistico che una reale emancipazione umana. Parallelamente si sviluppa una relazione sentimentale complessa con Takuto, un giovane commesso. Il loro legame è intenso ma contraddittorio: Sara vede in lui il riflesso della propria incapacità di fuggire dai conflitti interiori, mentre Takuto — la cui madre finirà nella stessa torre come miserabilis — offre uno sguardo più ingenuo e immediato sulla questione della giustizia sociale.
Il progetto della torre suscita una reazione pubblica tumultuosa. Tra chi lo considera un segno di progresso civile e chi lo vive come un insulto alle vittime, la città si spacca. Sui social circolano slogan come “Simpatia per le vittime, non per i criminali!”, e la stessa Sara diventa bersaglio di dileggi, minacce e idolatria, a seconda degli schieramenti. Quando nel 2030 la Sympathy Tower viene finalmente completata — un grattacielo di settantuno piani, lussuosamente attrezzato, in cui gli “homo miserabilis” trascorrono le giornate leggendo, bevendo caffè e camminando in corridoi panoramici — la narrazione cambia registro. Il lettore può osservare gli effetti concreti di quell’ideologia: l’illusione di curare un male sociale attraverso la cortesia architettonica e la riformulazione linguistica.
Uno degli elementi più originali del romanzo è il ruolo del linguaggio, che non si limita a essere uno strumento narrativo, ma diventa oggetto esplicito di riflessione. Qudan mostra come il modo in cui nominiamo le cose modifichi radicalmente la percezione etica e sociale della realtà. L’espressione “Homo miserabilis” è emblematica: da un lato sposta l’attenzione dalla colpa alla sofferenza, umanizzando l’individuo; dall’altro lo depersonalizza, riducendolo a una categoria concettuale. Arricchendosi di prospettive multiple — da quella di Makina Sara a quelle di Takuto, di Masaki Seto e di giornalisti stranieri che osservano il fenomeno dall’esterno — il romanzo costruisce una visione polifonica delle tensioni sociali, culturali e linguistiche, sfruttando in modo significativo la coesistenza dei diversi sistemi di scrittura giapponesi (kanji, hiragana, katakana). Ogni personaggio vive il linguaggio come un’esperienza corporea, emotiva e ideologica, e proprio questa pluralità di sguardi mette in luce le fratture della società rappresentata.
Per Makina Sara, il linguaggio è innanzitutto uno spazio di disagio. L’architetta prova una profonda diffidenza verso il giapponese istituzionale, in particolare verso l’uso del katakana, che nel romanzo — tradizionalmente riservato a parole straniere, tecnicismi e neologismi — diventa il segno di un linguaggio freddo e disumanizzante, associato alle etichette e alle semplificazioni ideologiche. Attraverso il katakana, il dolore appare standardizzato e l’esperienza umana perde spessore. Al contrario, l’inglese non è la lingua della legge né della norma sociale quotidiana: quando Sara parla o pensa in inglese, introduce una distanza emotiva che le consente di nominare concetti senza esserne travolta. Proprio questa estraneità rende l’inglese uno spazio di libertà, non vincolato a una posizione morale o a una visione del mondo precostituita. A questa prospettiva si contrappone quella di Masaki Seto, per il quale il linguaggio è uno strumento capace di cambiare la realtà. La sua fiducia nella nominazione è quasi assoluta: chiamare il detenuto Homo miserabilis non è, ai suoi occhi, un atto retorico, ma un gesto etico. Takuto, invece, incarna la fragilità dell’espressione. Il suo linguaggio semplice, talvolta impreciso ed emotivo, non mira a definire o classificare, ma a dire ciò che sente, anche quando le parole non bastano. In questa prospettiva, l’inadeguatezza linguistica — che per Seto rappresenta un limite — si rivela una possibile forma di autenticità, più vicina all’esperienza vissuta.
Su questo sfondo si innesta il linguaggio dei chatbot: fluido, coerente, privo di esitazioni. Nel romanzo, la protagonista dialoga spesso con un’IA, e la stessa autrice ha dichiarato di aver utilizzato risposte generate da ChatGPT per alcune parti del testo. Tuttavia, il passaggio dall’imperfezione umana alla correttezza artificiale non segna un progresso, bensì uno scarto che il romanzo mette in evidenza e problematizza. Per quanto grammaticalmente impeccabile, questa lingua artificiale appare emotivamente vuota e funziona, per i personaggi — soprattutto per Sara — come uno specchio deformante: restituisce risposte sensate, ma mai realmente coinvolte. Il confronto con l’IA accentua così la percezione che il problema non risieda nella forma del linguaggio, bensì nella sua relazione con l’esperienza.
Tokyo Sympathy Tower si colloca in una zona ibrida tra romanzo e saggio. La trama non procede secondo una logica d’azione, ma di pensiero: gli eventi sono spesso subordinati a monologhi interiori e riflessioni metanarrative, rallentando deliberatamente la lettura e costringendo il lettore a una partecipazione attiva e interpretativa. Lo stile alterna frasi brevi e spezzate a periodi più densi e teorici, con frequenti cambi di focalizzazione che rispecchiano la crisi comunicativa dei personaggi. Nonostante i temi etici e traumatici, il romanzo evita il pathos: l’emotività è filtrata e trattenuta, e il dolore emerge in modo indiretto.
La torre non è soltanto l’oggetto simbolico attorno a cui ruota la narrazione, ma una vera chiave formale per comprenderne la struttura. Organizzata per livelli, ciascuno con una funzione specifica, la Sympathy Tower riflette il modo in cui il romanzo procede per strati discorsivi più che per sequenze narrative lineari: dalla vicenda personale di Makina Sara al discorso istituzionale sulla compassione, da quello mediatico e sociale a quello tecnologico, fino alla riflessione teorico-linguistica finale. Questi livelli non si fondono mai del tutto, ma restano sovrapposti come i piani di un edificio, costringendo il lettore a un continuo movimento interpretativo, una sorta di attraversamento verticale.
Di fronte alla Sympathy Tower si staglia lo stadio progettato da Zaha Hadid, figura iconica dell’architettura contemporanea e prima donna a vincere il Pritzker Prize. La sua forma fluida e quasi organica si contrappone alla rigorosa verticalità della torre. Per Makina Sara questo confronto non è neutro: tra le due strutture si apre una tensione silenziosa che riflette il conflitto centrale del romanzo, tra esposizione pubblica e contenimento, tra libertà formale e disciplina etica.
Dal punto di vista formale, il romanzo evita una conclusione morale netta e si chiude con un finale aperto. Una scelta coerente con l’intento dell’opera, che non offre risposte definitive ma invita all’interrogazione. Tokyo Sympathy Tower sollecita una riflessione sull’importanza della comprensione reciproca in una società complessa, in cui le parole e le strutture che utilizziamo per organizzare il mondo non sono mai neutrali. In questo senso, la torre — evocata come una nuova Babele — e il linguaggio che la circonda diventano metafore centrali, rendendo il romanzo particolarmente significativo per chi predilige una narrativa attenta alle idee e alle questioni etiche.


