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NipPop x FEFF27 – Welcome to the Village

29 Aprile 2025
NipPop Staff

Il poliedrico regista Jōjō Hideo porta in anteprima europea al Far East Film Festival di Udine un dittico dei suoi ultimi lavori: Welcome to the Village (Warau mushi) è un thriller psicologico ambientato nel Giappone rurale che, seppur peccando di poca originalità, sa catturare l’attenzione con una sceneggiatura solida e un’atmosfera opprimente.

Classe 1975, Jōjō Hideo è un artista che conta all’attivo una sessantina di opere come regista e molti di più come seconda unità, sceneggiatore e montaggio, il che lo rende uno dei cineasti giapponesi più prolifici della sua generazione, paragonabile in termini quantitativi al più noto Miike Takashi, specialmente per la macchina produttiva ben oliata alle spalle che gli permette di realizzare anche due o tre opere all’anno.

In occasione dell’edizione 2025 del Far East Film Festival è in concorso con le sue ultime due pellicole: A Bad Summer e l’oggetto di questa recensione, Welcome to the Village, dimostrando la sua capacità di mantenere un livello qualitativo elevato. Oltre ad avere firmato la regia, Hideo ha anche curato direttamente la sceneggiatura (a quattro mani con Eisuke Naitō) e il montaggio, quindi mantenendo un’ottima coesione d’insieme.

La storia segue il trasloco dei giovani coniugi Uesugi Terumichi e Anna, che abbandonano la vita cittadina per trasferirsi nel paesino montano mezzo abbandonato di Asamiya in cerca di una pacifica vita di campagna. Qui gli abitanti sono pochi e tutti in età avanzata, capitanati dal signor Takubo, e sembrano accoglierli con modi di fare gentili e disponibili inizialmente, ma con quell’occhio di riguardo verso il loro stile di vita: Anna per motivi lavorativi mantiene il cognome da nubile, mentre Terumichi vuole coltivare il suo orto con un approccio rigorosamente biologico e vendendo i prodotti al di fuori del paese. In men che non si dica l’intero villaggio inizia a intromettersi nel privato dei due neo sposi, con passaparola fastidiosi e richieste via via sempre più pressanti, fino a inglobarli nella loro rete sociale e nei loro oscuri segreti. Il tutto senza mai cadere in plot twist di natura sovrannaturale!

La pellicola si basa su reali casi di murahachibu, una vera forma di ostracismo sociale registrata nei paesini giapponesi, dove i reietti o chi non si conforma alla volontà popolare viene anche violentemente escluso. Tutta la tensione nel film è infatti basata sulla pressione psicologica che i vari membri del paesino esercitano sui protagonisti: dalle piccole smorfie di giudizio ai commenti “innocenti” ma acidi, fino a gesti di chiara esclusione o atti vandalici dentro le mura domestiche della coppia. Sotto questo aspetto, la sceneggiatura è molto attenta nell’uso ricorrente di diverse battute chiave che instaurano e guidano i misteri senza mai risultare fuori posto o eye-catching.

Fra le prove attoriali a risaltare sono in particolare Fukagawa Mai nel ruolo di Anna e il signor Takubo di Taguchi Tomorowo (il mai troppo lodato protagonista del Tetsuo di Tsukamoto Shinya). La prima si ritrova a essere il cuore emotivo della pellicola, dovendo mettere in scena la graduale alienazione del personaggio e il suo eventuale riscatto, mentre nel caso di Taguchi vale un discorso quasi opposto. Il grande caratterista mette in scena un vero lupo nelle vesti di agnello, un personaggio che nasconde dietro una maschera mite e accomodante una brutalità disumana e a tratti fumettistica, con la chiara impressione che Walter White della popolare serie tv americana Breaking Bad sia stata un’influenza pesante nel suo processo creativo.

La regia, seppur non brillando per sequenze memorabili, si dimostra molto attenta e sistematica nel seguire la condizione dei suoi protagonisti, aiutata anche con l’impercettibile cambio nella fotografia di Watanabe Masaki, che desatura i colori intorno ai coniugi Uesugi per riflettere la loro visione di Asamiya, da centro abitativo colorato e accogliente a prigione grigia immersa nella natura. La stessa fauna locale funge da chiave di lettura metaforica della storia, con primi piani di alcuni animali che anticipano o sottolineano i passaggi narrativi, come il focus su un ragno e la sua tela per anticipare una “trappola” o uno primissimo piano su dei vermi nel terreno per segnare l’inizio della gravidanza di Anna prima ancora che venga formalmente annunciata.

Ancora più importante per un thriller è la solidità del suo intreccio, e in questo campo Welcome to the Village non delude ma neanche propone qualcosa di completamente originale: l’accenno alla serie AMC poco sopra non pare assolutamente un caso, anche nel framing delle motivazioni degli abitanti del paese, ma il ritmo rimane costante per tutti i suoi 100 minuti di durata. Jōjō Hideo crea un ottimo film di genere che intrattiene ottimamente, ma non va mai oltre le regole del suo ambiente né presenta una reale impronta autoriale.

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