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NipPop X FEFF28 – “Hula Girls” di Lee Sang-il

1 Maggio 2026
Asia Bellinello

Restaurato in 4K in occasione del Far East Film Festival 28 di Udine e premiato agli Awards of the Japanese Academy del 2007 come Miglior film e Miglior regia, Hula Girls (Fura gāru フラガール) torna sul grande schermo dopo vent’anni dalla sua prima anteprima udinese. La riproposizione di questa pellicola costituisce un tributo speciale al celebre regista Lee Sang-Il, che sarà presente alla kermesse di quest’anno per presentare in anteprima italiana Kokuho – Il maestro di kabuki.

Tratta da una storia vera accaduta nel 1965, la pellicola si sviluppa a Iwaki, in una cittadina desolata e lontana dai grandi centri abitati. A causa del prezzo competitivo del petrolio e del crollo dei profitti del carbone, l’amministrazione cittadina è costretta a chiudere le miniere, mettendo in ginocchio migliaia di persone. Per risollevare le sorti di Iwaki e incentivare il turismo, Yoshimoto Norio propone di realizzare un centro hawaiano dedicato alle danze hula, eseguito dalle figlie dei minatori. Assume così la ballerina professionista Hirayama Madoka (interpretata da Matsuyuki Yasuko) per formare le ballerine del corpo di ballo. All’inizio le uniche a partecipare sono Sanae, l’amica Kimiko, l’impacciata Sayuri e la madre single Hatsuko e, nonostante i primi momenti di difficoltà, il gruppo diventa sempre più solido e attira altre aspiranti ballerine di hula. Le ballerine iniziano così a esibirsi in giro per Iwaki, sfidando anche i pregiudizi della popolazione più anziana e assumendo un ruolo fondamentale nella rivitalizzazione della cittadina.

Sebbene il titolo possa dare l’impressione di un film leggero dai toni allegri, in realtà Lee Sang-Il mette in scena una storia complessa che si focalizza sulla poliedricità delle identità femminili e sullo scontro – talvolta violento – tra mentalità tradizionale e mentalità progressista. Sin dall’inizio assistiamo alla protesta dei cittadini di Iwaki di fronte alla proposta di Yoshimoto, e le donne, soprattutto adulte e anziane, criticano aspramente la danza hula perché indecente e da poco di buono. Lo scontro generazionale è evidente in particolare in due famiglie: quella di Sanae e quella di Kimiko. Se per Kimiko e Sanae la danza hula rappresenta una via di fuga dal destino monotono delle donne di Iwaki, per la madre di Kimiko e il padre di Sanae è invece inaccettabile e il dissidio assume tinte sempre più violente, arrivando anche allo scontro fisico. Alla fine Sanae sarà costretta ad abbandonare il gruppo; Kimiko, invece, continua a danzare per sé stessa e per l’amica che non ha potuto ribellarsi alla violenza del padre, e attraverso la danza stimolerà la madre a confrontarsi coi propri pregiudizi. Il regista evita dunque qualsiasi forma di essenzialismo e mostra come lo scontro generazionale possa avere esiti diversi, dai più negativi e annichilenti a quelli più positivi e trasformativi.

All’interno della pellicola, la danza gioca un ruolo fondamentale e non è un semplice accessorio artistico. Oltre a essere un mezzo per sfuggire al destino monotono e limitante di mogli dei minatori, è anche un modo per rivendicare una propria identità e libertà. Emblematico in questo caso è il personaggio di Hatsuko. Durante un breve scambio di battute con Yoshimoto, l’uomo esclude la partecipazione della donna al gruppo di ballo poiché è una madre con un figlio piccolo. Di fronte a questa osservazione, Hatsuko rivendica una propria identità che vada oltre quella di madre, dimostrando che le donne possono essere molto di più del ruolo tradizionalmente a loro associato. Altra identità femminile alternativa è Hirayama stessa, che arriva a scontrarsi anche con gli uomini pur di difendere le sue ballerine, mettendo in scena quindi una soggettività femminile capace di farsi valere nel rapporto tra generi.

La danza diventa poi anche un mezzo comunicativo eccezionale, legato al significato attribuito alla gestualità dei movimenti. Infatti ogni movimento di braccio e di mani è associato a una precisa parola e l’insieme di questi gesti crea dei veri e propri messaggi. Nella seconda metà del film, infatti, le ballerine dedicano all’insegnante, in procinto di partire, una danza carica di pathos i cui movimenti dichiarano l’affetto e la gratitudine che le ragazze nutrono verso di lei.

Infine, la danza diventa il mezzo attraverso il quale le protagoniste abitano il proprio corpo secondo la propria volontà. Se lo hula viene associato alla nudità e a una sensualità erotizzante dai locali, Hirayama scardina questo pregiudizio dicendo alle ragazze che non devono necessariamente ballare in abiti succinti. Le ballerine, quindi, non mettono in mostra il loro corpo in senso sessualizzante e per compiacere gli uomini così da incentivare il turismo, ma scelgono consapevolmente come abbigliarsi, con la volontà di esprimere sé stesse. Trattandosi di una storia ambientata nel 1965, il discorso sul corpo femminile è di sicuro un dettaglio di spicco nella pellicola, un primo passo verso un cambiamento nei confronti della percezione del corpo femminile stesso.

Dal punto di vista del comparto musicale, Lee Sang-Il affida le musiche a Jake Shimabakuro, musicista statunitense nato ad Honolulu. Le sue canzoni dal sapore squisitamente hawaiano trasportano lo spettatore in un ambiente tropicale e caldo, a differenza della fredda e desolata Iwaki. La musica non accompagna solo le danze, ma anche alcune scene iniziali del film per sottolineare ora la leggerezza adolescenziale delle protagoniste, ora la comicità di certe scene. Non sono solo canzoni tranquille, ma talvolta anche più dinamiche, sottolineando la grande varietà della danza hula

Hula girls è dunque una pellicola che, al di là di alcuni momenti leggeri e del titolo apparentemente allegro, sviluppa una storia più seria e complessa che stimola lo spettatore a ripensare la soggettività e l’agentività femminile. In questo senso, Lee Sang-Il mette in scena delle figure femminili che non si adeguano al loro ruolo sociale o al loro destino, ma che invece attraverso la danza abbracciano la propria identità ed esprimo ciò che sono.

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