In uscita nelle sale italiane a partire dal 30 aprile e in anteprima al Far East Film Festival 28 di Udine, l’ultimo lavoro del regista Lee Sang-il Kokuho – Il maestro di kabuki (国宝, Kokuhō) dà risalto al teatro kabuki, una forma teatrale in cui gli attori sono esclusivamente uomini. Candidata agli Oscar 2026 per Miglior trucco e acconciature, la pellicola è uscita nelle sale giapponesi lo scorso giugno e ha già vinto numerosi premi agli Awards of the Japanese Academy 2026, tra cui Miglior film, Miglior regia e Migliore sceneggiatura.
Tratto dal romanzo monumentale in due volumi di Yoshida Shūichi, Kokuho – Il maestro di kabuki, narra il percorso artistico del protagonista Kikuo dall’adolescenza fino all’età adulta. Durante una serata in cui si esibisce come onnagata – ossia, un uomo che interpreta ruoli femminili – assiste alla morte cruenta del padre, boss della yakuza. Dopo un tentativo fallito di vendicare la morte del padre, Kikuo decide di diventare apprendista di Hanai Hanjirō, attore di kabuki a capo di una compagnia teatrale. Kikuo, insieme a Shunsuke – figlio di Hanai –, riscuote grande successo come onnagata e i due formano una vera e propria coppia artistica. Tuttavia, il loro stretto rapporto d’amicizia si incrina quando Kikuo viene prima scelto come unico protagonista di Doppio suicidio d’amore a Sonezaki di Chikamatsu Monzaemon (1653 – 1724) e poi nominato erede della compagnia teatrale. Shunsuke abbandona la compagnia in preda alla frustrazione nei confronti del grande talento dell’amico mentre Kikuo riversa tutte le sue energie sull’obiettivo di diventare il nuovo ningen kokuhō (letteralmente, “tesoro nazionale umano”), un titolo conferito al miglior maestro di arti tradizionali, in un percorso fatto non solo di luci, ma anche di tante ombre.

Dietro il kabuki infatti c’è un duro allenamento e una lunga serie di sacrifici che distruggono il corpo nel lungo termine, portandolo allo sfinimento o addirittura a scenari ben più gravi. Eppure Kikuo accetta queste sofferenze, mosso dal desiderio di diventare un maestro di kabuki. Nel corso del film assistiamo a uno sviluppo del legame tra Kikuo e il kabuki che si fa sempre più stretto e per certi versi tossico. Il ragazzo sviluppa infatti una vera e propria ossessione che lo porterà a distruggere non solo sé stesso, ma anche le persone che lo circondano. Pur di raggiungere il suo scopo è pronto a usare qualsiasi mezzo, anche se questo può significare sfruttare chi lo circonda. Tuttavia, la vita gli presenterà il conto nel tempo, mettendolo di fronte alla dura realtà.
Inoltre, il kabuki diventa per lui l’unico metro attraverso il quale definire la propria identità. Arriva così a identificare sé stesso nell’arte che mette in scena e offre allo spettatore il proprio talento e la propria arte. Questa stretta identificazione con l’arte offre un’ulteriore chiave di lettura dell’autodistruzione che talvolta l’arte può provocare nell’individuo. Proprio perché il corpo diventa un’entità al servizio dell’arte, l’artista lo trascura e si riduce allo stremo delle forze. Ciò non vale solo per Kikuo, ma anche per Shunsuke, che si troverà ad affrontare una scelta ardua a causa degli anni passati a trascurare il proprio corpo per diventare un attore di eccezionale talento e grande fama. Sia in Kikuo che in Shunsuke vi è una continua tensione verso la perfezione che ha esiti diversi e non sempre felici.

La pellicola presenta alcuni simboli interessanti. Primo fra tutti spicca il gufo rapace, il tatuaggio che Kikuo porta sulla schiena. Il protagonista sceglie di tatuarsi questo animale poiché, come lui stesso afferma, simboleggia che ciò che dai prima o poi ti ritornerà. Kikuo decide quindi di offrire il proprio corpo al kabuki pur di diventare un ningen kokuhō. Eppure, dovrà pagare un duro prezzo per gli sforzi che ha compiuto per diventare un maestro di kabuki, invitando lo spettatore a riflettere su fino a che punto siamo disposti a sacrificare noi stessi, i nostri affetti e chiunque ci circondi pur di raggiungere il nostro scopo.
Dal punto di vista narrativo, Lee Sang-il costruisce un climax di tensione ben dosato, che trova poi il suo culmine e la sua distensione nel finale. Attraverso una narrazione che si snoda nell’arco di cinquant’anni, il regista aggiunge in ogni fase di vita dei momenti di tensione ben specifici che sommati insieme creano un’intensità tale da far commuovere lo spettatore. Kokuho non gioca tanto sull’azione, quanto sul pathos di ogni momento.

Per quanto riguarda la rappresentazione del kabuki, il regista offre all’interno della pellicola una grande varietà di opere celebri accompagnate sempre da una breve spiegazione che permette allo spettatore di comprendere ciò che sta accadendo sulla scena. Colpisce inoltre il fatto che il linguaggio sia stato adattato in maniera tale da renderlo più comprensibile al pubblico odierno, senza snaturare eccessivamente l’originale. L’utilizzo delle brevi descrizioni è sicuramente un dettaglio degno di nota, poiché permette a chi non è conoscitore di questa arte di scoprire le rappresentazioni più famose e iniziare a familiarizzare con storie e particolarità. Altro elemento degno di nota sono i costumi e le acconciature che hanno valso al film la candidatura al premio Oscar. Ogni kimono riccamente decorato, ogni acconciatura complessa e ogni elemento del trucco sono curati nel minimo dettaglio, rivelando una grande cura da parte del regista che mette al centro il kabuki non solo come semplice elemento scenico ma come vero e proprio protagonista.
Sebbene la lunghezza – quasi tre ore – possa sembrare ostica, Kokuho è un film che merita sicuramente una grande attenzione. Qui il rapporto con l’arte viene problematizzato e viene mostrato come possa diventare deleterio per il fisico, la mente e per i rapporti umani. Nel momento in cui l’Io si sovrappone alla propria arte, i confini si fanno sempre più deboli, labili, e l’amore per l’arte si trasforma in una vera e propria ossessione dagli esiti talvolta negativi. Attraverso un’intensità costruita con sapienza attraverso l’utilizzo del kabuki, Lee Sang-il tiene in tensione il pubblico fino al momento liberatorio finale che tocca le corde più profonde dello spettatore.



