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Parti e Omicidi: Un universo di distopie, per guardare il nostro mondo con occhio critico

17 Ottobre 2025
NipPop Staff

Parti e omicidi (殺人出産 – Satsujin shussan) di Murata Sayaka (2014), raccolta di racconti pubblicata in Italia nel 2024 da Edizioni e/o in traduzione di Gianluca Coci, ci fa riflettere e criticare alcuni aspetti della nostra società rappresentando un insieme di distopie in cui ciò che è considerato normale e legittimo nel nostro mondo viene completamente ribaltato e visto come simbolo di anomalia e ingiustizia.

Indicativo è il primo dei quattro racconti, Parti e Omicidi che dà il titolo alla raccolta. La storia è ambientata in una Tokyo del futuro dove il problema demografico del calo delle nascite è stato risolto con l’introduzione del cosiddetto “sistema dei parti e omicidi”. In questo ordine l’omicidio, oggi considerato uno dei peggiori atti da commettere in quanto essere umano, viene legittimato a una condizione: sottoporsi a un percorso di fecondazioni indotte e partorire dieci nuove vite; alla decima nascita andata a buon fine il “gestante” – così viene chiamato chi entra a far parte del programma –  sarà autorizzato a uccidere una persona a sua scelta, che prende il nome di “morente”. Morti e nascite vengono così equilibrate e la società ne sembra risentire positivamente.

In questo contesto si svolge la vicenda della protagonista Ikuko, giovane donna impiegata in un’azienda, riflessiva e dal carattere mite e sensibile.

Proprio attraverso le emozioni e le riflessioni di Ikuko possiamo ragionare sui nostri valori. Inizialmente ci appare dubbiosa e talvolta fortemente restia alla realtà in cui vive; quando era piccola la legge dei parti e omicidi era infatti stata introdotta da pochi decenni e i residui della vecchia mentalità ancora erano presenti. Non sembra abbracciare pienamente e con entusiasmo determinati pensieri come invece fanno le persone che le stanno attorno, in particolar modo Misaki, la sua piccola cuginetta ospite in casa sua. Essendo così giovane ha quindi avuto modo di crescere e internalizzare i valori del sistema, e rappresenta il cittadino modello di questo mondo. Ikuko risulta talvolta angosciata dalle azioni e dai discorsi della cugina, dal suo amore per gli snack di cicale – quasi un simbolo dell’attualità della storia – al suo desiderio di diventare una ricercatrice per migliorare l’istituzione dei gestanti fino all’esaltazione e alla felicità che prova per aver partecipato al funerale di una morente, evento considerato gioioso in quanto una persona ha sacrificato la propria vita per permettere la nascita di altre dieci. 

Altro personaggio su cui riflettere è la sorella di Ikuko, Tamaki, diventata gestante in giovane età per contenere e dare un significato al suo imperante istinto omicida. Proprio per questa sua scelta che la protagonista non ha una buona opinione del regime dei parti e omicidi: ci viene da pensare che il trauma di abbandono scaturito dalla scomparsa della sorella – i gestanti vivono ritirati dalla società in speciali cliniche – si sia radicato nella psiche della protagonista e pertanto non veda di buon occhio tutti i valori del suo tempo.

Tuttavia, verso la fine del racconto scopriamo un lato stoico di Ikuko. Accostata a Sakiko, sua collega di lavoro e attivista di un’associazione che vuole smantellare l’assetto dei parti e omicidi, ci sembra più neutra in merito al suo mondo o addirittura a favore. Sakiko porta all’estremo e all’esasperazione la protesta incarnando quella che è la parte più politica della critica; Ikuko non ha difatti mai fatto o pensato discorsi strutturati in senso ideologico o sociologico come invece fa Sakiko. Il suo disagio non proviene da ragionamenti di natura intellettuale, ma semplicemente dalla sua vicenda personale e dalle sue emozioni, che appartengono a una persona comune che non riesce a stare al passo con i veloci cambiamenti della società in cui vive. Quando, infatti, incontra la sorella ormai al termine del suo percorso da gestante la sua psiche si rasserena, e in una ritrovata armonia familiare, insieme a Tamaki e Misaki, sottolineando la contingenza del concetto di normalità e giustizia accetta la realtà per ciò che è non attribuendole alcuna qualità intrinsecamente negativa.

