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NipPop x FEFF28: “Under the Open Sky” di Nishikawa Miwa

6 Maggio 2026
Chiara Bertolino

Mikami Masao, un ex membro della yakuza, una volta scontata la sua pena di tredici anni per aver commesso un omicidio, tenta disperatamente di rientrare a far parte della comunità. Si tratta di un percorso lungo e faticoso, la cui difficoltà viene accentuata dalla scarsa accoglienza da parte della società, incapace di offrire una seconda opportunità e perdonare gli errori passati dell’uomo.

Premiato con il prestigioso “Gelso d’Oro alla Carriera”, Yakusho Kōji è stato uno degli ospiti di punta, se non il principale, del Far East Film Festival di Udine di quest’anno. L’attore ha ha superato le alte aspettative riposte sulla sua interpretazione nel ruolo di protagonista in Under the Open Sky (Subarashiki Sekai すばらしき世界, 2020), l’ultimo film della regista Nishikawa Miwa.

La pellicola è un adattamento del romanzo Mibunchō (身分帳, 1990) di Saki Ryūzō, scrittore la cui carriera letteraria si è caratterizzata per aver dato ampio rilievo alla criminalità organizzata giapponese. Nishikawa Miwa ha scelto di seguire le orme dell’autore e si è documentata sul campo recandosi presso la prigione Asahikawa, setting di parte delle riprese e dell’opera di Saki.

Il film si apre con la scarcerazione del protagonista, Mikami Masao, un ex membro della yakuza, dopo aver trascorso gli ultimi tredici anni in carcere per aver commesso un omicidio. Non appena scontata la pena, e quindi una volta tornato “sotto il cielo aperto” del titolo internazionale della pellicola, l’uomo si ritrova abbandonato dalla comunità in uno stato di libertà solo apparente: a causa del suo trascorso e dei pregiudizi della società, restia a fidarsi di lui, non riesce a trovare un lavoro e, di conseguenza, a integrarsi. In altre parole, non gli è concessa una seconda opportunità.

Nonostante l’iniziale ottimismo verso un percorso di redenzione, Mikami si ritrova presto ad avere a che fare non solo con la dura realtà ma anche con il retaggio del suo passato: la società non è disposta ad accoglierlo e lui fatica ad abbandonare i codici di comportamento della criminalità. 

Esplicativa è la scena in cui, durante la ricerca di un impiego con cui potersi mantenere e permettere le spese mediche, Mikami viene respinto perché le sue uniche competenze lavorative si sono consolidate all’interno del carcere. Risulta allora esplicito il messaggio della regista: Mikami non viene accettato proprio per colpa del suo passato. Così facendo Nishikawa Miwa punta i riflettori sull’ipocrisia della società, sottolineata dalle persone attorno a Mikami che gli ripetono come rifarsi una vita sia possibile, dandogli speranza, quando invece, in realtà, nessuno è effettivamente disposto a tendergli una mano.

Mikami, come precedentemente detto, fatica ad abbandonare del tutto alcuni comportamenti propri dei suoi trascorsi violenti e proprio mettendo in scena questa difficoltà, Nishikawa riesce non solo a evitare le derive perbeniste e la romanticizzazione, ma anche a mostrare la realtà per quello che è: un percorso di reinserimento e di redenzione non immediato e decisamente faticoso. A riprova della difficoltà ad abbandonare del tutto il suo passato violento, l’uomo finisce col farsi coinvolgere in un paio di risse e, durante un incontro conviviale con il giovane regista televisivo Tsunoda, mostrerà i suoi tatuaggi e le sue cicatrici con fare divertito, raccontando col sorriso quei momenti appartenenti al suo passato buio.

La pellicola racchiude al suo interno una serie di scene che rappresentano azioni quotidiane tipiche di una qualsiasi persona comune. Si susseguono quindi delle scene semplici e delicate in cui Mikami si tiene occupato lavando i piatti, stendendo il bucato, cucinando, lavorando con la macchina da cucire o facendo la spesa. Tanto dolce quanto amara è la scena in cui il protagonista impara a fare la raccolta differenziata, dove le emozioni positive verso l’ex carcerato, ancora pronto a imparare qualcosa di nuovo, si offuscano nel momento della presa di coscienza che durante quei tredici anni trascorsi in una cella il mondo si è evoluto mentre lui, isolato per più di un decennio nella soffocante e circoscritta realtà del carcere, è rimasto indietro, ritrovandosi ora a dover fare i conti con una realtà più avanzata.

Altro tema centrale dell’opera è il pensiero che tormenta Mikami fin dall’infanzia, ossia il bisogno di ricongiungersi con la madre da cui è stato separato da bambino. Troverà aiuto in Tsunoda, il giovane regista che si presterà a riprenderlo nella sua quotidianità per mostrare al pubblico il suo percorso di recupero. Attraverso questa strategia narrativa, la regista muove un’aspra critica al modo in cui i media – ma anche la società in generale – sfruttino gli individui più vulnerabili e le loro storie dolorose per il solo scopo di lucro, spacciando il proprio interesse come puro altruismo.

La regista punta i riflettori anche su un’altra tematica sociale, quale la mancata assistenza sanitaria agli ex detenuti, mostrando come Mikami necessiterebbe di cure a causa di problemi di salute, ma non riesce ad accedere ai sussidi che gli spetterebbero. Dopo essersi ritrovato davanti all’ennesima porta sbattuta in faccia, non gli resta che chiedere aiuto al suo clan di appartenenza. Risuonano qui profetiche le parole pronunciate all’inizio del film da uno dei personaggi secondari: se non siamo disposti ad aiutare chi si trova nella sua situazione, tanto vale dirgli di tornare nella criminalità.

Considerando tutti gli elementi finora presentati, risulta chiaro quanto la traduzione del titolo originale del film, “un mondo meraviglioso”, suoni carica di ironia.

Nella pellicola viene dato molto spazio alla costruzione dei legami affettivi del protagonista. Mikami riesce a trovare la propria comunità, formata da diversi personaggi che si legano a lui nonostante l’assenza di legami di sangue. Anche in quest’opera la regista ripropone l’elemento, ormai ricorrente nei suoi film, della famiglia non convenzionale, ripreso dal famoso regista Koreeda Hirokazu, suo collega e mentore. La sua carriera cinematografica comincia durante gli anni di università, durante i quali lavora come membro dello staff del film After Life (1998) proprio sotto la regia di Koreeda.

Under the open sky, oltre ad aver ricevuto numerose nomination, ha vinto diversi premi al Mainichi Film Awards nel 2021 nonché il premio alla Migliore Cinematografia allo Yokohama Film Festival nel 2022, dove è stato molto apprezzato dalla critica.

È un film profondo e struggente, ma al contempo delicato e a tratti irritante. L’eccezionale interpretazione di Yakusho Kōji e la maestria e la sensibilità di Nishikawa Miwa hanno saputo conferire un valore aggiunto all’opera originale di Saki Ryūzō, superando di gran lunga le aspettative.

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