La cinematografia giapponese ha sin dagli albori un rapporto vivo e multisfaccettato con la tradizione folklorica, intesa non solo come raccolta di narrazioni arcaiche, ma come corpo simbolico capace di essere modulato e reinterpretato alla luce delle tensioni sociali e culturali contemporanee. In questa prospettiva si collocano The Great Yōkai War (2005) e The Great Yōkai War: Guardians (2021), due opere realizzate da Miike Takashi, regista caleidoscopico la cui produzione è impossibile da collocare in un singolo genere.
Il cuore delle due pellicole sono, appunto, gli yōkai, creature mostruose della mitologia giapponese, pur con un taglio narrativo e una rappresentazione differente. Se il film del 2005 può essere considerato un racconto dark mitico-iniziatico con tratti fantasy e una struttura narrativa piuttosto lineare, al contempo ironica e inquieta, il secondo si configura come un kolossal corale e frammentato, che fonde suggestioni da disaster movie, fantasy, kaijū eiga e cinecomic, riflettendo il cambiamento del contesto produttivo e dell’estetica pop giapponese nel passaggio tra i primi anni 2000 e il secondo decennio del XXI secolo.
I protagonisti di entrambi i film — Tadashi nel 2005 e Kei nel 2021 — si ritrovano, giovanissimi, al centro di un conflitto che porta il mondo degli umani e la dimensione degli yōkai ad allearsi per contrastare una catastrofe che porterebbe alla distruzione di entrambi.
Investiti del ruolo di “prescelti”, entrambi sono chiamati a intraprendere un percorso che li costringerà a confrontarsi non solo con le loro paure, ma anche con le forze oscure risultate dalla spaccatura fra natura e civiltà.
Nel primo film, la minaccia è incarnata da Yasunori Katō, un essere umano corrotto da spiriti vendicativi che trasforma gli yōkai in creature meccaniche, mentre nel secondo, una colossale entità preistorica minaccia di distruggere il Giappone. Le due narrazioni si fondano quindi sul viaggio iniziatico dell’eroe e sulla necessità di cooperazione tra umani e spiriti del folklore. Le tradizioni culturali sono quindi rappresentate come rimedio al degrado morale e ambientale del presente.
The Great Yōkai War alterna momenti di leggerezza a passaggi più contemplativi, quasi educativi, proponendo anche una velata critica ecologista: gli antagonisti sono infatti entità nate dalla collera di oggetti dismessi e dimenticati, emblema di un mondo che ha perduto il contatto con la dimensione spirituale della natura. Tuttavia, il film non manca di difetti: è da sottolineare che il ritmo risulta a tratti discontinuo, con alcune sequenze che si protraggono ben oltre il necessario, e il CGI datato mostra oggi tutti i limiti tecnologici dell’epoca. Ben diversa è la situazione nel secondo film, The Great Yōkai War: Guardians, uscito nelle sale nel 2021. Più che un vero sequel, si tratta di un’espansione del mondo precedentemente creato da Miike, arricchita da un tono solenne e da una produzione decisamente più contemporanea. In questa nuova incarnazione, il folklore si fonde con l’apocalisse. Tuttavia, è proprio l’ambizione smisurata del progetto a costituirne il punto debole: la narrazione risulta spesso frammentaria, appesantita da troppi personaggi secondari e sottotrame lasciate in sospeso. Anche la durata eccessiva contribuisce a rendere l’esperienza meno fluida, con sequenze smisuratamente lunghe e ridondanti, che smorzano il carico emotivo fino a risultare tediose per lo spettatore. Proprio per questi motivi la pellicola fallì al botteghino e fu considerata un flop rispetto a quella del 2005.

Uno degli elementi più significativi di Guardians, sebbene non particolarmente originale, è l’integrazione esplicita di elementi tipici del genere kaijū, ovvero quei film incentrati su mostri giganti la cui tradizione risale a opere come Godzilla (1954) di Honda Ishirō. Nel film del 2021 fa infatti la sua comparsa una creatura gigantesca chiamata Yōkaijū, il cui nome significa letteralmente “mostro-yōkai”, che rappresenta una minaccia tale da poter spaccare in due l’isola dello Honshū e devastare completamente Tōkyō. Il suo aspetto e la sua funzione narrativa richiamano quindi l’iconografia classica dei kaijū, in particolare nella modalità con cui la minaccia si concretizza come catastrofe ambientale e distruzione urbana su vasta scala.
