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NIPPOP x FEFF28: “Gamera, the Giant Monster” di Noriaki Yuasa

6 Maggio 2026
Mario Ciliberti

Un kaijū fuori dagli schemi che, tra limiti produttivi e intuizioni brillanti, segna la rinascita della Daiei e ridefinisce il genere monster movie giapponese.

Gamera, the Giant Monster (Daikaijū Gamera 大怪獣ガメラ) è un film giapponese del 1965 appartenente al genere kaijū, diretto da Noriaki Yuasa e con effetti speciali curati da Yonesaboro Tsukiji. Prodotto e distribuito dalla Daiei Film, rappresenta il primo capitolo della saga di Gamera, nata sull’onda del successo di Godzilla. Già nel 1964, la Daiei aveva avviato un progetto intitolato Nezura, affidando la regia a Noriaki Yuasa. Tuttavia, la produzione venne interrotta dalle autorità sanitarie poiché prevedeva l’impiego di numerosi ratti vivi. Di fronte a questo stop Nagata concepisce l’idea di Gamera, destinato a prendere il posto del progetto abbandonato. 

Nei cieli sopra il Polo Nord ha luogo uno scontro tra due velivoli nemici destinato a cambiare il corso degli eventi. Uno degli aerei viene abbattuto e si schianta sulla superficie ghiacciata, generando un’esplosione che spezza un sonno millenario: dal ghiaccio emerge Gamera, un enorme tartaruga preistorica rimasta ibernata per circa ottomila anni. Testimone dell’accaduto è il professor Hidaka, celebre zoologo, che si attiva immediatamente per coordinare le operazioni necessarie a contenere quella minaccia riemersa dal passato. Dopo essersi immersa nelle acque gelide, la creatura si dirige verso il Giappone mentre gli scienziati e l’esercito si preparano a fronteggiarla. Giunto sulla terraferma, il mostro scatena una serie di devastazioni impressionanti. Eppure mostra una certa riluttanza a nuocere agli esseri umani e in particolare ai bambini, così come si evince dalla prima parte del film dove Gamera salva Toshio, un bambino curioso, l’unico ad avere a cuore il mostro. I militari tentano di fermarlo utilizzando una trappola basata sui cavi dell’alta tensione, già impiegata con successo contro Godzilla, ma senza ottenere risultati. A fare la differenza è allora l’ingegno di un gruppo di scienziati e ingegneri che elaborano un piano alternativo, ovvero costruire una struttura in grado di intrappolare il mostro. Quando Gamera cade nella trappola, dopo una lunga serie di tentativi risultati fallimentari per le condizioni metereologiche, si ritrova rinchiuso all’interno di una cupola che si rivela essere la capsula di un potente razzo pronto a essere lanciato nello spazio per provare ad allontanare definitivamente la minaccia dalla Terra.

La produzione del film ha optato per il bianco e il nero, una scelta dettata più da esigenze economiche che da motivazioni artistiche. Paradossalmente questa limitazione ha contribuito al successo del film: l’assenza di colore aiuta a mascherare alcuni difetti negli effetti speciali e rende più credibile la resa del costume del mostro. In questo modo, Gamera è riuscito a interrompere l’egemonia della Toho (casa di produzione cinematografica giapponese del 1932) garantendo alla Daiei nuova linfa economica per diversi anni. Il principale punto di forza è la scelta di mostrare un nuovo kaijū interpretato da un attore in costume. È meno banale e insipido rispetto ai capitoli successivi, e decisamente più bizzarro e eccentrico rispetto a Godzilla, che resta un’opera potente e cupa sui pericoli della guerra atomica. Nella scena in cui il Gamera salva Toshio,  nonostante sia stato proprio lui a metterlo in pericolo, si gettano le basi per il processo di riabilitazione dell’immagine del mostro che si svilupperà nel corso della serie: infatti col tempo diventerà un protettore della terra e verrà definito più volte “amico di tutti i bambini”. Gli effetti speciali sono generalmente ben realizzati per un film di questo tipo e soprattutto per il periodo, anche se il budget ridotto determina qualche problema nei modellini – in particolare si notano i fili che tengono sospesi gli aerei e i missili. Tuttavia il kaijū è reso piuttosto bene anche se è impossibile non notare quanto sia grottesco il suo guscio a propulsione quando vola o ruota nell’aria ad alta velocità. Anche gli occhi risultano un po’ vuoti e comici, anche se il bianco e nero aiuta a valorizzare l’effetto luminoso.

Gamera riesce comunque a offrire tutta l’azione che ci si aspetta da un kaijū, con sequenze molto particolari, per esempio la scena della discoteca anni ‘60 distrutta dalla creatura. Nel complesso, Gamera riesce a bilanciare il tono più serio dei primi film di Godzilla con il fascino bislacco dei successivi capitoli della saga Toho.

In definitiva, Gamera, non è soltanto un prodotto nato dalle necessità produttive e da un progetto fallito, ma rappresenta un punto di svolta sorprendentemente efficace per il cinema kaijū degli anni ‘60. Pur con i suoi limiti tecnici e alcune ingenuità visive, il film riesce a costruire una propria identità distinguendosi così dal modello di Godzilla. La scelta di caratterizzare la creatura non come una semplice forza distruttiva ma come un essere empatico inoltre, come abbiamo già accennato, apre la strada a una nuova interpretazione del mostro destinata a evolversi nei capitoli successivi.

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