La civiltà del breve romanzo si pone come un mondo che osanna la vita e che accentra su di essa, o meglio sulla sua creazione, la sua ragion d’essere; un po’ come il nostro mondo, in costante ricerca di un modo per contrastare la denatalità. Il sistema ha da sempre bisogno di nuove vite che possano garantire la sua sopravvivenza e per raggiungere quest’obiettivo è disposto a qualsiasi mezzo. Questo impegno alla produzione di nuovi individui è portato all’esasperazione nel racconto, in cui per ottenere l’aumento demografico l’ossessiva esaltazione della vita si serve paradossalmente della sua nemesi, l’istinto alla morte. I gestanti infatti non si sottopongono al programma perché desiderano mettere al mondo bambini e procreare nuova vita, lo fanno perché desiderano uccidere, mossi dal loro istinto omicida: un’emozione istintiva, umana che tutti i personaggi del racconto, come noi, hanno provato almeno una volta nella vita, viene quindi sfruttata e utilizzata per uno scopo utilitaristico. La storia ci fa sostanzialmente riflettere sul valore che noi diamo alla vita e alla morte. Per noi l’omicidio è il peggior reato da commettere, demonizzato in qualsiasi situazione, ma non per chi vive in “parti e omicidi”, dove è ammesso e giustificato nel caso in cui generi vita attraverso i gestanti.

Una particolare attenzione merita il secondo dei quattro racconti. In Triade vediamo un mondo dove le relazioni amorose sono superate e la normalità dei giovani è diventata quella delle relazioni a tre, le cosiddette “troppie”. I tre protagonisti del racconto sono perciò tutti e tre partner e nel corso della narrazione entriamo a fondo dentro la loro “vita di troppia”: dai comportamenti, alle dinamiche amorose fino ai rapporti sessuali, anch’essi sovvertiti. Rappresentativo è un episodio in cui la ragazza della troppia, Mayumi, vede una sua amica che ha una relazione “classica” a due mentre  ha un rapporto sessuale  con il suo fidanzato e ne rimane sconvolta. Ciò che a noi pare normalissimo (l’avere una relazione monogama) è infatti visto come trasgressivo e a tratti disgustoso dai personaggi della vicenda che vivono in una realtà opposta.

Analogamente possiamo parlare di uno stesso processo critico per gli ultimi due racconti. In Un matrimonio pulito e in Ultimi momenti di vita vediamo rispettivamente una coppia sposata che deliberatamente non ha nessun rapporto sessuale al suo interno e un mondo dove la morte è stata sconfitta e le persone sono immortali. Attraverso la decisione della coppia di avere un figlio senza l’atto sessuale e della ragazza protagonista dell’ultima vicenda di togliersi la vita assistiamo al rovesciamento di altri due concetti fondamentali: la centralità che noi attribuiamo al sesso nella vita di coppia e il valore della vita.

Murata Sayaka con la sua scrittura essenziale, ironica e schietta ci fa mettere in discussione ciò che noi riteniamo fondante del nostro modo di pensare. Dai concetti di vita e di morte, all’omicidio, ai rapporti di coppia, al matrimonio quello che riteniamo giusto e normale non lo è in sé, ma lo è solo perché noi gli attribuiamo il valore di giustizia e normalità, come dice Ikuko:

«Ma il fatto è che, quando noi e il nostro cervello veniamo restituiti alla terra, i principi morali e il senso di giustizia insiti nella nostra mente scompaiono per sempre. Tra cent’anni, quando tutte le persone in vita in questo istante non apparterranno più a questo mondo, non esisterà più neanche una sola mente in possesso dei principi e del senso di giustizia del passato. Nuovi esseri umani prenderanno il posto di quelli di prima, e la “normalità” non sarà più quella di una volta. È così dalla notte dei tempi: noi esseri umani brulichiamo sulla superficie di questo pianeta, ciascuno solo per un breve istante di una scena infinita».

Non dobbiamo quindi dare per assoluti determinati valori e considerarli intrinsecamente buoni, perché il nostro buono può essere giudicato in modo opposto, scorretto e anormale, da altre società e contesti, senza che questi ultimi siano irragionevoli o sbagliati.

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