Questo innesto non è solo un’operazione citazionista o nostalgica: il kaijū eiga è da sempre un genere profondamente allegorico, nato come risposta culturale ai traumi collettivi della Seconda Guerra Mondiale e delle atomiche. La figura del mostro gigante, intesa come forza scatenata dalla hubris tecnologica o dalla rottura dell’equilibrio naturale, trova qui una nuova declinazione: lo Yōkaijū è il frutto di uno squilibrio spirituale collettivo, un’entità pre-umana risvegliata dall’avidità e dall’indifferenza dell’umanità. In questo senso, Miike intreccia due tradizioni differenti — quella degli spiriti del folklore nipponico e quella dei mostri titanici della cultura pop — per proporre una riflessione sul presente che, pur in modo parecchio ludico e sopra le righe, conserva una certa valenza critica.
L’inclusione di figure come Daimajin, divinità guerriera gigante tratta da una trilogia di film degli anni ’60 prodotti dalla Daiei Film, accentua ulteriormente la sovrapposizione tra l’universo degli yōkai e quello dei kaijū. La battaglia finale tra Daimajin e Yōkaijū riecheggia gli scontri tra titani della saga di Godzilla, ma con un’inedita valenza spirituale: non è solo un duello corpo a corpo, ma uno scontro tra forze ancestrali, tra distruzione cieca e giustizia punitiva.
Tuttavia, questa commistione di generi contribuisce anche a rendere il tono del film più complesso e, in alcuni momenti, disorientante. Se il primo The Great Yōkai War riesce, con la sua linearità, a mantenere una chiara coerenza stilistica e narrativa, Guardians appare saturo di riferimenti e ambizioni, nel tentativo di unificare sotto un’unica cornice fantastica elementi da fantasy epico, avventura per ragazzi, comicità slapstick e spettacolo kaijū. Ne emerge un’opera senz’altro fantasiosa e visivamente elaborata, ma frammentata e spesso dispersiva.

Entrambi condividono il pregio di voler avvicinare il pubblico al patrimonio folklorico giapponese, portando in scena decine di yōkai tratti da enciclopedie della tradizione, ma anche da riletture moderne, tra cui l’influenza decisiva di Shigeru Mizuki, esplicitamente citato nella prima pellicola e valorizzato dal FEFF27 presso Casa Cavazzini a Udine, sede della mostra “Mondo Mizuki, Mondo Yōkai”. Tuttavia, se nel film del 2005 gli yōkai hanno un ruolo prevalentemente simbolico, a supporto del percorso di crescita del protagonista Tadashi, in Guardians non è ben chiaro se abbiano una vera e propria funzione narrativa o siano mero decorativismo visivo. La spettacolarizzazione e digitalizzazione degli yōkai nel secondo film, pur suggestiva, ne indebolisce la potenza metaforica, rendendoli spesso figure secondarie e poco sviluppate di una narrazione dominata da un opprimente caos visivo in cui la trama difficilmente riesce ad emergere.

In The Great Yōkai War (2005) si può cogliere, seppur in maniera sottile, un’eco del trauma atomico. Tale eco si manifesta simbolicamente nella figura dell’antagonista Katō e del suo esercito di kikai (機怪, macchina) yōkai, mostri nati dalla fusione tra spiriti abbandonati e rottami tecnologici. Questa ibridazione mostruosa fra folklore e scarto industriale richiama i temi dello stravolgimento e distruzione dell’ordine naturale, centrali nella cultura giapponese del dopoguerra. L’idea che la tecnologia — e in particolare quella militare — abbia corrotto le forze spirituali della natura riecheggia la narrativa atomica inaugurata da Godzilla. Anche l’uso del punto di vista infantile per affrontare il disastro e la paura della distruzione rimanda a modalità già viste in opere allegoriche post-belliche, come Barefoot Gen. Un aspetto più esplicito del richiamo all’immaginario atomico è la scelta di ricreare nel punto più critico della pellicola un’esplosione con la tipica forma “a fungo”, che sembra distruggere tutta la città di Tokyo e con essa il mondo intero.
