Questa è la storia del signor Nishi e dei ragazzi che si trovano nel suo centro riabilitativo per giovani violenti e problematici, la storia di un adulto dal passato criminale per il quale tenta di fare ammenda ogni giorno scegliendo di non abbandonare questi adolescenti bisognosi di una guida e soprattutto di qualcuno che creda in loro.
Unchained è l’ultimissima pellicola del regista giapponese Yoshida Keisuke presentata in prima mondiale alla ventottesima edizione del Far East Film Festival di Udine. Il film tratta una delle tematiche più scottanti del Giappone contemporaneo: la crisi educativa e l’escalation di violenza tra i più giovani. Il cinema di Yoshida ha spesso già affrontato argomenti delicati e inquietanti che toccano da vicino molti dei nervi scoperti della società giapponese, ma con Unchained il regista ha scelto di mettere alla prova i limiti dell’animo umano e la sua capacità di perdono.
Il film ruota intorno a due figure adulte centrali: la professoressa Kusada, insegnante delle scuole medie sobbarcata di lavoro e schiacciata dalle pressioni sociali, e il signor Nishi, un ex criminale che a seguito della morte della fidanzata e del figlio, mai conosciuto perché era in prigione, sceglie di dare un taglio netto alla sua vita e aiutare chi, come lui, ha perso la retta via. Grazie all’aiuto dell’ex direttrice del centro, Nishi riesce a rimettersi in carreggiata fino a prendere lui stesso le redini della struttura, cercando anche di promuoverla con eventi di presentazione e tramite il passa parola. È proprio da uno degli incontri di presentazione della struttura che la professoressa Kusada entra in contatto con Nishi e gli chiede aiuto per uno dei suoi studenti, il più intrattabile che abbia mai avuto. Il suo nome è Kaito e da qualche tempo si intrattiene con una banda di motociclisti insieme all’amico Yu; quando la professoressa va a parlare con la madre di Kaito si trova davanti una donna disperata, afflitta e soprattutto vittima di violenza, verbale e fisica, da parte del suo stesso figlio.
Kaito rappresenta un caso estremo di violenza incondizionata: spara petardi che carbonizzano la pelle sulla schiena di un compagno, maltratta la madre e compie altri atti di brutalità oltre le capacità descrittive del film stesso. La professoressa Kusada decide, dunque, di proporre alla madre del ragazzo l’alternativa del centro riabilitativo di Nishi come ultima spiaggia per il futuro di Kaito.
Il Mirai no Sato non è un centro riabilitativo qualsiasi: in un Giappone che sembra aver perso il polso fermo dell’educazione, il signor Nishi nel suo centro offre un’alternativa a metà tra un’educazione basata sul dialogo, lavoro di squadra ed ascolto – ovvero il metodo imposto alla scuola – e di piccole dosi di violenza solo verso i soggetti che le parole non le comprendono e capiscono solo il dolore. È un approccio che sfida i valori etici della società contemporanea che rifiuta in toto la violenza, soprattutto a livello educativo, ma che riceve grande sostegno da chi, da quel metodo, è stato salvato.
Yoshida, che è sia sceneggiatore che regista di Unchained, ha dichiarato di essersi ispirato ad alcuni fatti della sua vita giovanile per il film, e che per un adolescente allo sbando avere un adulto che lo guidi, invece di arrendersi alle prime difficoltà, è secondo lui fondamentale per non perdere la fiducia nella società. In quest’ottica va inquadrata anche la violenza moderata di Nishi, alla quale ricorre praticamente solo con Kaito quando tenta di ferire altre persone senza mai pentirsene e peggio, senza capire la gravità del fatto commesso. È così che Yoshida ci pone un quesito, di difficile risposta: è etico tentare la riabilitazione di un adolescente se questo causa ulteriore sofferenza ai suoi aggrediti e non si pente minimamente? Quando Nishi assicura alla madre esausta di Kaito che suo figlio può trasformarsi, il dubbio rimane più che lecito.
Il film rifiuta apertamente soluzioni rassicuranti e ci presenta la realtà per com’è: l’insegnante Kusada viene accusata da alcuni genitori di non riuscire ad educare i loro figli, scaricando totalmente sulla scuola il ruolo educativo e proteggendo a spada tratta i ragazzi, piuttosto che accettare una propria responsabilità genitoriale per i comportamenti dei ragazzi. Tuttavia, Unchained racchiude una verità antica: chi fa rumore ottiene attenzione, anche se calpesta vite innocenti nel processo, mentre chi conduce una vita ordinaria viene dimenticato nella sua normalità. Questa è un’altra delle domande poste nel film tramite la professoressa Kusada: è giusto trascurare gli altri per tentare di salvare un singolo soggetto difficile? E gli altri che fine fanno? Chi pensa al loro dolore e alla loro necessità di essere guidati? Che fine fa chi non attira l’attenzione?
Unchained è una pellicola schietta, che non mette filtri alla realtà e che ci lascia l’amaro della verità in bocca. Ciò che rende questo film radicalmente diverso dal cinema carcerario o riabilitativo tradizionale è il suo rifiuto di risolvere il conflitto morale attraverso il sentimentalismo. Yoshida non propone la redenzione come inevitabile destino, ma come scelta consapevole carica di ambiguità. Unchained si afferma così come opera profondamente scomoda, non perché ritratta violenza, ma perché obbliga lo spettatore a confrontarsi con l’incompatibilità tra giustizia e misericordia, mostrando che, talvolta, entrambe rimangono insoddisfatte.



