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NipPop

 NipPop X FEFF28: “Tokyo Taxi” di Yamada Yōji

14 Maggio 2026
Marta Fanasca

Yamada Yōji, regista novantaquattrenne, è alle prese con la sua novantunesima pellicola. Sarà la sua ultima fatica? Dopo aver visto Tokyo Taxi, c’è da sperare di no, considerando che il film rappresenta una delle sue prove migliori degli ultimi anni. Per questa nuova regia si affida, alla sceneggiatura, a Asahara Yuzō, in una riscrittura del film franco-belga A spasso con MadeleineTra gli interpreti troviamo un altro nome storico del cinema giapponese, Baishō Chieko, affiancata dal carismatico Kimura Takuya. Un team che non delude le aspettative.

La trama è semplice ma efficace: l’anziana Takano Sumire (Baishō Chieko) prenota un taxi per essere accompagnata dalla sua casa di Shibamata, nella zona nord-est di Tokyo, fino a Hayama, cittadina nella prefettura di Kanagawa, dove l’attende una casa di riposo. Il tassista Usami Kōji è un padre di famiglia alle prese con difficoltà economiche, disposto a tutto pur di non deludere la figlia adolescente, che sogna di entrare in un prestigioso liceo musicale privato. Durante il viaggio, Kōji si ritrova a scortare Sumire non solo nello spazio, ma anche attraverso i suoi ricordi. Da queste premesse nasce un road movie non convenzionale: il tragitto è costellato da soste nei luoghi significativi della vita della donna, che la portano a rivivere i momenti più importanti della sua esistenza, mentre Kōji osserva, ascolta e riflette.

La storia personale di Sumire si intreccia con quella di Tokyo: i bombardamenti del 1945 le portano via il padre, un trauma rievocato attraverso disegni evocativi che privilegiano il dolore del ricordo rispetto alla rappresentazione diretta. Cresciuta con la madre nel quartiere tradizionale di Asakusa, la giovane Sumire la aiuta nella gestione di un piccolo caffè. Qui scopre anche l’amore per un giovane coreano: questa fase della sua vita è raccontata attraverso la performance intensa di Aoi Yū, che restituisce tutta la gioia e la vitalità di quei momenti. Un amore, tuttavia, destinato a svanire: il ragazzo tornerà in patria per contribuire alla ricostruzione della Corea del Nord, lasciando Sumire sola, con il ricordo e il figlio Isamu.

La vita continua, ma non senza nuove difficoltà. Sumire si risposa con un uomo che si rivela presto violento e abusivo, incapace di accettare il figlio. Dopo aver subito maltrattamenti, la donna reagisce per difendere sé stessa e il bambino, arrivando a ustionare il marito e venendo condannata a nove anni di carcere. Eppure, quella di Sumire è una storia di resilienza: anche dopo questa caduta, riesce a rialzarsi. Nel frattempo, Kōji passa da un iniziale distacco a un coinvolgimento sempre più profondo, fino a condividere a sua volta i propri ricordi. L’incontro con Sumire lo spinge a riflettere sul rapporto con la moglie, rafforzando i suoi sentimenti.

Come ogni viaggio, anche questo giunge al termine: dopo una lunga giornata, Kōji accompagna Sumire a destinazione. I due si salutano con la promessa di rivedersi, lasciando allo spettatore il compito di immaginare il seguito. 

Senza rivelare il finale, Tokyo Taxi è un film che tocca corde profondamente malinconiche. Chi ama Tokyo — i suoi quartieri tradizionali e la sua skyline romantica — non potrà restare indifferente di fronte alla fotografia magistrale di Yamada. Allo stesso tempo, il film evita la trappola del sentimentalismo facile: non forza la commozione, ma costruisce una connessione emotiva autentica, lavorando sulle sfumature più intime dell’esperienza umana.

Non sappiamo se questa sarà l’ultima opera di Yamada o l’ultimo ruolo di Baishō Chieko, ma Tokyo Taxi resta, per entrambi, una pellicola da vedere e ricordare.

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