L’intero percorso del giovane Tadashi, chiamato a diventare il “guardiano” del mondo degli spiriti, può essere letto come una metafora del dovere della nuova generazione di fare i conti con un’eredità spirituale e culturale profondamente ferita, e di risanare il legame tra natura e umanità. L’atmosfera apocalittica del film, pur celata dietro una patina di avventura fantasy, conserva un’inquietudine storica che affonda le radici nella memoria collettiva del Giappone post disastro atomico.
Per quanto riguarda Guardians, invece, la critica sociale non è ben riuscita come sperato. Difatti, il suo approccio fortemente moralistico e idealista si caratterizza come l’aspetto maggiormente criticato, risultando anzi ciecamente didascalico. Il film enfatizza valori come la gentilezza, l’empatia e la cooperazione tra generazioni, presentandoli come soluzioni universali ai conflitti tra umani e yōkai. Tuttavia, questa enfasi su messaggi positivi può risultare superficiale e moraleggiante, riducendo la complessità dei temi trattati a semplici lezioni morali. Inoltre, l’idealizzazione dei giovani protagonisti, come Kei e Dai, che risolvono conflitti attraverso la bontà, il coraggio e persino il canto, può sembrare poco realistica e distante dalle sfide concrete della società contemporanea.
Al contrario, il primo film del 2005 presenta una narrazione più equilibrata, in cui i valori morali sono intrecciati a una riflessione meno superficiale e polarizzata sulle dinamiche sociali e culturali del Giappone. La figura di Tadashi, pur incarnando l’eroe positivo, è inserita in un contesto più complesso, che esplora temi come l’alienazione, la solitudine e il conflitto generazionale, trattati in modo da non appesantire eccessivamente la narrazione, nonostante la divisione buoni-cattivi tenda anche in questo ad essere polarizzata.

I due Great Yōkai War rappresentano quindi due modalità distinte ma complementari di rielaborare il patrimonio folklorico nella contemporaneità. Il film del 2005 si configura come una parabola pedagogica travestita da fantasy, in cui la tradizione assume il ruolo di guida spirituale per affrontare le derive della modernità. Il suo approccio quasi artigianale al mondo degli spiriti conquista per compattezza narrativa e coerenza tonale, pur apparente rudimentale. Al contrario, Guardians (2021) è una gozzoviglia visiva e simbolica che tenta di rinnovare lo yōkai eiga secondo la logica capitalistica del cinema globale, mescolando suggestioni del fantasy occidentale, del cinecomic e del kaijū eiga. Pur colpendo per potenza visiva, il film si smarrisce nella dispersione e nell’eccesso, offrendo una versione tecnologica, postmoderna e ipersatura del folklore giapponese, che rischia di snaturarne il nucleo originario e risultando nel complesso eccessivamente barocca. Il confronto tra i due film rivela così la duplice tensione insita nell’adattamento contemporaneo del mito: da un lato, la volontà di preservare l’essenza spirituale e narrativa; dall’altro, l’ambizione di tradurlo in un linguaggio cinematografico accessibile, spettacolare e internazionale, con tutti i rischi confrontandosi maggiormente con i rischi e le debolezze del caso, più che con un effettivo successo.
Tuttavia, in entrambi i casi, va lodata la capacità di Miike di rappresentare la vitalità del patrimonio immaginifico giapponese e di riflettere tensioni profondamente radicate nella storia culturale e politica del Paese: dalla paura dell’annichilimento alla perdita dell’identità spirituale, dall’impatto del consumismo alla crisi ambientale. Lo yōkai, lungi dall’essere solo una figura folklorica, si conferma così ancora una volta strumento privilegiato per raccontare le inquietudini di un Giappone in perenne oscillazione tra passato e futuro.



