È il 1844, gli ultimi strascichi dell’epoca Edo (1604-1868), davanti a noi si apre il palcoscenico per il nostro dramma samuraico: il giovane daimyō Naritsugu Matsudaira, violento e sanguinario, porta terrore e disgrazia nelle sue terre, oltre a sfoggiare senza remore il proprio potere contro gli altri clan, protetto dal suo status di fratellastro dello shōgun. Per fermare la scia si sangue lasciata da Naritsugu, un membro del Consiglio degli Anziani dello shogunato, Doi Toshitsura, raduna una squadra per l’esecuzione formata da undici samurai, un rōnin e, con grande sorpresa, un cacciatore di montagna.
13 Assassins (Jyūsan-nin no shikaku 十三人の刺客, ) è un film del 2010, scritto da Ikemiya Shōichirō e diretto dal noto, nonché estremamente prolifico, regista Miike Takashi, che ha regalato al pubblico pellicole come Audition (Ōdishon オーディション, 1999), Ichi The Killer (Koroshi-ya 1 殺し屋1, 2001) o Yakuza Apocalypse (Gokudō dai-sensō 極道大戦争, 2015), particolarmente apprezzato per il suo stile segnato da “azione cruenta, alta tensione”, con “tocchi di umorismo nero”, come lo descrive Mark Shilling per il FEFF28. Presentato originariamente al Festival del Cinema di Venezia il 9 settembre 2010 in anteprima mondiale, esce alla fine del mese in Giappone e l’anno successivo negli Stati Uniti.
La pellicola, restaurata per il festival, è il secondo “riadattamento” (dopo quello del 1990 di Tominaga Takuji) dell’omonimo film di cappa e spada del 1963, firmato da Kudō Ei’ichi, con la sceneggiatura di Tengan Daisuke. Questa versione è stata portata al FEFF28, insieme ad altri sette film, per celebrare proprio uno dei suoi attori di punta: Yakusho Kōji, ospite di rilievo di quest’anno a Udine, che ha ritirato il Gelso d’Oro alla Carriera questo 25 aprile.

Yakusho indossa le vesti di Shimada Shinzaemon, il samurai probo che sarà l’altra faccia dell’abiezione di Matsudaira (Inagaki Gorō), con il quale avrà un brevissimo scontro alla fine del lungometraggio – che rispecchia perfettamente questo appellativo, arrivando a 120 minuti per la versione in sala e ben 140 minuti nella versione estesa. Infatti, la struttura del film si può dividere in due sezioni: la preparazione allo scontro e l’effettiva battaglia, dove Miike non risparmia effetti pirotecnici, distruzioni di edifici e parecchio gore.
Proprio questa è una differenza netta rispetto all’opera di Kudō, che si presentava molto più solenne, con gli stilemi narrativi tipici del film samuraico e un ritmo quasi teatrale, effetto accentuato da trucco e costumi: la violenza è presente, ma intrisa di una certa solennità, mentre quella rivolta contro donne e bambini è, seppur presente, implicita, suggerita, mai in primo piano. Miike, al contrario, espone la brutalità di Matsudaira davanti agli occhi dello spettatore, con i suoi crimini e le scelleratezze sottolineate in chiave quasi voyeuristica; da un lato, sottolinea la necessità di fermare il daimyō, dall’altro sviluppa il personaggio di Matsudaira (figura storica realmente esistita) come un villain esagerato e grottesco, proprio in stile Miike.

13 Assassins è sicuramente una pellicola che riesce a fondere la tradizione dei film chanbara degli anni Sessanta e Settanta, basati sul codice del bushidō, con l’estetica ipercinetica e le particolarità di un regista poliedrico come Miike. Tuttavia, questo risulta in un’arma a doppio taglio: se per i cinefili e gli amanti del genere, è diventato un cult istantaneo, la sua struttura rigorosa (fatta di lunghe parti con solo dialogo e focalizzata sui preparativi strategici) potrebbe risultare eccessivamente cadenzata, quasi tediosa, per il pubblico generalista contemporaneo, abituato a ben altri ritmi.



