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Onabe e performance di genere in Shinjuku Boys

1 Novembre 2019
Davide Maggio

Gli onabe, protagonisti del film-documentario Shinjuku Boys (1995) di Kim Longinotto e Jano Williams, sono ragazzi nati in un corpo biologicamente femminile che trascorrono la propria vita nei panni di un uomo e lavorano in un’industria dell’intrattenimento rivolta a una clientela prevalentemente composta da donne. 

A fare da sfondo al documentario è il New Marylin, club che nasce a Tōkyō negli anni ‘70, periodo durante il quale si possono riconoscere le prime forme di crossdressing female to male. Nonostante questo nasca come un club frequentato prevalentemente da una clientela maschile, nel corso degli anni si registra un’inversione di tendenza, tanto che gli uomini diminuiscono fino a scomparire e inizia invece ad aumentare esponenzialmente la clientela femminile.

Il punto di rottura nei ruoli di genere
È durante gli anni ‘90, però, che si registra un vero e proprio punto di svolta per quanto riguarda i ruoli di genere della società giapponese. Dalla seconda guerra mondiale, infatti, la società nipponica si struttura intorno a due modelli: uno per gli uomini, in cui l’uomo incarna la figura del salaryman che esce presto di casa per recarsi a lavoro, che al termine della giornata lavorativa beve con i propri colleghi e che rincasa soltanto a notte inoltrata; uno per le donne, regine della casa col compito di prendersi cura del focolare domestico. 
La società del secondo dopoguerra si divide perciò in maniera binaria, netta, fino all’esplosione della cosiddetta bolla economica, che porta con sé non solo una forte inflazione, ma anche il licenziamento di molti uomini: chi trova lavoro non ha più le stesse sicurezze di pochi anni prima, per cui viene a mancare l’idea di dedicare la propria vita al lavoro e, di conseguenza, nell’immaginario femminile viene a mancare l’ideale dell’uomo dedito alla propria vita professionale. Sia donne che uomini finiscono, quindi, per reinventare i propri ruoli di genere.
È proprio da questo substrato culturale, così come da modelli estetici storicamente tendenti al genderless e all’androginia, che in Giappone nascono gli onabe. In svariati contesti culturali, riscontriamo infatti che i canoni di bellezza per una donna prevedessero viso delicato e ventre piatto, mentre per un uomo era simbolo di bellezza la vita sottile. 

La sperimentazione
Se, come abbiamo visto, negli anni ‘90 crolla la definizione binaria di genere e si creano gli spazi per sperimentare, le donne giapponesi iniziano allora a farlo sia nel ruolo di crossdresser che in quello di clienti di circoli dedicati all’intrattenimento notturno. 
Da allora il trend si è evoluto, dando vita a modalità espressive diverse, dove i ragazzi del documentario lavorano a Shinjuku, di giorno polo economico e di notte centro di divertimenti incentrati sul sesso, mentre altre aree della città iniziano a offrire intrattenimenti simili. 
Ad esempio, se il New Marylin è diventato un vero e proprio punto di riferimento e luogo di ritrovo, ad Akihabara opera un’agenzia che non fidelizza però i fruitori in prima persona e si limita a gestire gli appuntamenti tra onabe e clienti. Altra differenza sostanziale tra le due esperienze è che, al contrario di quanto succede a Shinjuku, gli onabe di Akihabara non offrono un intrattenimento a fini sessuali.

Performance di genere e stereotipi
Femminilità e mascolinità sono due concetti, nella società giapponese così come nel resto del mondo, dominati ancora da forti stereotipi. Ne è un esempio quanto dichiara uno dei ragazzi protagonisti di Shinjuku Boys, Gaish: secondo lui, infatti, una ragazza non può apparire diretta o avere un carattere troppo forte, in quanto non verrebbe apprezzata dagli uomini perché incarnazione di qualità che la società giapponese attribuisce tipicamente agli individui di sesso maschile. 
Cosa ci si aspetta, di conseguenza, dalla performance di genere? Gaish, che non si ritrova nei canoni sociali del comportamento femminile, pur non sentendosi propriamente un uomo si è sempre considerato tale in modo quasi automatico, finendo di conseguenza con l’imparare a vivere in “maniera maschile”. 
Una volta intrapresa la professione di onabe, questi ragazzi costruiscono intorno a se stessi un personaggio che ha in parte a che fare con la propria indole personale, mentre in parte viene costruito ad hoc per attirare le clienti. Ne sono un chiaro esempio i protagonisti del documentario, nel quale uno dei ragazzi recita il ruolo del “coccolone”, un altro quello del “duro” e un altro ancora fa invece sì che tutti si divertano e trascorrano al New Marylin una serata piacevole. 

La performatività delle clienti
Non solo gli onabe, ma anche le clienti possono definirsi performative, perché quando si rivolgono a un locale o a un’agenzia di onabe sanno perfettamente di rivolgersi a un determinato tipo di “prodotto”, che è esattamente quello che cercano. 
C’è inoltre performatività anche nel loro modo di mostrare o meno dei lati della propria vita: possono scegliere di farsi chiamare con un nome vero così come con uno finto; possono raccontare i propri problemi e cercare negli onabe un supporto, oppure semplicemente trascorrere una serata di svago in loro compagnia. In ogni caso, nonostante si tratti di compagnia a pagamento, la maggior parte di questi appuntamenti non prevede rapporti sessuali. 
Il Giappone, in relazione anche alla mancanza di relazioni autentiche che caratterizzano le società post-capitaliste, è teatro di una forte industria dell’intrattenimento basata sul commercio delle emozioni, ovvero del passare tempo con qualcuno che rappresenti in quel momento un fidanzato o una fidanzata e che crei nel cliente l’illusione di intrattenere una relazione non fisica, ma prima di tutto emozionale. Si tratta di una carenza a livello affettivo colmata da una serie di servizi, come quello degli onabe, che mirano a dare emozioni, ovvero quello che manca nella società contemporanea e che non è più così facile da ottenere in modo gratuito.

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