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NipPop x FEFF28: “Tiger” di Anshul Chauhan

11 Maggio 2026
Lisa Stivé

Tra critica sociale e rappresentazione di una dimensione rurale che fatica ad accettare il diverso, l’ultimo film di Anshul Chauhan ci immerge nella gay scene di Tokyo, tracciando il profilo di un protagonista maturo, sospeso tra le responsabilità che derivano dalla volontà di vivere la propria identità e il bisogno di costruire un nucleo familiare solido.

Presentato in anteprima europea al Far East Film Festival 2026 di Udine, il nuovo lavoro del regista indiano Anshul Chauhan si colloca all’interno di quel filone cinematografico che racconta soggettività queer poste ai margini della società giapponese. Non è un caso che trovi spazio proprio nel contesto udinese, da sempre attento e ricettivo rispetto alle istanze della comunità LGBT+, come dimostrano anche titoli recenti quali Egoist e il pluripremiato Close-Knit.

All’interno di questo panorama, Tiger si distingue per uno sguardo più maturo e stratificato. Lontano dalle dinamiche tipiche dei seishun eiga, incentrati su percorsi adolescenziali di scoperta e accettazione della propria identità, il film di Chauhan sceglie infatti un protagonista non più giovane, inserito in una fase della vita segnata da responsabilità e tensioni diverse. Qui il conflitto non riguarda tanto la scoperta di sé, quanto il modo in cui un’identità ormai consolidata si confronta con le complessità del presente.

Taiga, il protagonista, si muove così in un orizzonte attraversato da questioni attualissime e universali nel Giappone del 2026: l’invecchiamento dei genitori, la gestione dell’eredità materiale e affettiva, la possibilità di costruire una famiglia e il bisogno di relazioni stabili. In questo senso, il film si discosta da molte narrazioni LGBT+ tradizionali, evitando di concentrare il racconto su un percorso di autoaffermazione. Al contrario, assume come punto di partenza un’identità già definita, interrogandosi piuttosto sulle sue interazioni con il mondo esterno e sulle frizioni che emergono nel tentativo di conciliare desiderio individuale e strutture sociali.

Katagiri Taiga vive a Tokyo, dove divide le sue giornate tra il lavoro come massaggiatore per una clientela maschile e le notti nei locali di Shinjuku Ni-chōme, cuore pulsante della scena gay della capitale. A differenza di amici come Benji, più giovane e carismatico, Taiga è pienamente consapevole della precarietà di questo stile di vita e dell’impossibilità di sostenerlo a lungo: anche per questo, spinto più dalla curiosità che da una reale ambizione, decide di presentarsi ad alcuni provini per entrare nell’industria del cinema pornografico.

La sua routine subisce però uno scossone quando l’assertiva sorella Minami lo informa che il padre è stato ricoverato a causa di un tumore, pregandolo di tornare. Con il ritorno di Taiga nella remota Miyagi, la prefettura da cui proviene, entriamo in contatto con il passato del protagonista, che ha scelto di gettarsi alle spalle anni prima alla volta della metropoli: nel contesto provinciale in cui è cresciuto, infatti, la sua omosessualità resta un segreto mai rivelato, in netto contrasto con la libertà con cui vive la propria identità a Tokyo. A esserne a conoscenza erano soltanto la sorella, la madre — oggi scomparsa — e Kōji, amico d’infanzia che rappresenta una sorta di controcampo esistenziale: a differenza di Taiga, ha scelto di reprimere la propria identità per conformarsi alle aspettative sociali, conducendo una vita apparentemente serena all’interno di un matrimonio eterosessuale nella quiete della campagna.

È proprio il personaggio dell’amico Kōji a rappresentare un interessante parallelismo con il protagonista: per Kōji, Taiga è “quello che ce l’ha fatta”, che è andato a vivere nella metropoli e vive la sua identità alla luce del sole, senza fare compromessi e senza nascondersi da nessuno. Vede in lui la realizzazione di tutto ciò a cui ha rinunciato da giovane per avere una stabilità a cui, a distanza di anni, non dà tutto questo valore. Per lui, quella che vive Taiga è la vera “libertà”. Ma sarà proprio il protagonista a spezzare l’incantesimo dell’amico, rivelandogli che la vita che ha in città non lo realizza veramente, non ha affetti stabili e le persone a cui tiene — la sorella, il padre — fanno di tutto per fargli la guerra solo perché lui “è diverso”. Per Taiga, è Kōji ad aver avuto un briciolo della vera felicità: una famiglia, un bambino, il calore umano e affetti stabili.

Sarà proprio nel tentativo di costruire legami duraturi che Taiga maturerà la sua scelta. L’unica presenza capace di restituirgli una gioia autentica è la piccola Kaede, figlia della sorella: nel rapporto con lei prende forma un desiderio fino ad allora indistinto, quello di avere dei figli, pur senza riconoscersi nel modello di famiglia tradizionale ed eteronormativa. È a questo punto che il percorso individuale del protagonista si intreccia con alcune dinamiche proprie della comunità LGBT+ giapponese contemporanea. Venuto a conoscenza dei gisō kekkon, cosiddetti “matrimoni amicali” — unioni fondate su rispetto reciproco e obiettivi condivisi più che su coinvolgimento romantico — Taiga inizia a considerare questa possibilità come una soluzione concreta. Non si tratta tanto di un compromesso, quanto di una strategia per conciliare il bisogno di autenticità con il desiderio di costruire una famiglia e garantire una stabilità affettiva che altrimenti percepisce come difficilmente raggiungibile.

Venuti a conoscenza dell’attività di Taiga come attore pornografico, i genitori di Kaede decidono di interrompere ogni contatto tra lui e la bambina. In un ultimo, disperato tentativo di condividere un momento significativo con lei, Taiga la porta, contro il loro volere, in un parco giochi di Tokyo. Qui il cerchio si chiude: è lo stesso in cui, anni prima, sua madre lo aveva accompagnato poco prima di morire. In una suggestiva sovrapposizione di ricordi e presente, Taiga rivive quell’ultimo frammento di felicità vissuto con la madre, aggrappandosi alla speranza che Kaede possa un giorno crescere libera e trovare la propria felicità, al di là delle imposizioni della società.

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