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“Trapezium” e l’illusione delle idol: un anime che sfiora la verità ma non la morde

12 Settembre 2025
NipPop Staff

Nel 2024, Trapezium si è presentato al pubblico come un titolo “diverso” nel panorama degli anime: un’opera che prometteva di smascherare la verità dietro il mondo delle idol giapponesi. Proiettato alla venticinquesima edizione del 24 Frame Future Film Festival e basato sul romanzo omonimo scritto da Kazumi Takayama, ex componente del gruppo idol Nogizaka46, e prodotto da CloverWorks (già noto per titoli come The Promised Neverland e Wonder Egg Priority), l’anime ha suscitato grande curiosità: non solo per il soggetto trattato, ma per la promessa di una narrazione più matura, introspettiva, e – si sperava – critica.

Ma quanto mantiene, davvero, questa promessa?

La protagonista, Yū Azuma, è una liceale determinata a diventare una idol famosa. Non si tratta, però, della solita protagonista ingenua che “vuole cantare per rendere felici gli altri”, come nelle classiche narrazioni di Aikatsu! o Love Live!: Yū è fredda, razionale, strategica, vuole vendersi e sa che per farlo deve annullarsi. Le sue “quattro regole” – non usare i social, non avere relazioni amorose, non attirare attenzione a scuola, stringere amicizia con ragazze attraenti da nord, sud, est e ovest – sono una dichiarazione programmatica: la popolarità non è sogno, è calcolo.

Da qui parte la sua “scalata” nel mondo idol, attraverso una serie di incontri, rinunce, alleanze e manipolazioni che raccontano – almeno in apparenza – il lato nascosto dell’industria dello spettacolo giapponese.

Yū Azuma è forse il più grande merito dell’opera. Il suo approccio utilitaristico alla carriera artistica rompe completamente con lo stereotipo dell’idol “pura di cuore”. In lei convivono ambizione, calcolo, freddezza e una sorprendente lucidità. Non è un personaggio “simpatico”, né lo deve essere. È un veicolo critico: non idealizza nulla, non giustifica, non si nasconde dietro illusioni. Questo la rende più vera, più disturbante e, paradossalmente, più vicina a molte idol reali.

Le “amiche” che Yū recluta, invece, sembrano uscite da un manuale di marketing: la timida, la passionale e la razionale. Nessuna di loro ha una vera crescita o conflitto. Sono specchi inerti del progetto di Yū, non esseri umani. Questo impoverisce il film e lo rende, in fondo, ipocritamente simile a ciò che vuole criticare: una narrazione che sacrifica la complessità per vendere un’immagine.

Trapezium riesce, in più punti, a suggerire quanto l’industria idol sia costruita sulla cancellazione della soggettività: ogni regola che Yū si impone è un riflesso diretto delle aspettative di pubblico, media e management. Si parla, seppur in modo implicito, di self-sacrifice come requisito per il successo.

Per quanto riguarda l’animazione, CloverWorks opta per una regia sobria: sfondi urbani puliti, luci naturali, movimenti di camera contenuti. L’animazione evita volutamente gli eccessi tipici del genere “idol”, a vantaggio di una narrazione più intima e sincera. La colonna sonora, mai invadente, accompagna con toni soft e disillusi la parabola della protagonista. Questo stile “raffreddato” riflette la distanza emotiva tra ciò che le idol mostrano e ciò che vivono realmente

Nonostante le premesse promettenti, Trapezium si ferma un passo prima della denuncia vera e propria. I meccanismi di potere dell’industria non vengono mai esplicitati. I manager, i produttori, le agenzie – ovvero i veri artefici delle dinamiche oppressive – non hanno volto. Tutto resta a livello individuale, quasi a suggerire che sia la protagonista l’unica artefice del proprio destino. È una narrazione ambigua, che può suonare quasi come una giustificazione del sistema.

Ha il coraggio di iniziare una riflessione seria sull’industria idol, ma poi si tira indietro. La sua critica resta estetica, non sistemica. Non si parla di abusi, di dipendenza psicologica, di controllo contrattuale o sessualizzazione precoce – tutte dinamiche ben documentate nel mondo reale. Il risultato è un film che accenna al problema, ma non lo affronta davvero.

In realtà, molte idol non “scelgono” liberamente. Sono reclutate da adolescenti, firmando contratti che impongono regole invasive, come il divieto di frequentazioni sentimentali, clausole che permettono il controllo sui loro account social, e l’obbligo di mantenere un’immagine di “purezza”. 

Il Giappone ha infatti sviluppato il fenomeno delle idol come forma di controllo culturale travestito da intrattenimento. Nate negli anni ‘70 e cresciute negli anni ‘90 e 2000 con l’ascesa delle Morning Musume e delle AKB48, le idol incarnano un’immagine di femminilità passiva, disciplinata e sessualmente ambigua, costruita per piacere a un pubblico prevalentemente maschile.

Il film Trapezium, pur con cautela, richiama questa realtà: ma lo fa più con allusioni che con atti d’accusa. Forse per timore di esporsi, forse perché l’autrice, pur critica, è ancora legata a quel mondo. Kazumi Takayama sembra voler confessare le pressioni che ha vissuto da idol. Ma lo fa con misura, senza mai realmente “tradire” il sistema. La sua opera, pur contenendo spunti forti, resta dentro i confini dell’accettabile. Più che una ribellione, sembra un’autocritica sterilizzata, utile a vendere un’illusione diversa: quella della “idol disillusa ma ancora aspirante”.


Senza fare spoiler, la conclusione di Trapezium è sospettosamente “pulita”. Dopo tanto cinismo, il film sembra cercare una redenzione rassicurante, tradendo la tensione che l’opera aveva costruito e rifugiandosi in una comfort zone narrativa tipica del genere. Il sistema non viene sfidato, solo accettato. Come osservato da Japan Times, Trapezium è più efficace nel mostrare come funziona il sistema che nel proporre un’alternativa. Non c’è catarsi, non c’è rivoluzione. Solo adattamento. E questo, forse, è il suo messaggio più inquietante.

Trapezium | OFFICIAL TRAILER | In Theaters September 18 – YouTube

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