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NipPop

Lowlife Love, il cinema come non te lo aspetti

6 Settembre 2018
Tommaso Banzi

Una commedia che non ti aspetti e dal sapore dolceamaro che lascia lo spettatore interdetto e mai completamente appagato: ecco Lowlife Love di Eiji Uchida.

Una vecchia stanza, vuoti di bottiglia, rimasugli di sigarette sparsi ovunque e due corpi nudi che giacciono al centro: così comincia Lowlife Love, commedia del 2015 diretta da Eiji Uchida, che si concentra in particolare sulla vita di Tetsuo (Kiyohiko Shibukawa), un aspirante regista trentanovenne che sopravvive girando filmini porno amatoriali e chiedendo soldi in prestito ad amici e familiari senza mai restituirli.

                                   

Il protagonista ci appare, a prima vista, un uomo infantile ed egocentrico, che trascorre le sue giornate a bere e a racimolare soldi, mentre cerca di formare nuovi attori e attrici alle prime armi che spesso e volentieri porta a letto promettendo loro una fulgida carriera; nonostante ciò Tetsuo è un profondo amante della settima arte: non solo non è disposto a cedere su quella che lui considera la propria integrità artistica, ma crede anche fermamente nel cinema indipendente tanto da avere, incorniciato su una parete della camera, il ritratto di John Cassavetes.

L’incontro con la giovane Minami (Maya Okano) e l’aspirante scenografo Ken (Shugo Oshinari) porteranno alla luce, tra mille vicissitudini, il vero io di Tetsuo che, nonostante i modi grezzi e poco ortodossi, si rivelerà disposto a tutto pur di di riuscire a produrre un vero film, con attori capaci degni di questo nome.

                                     

Lowlife Love mostra al pubblico le differenti sfaccettature del mondo del cinema e le ipocrisie che nasconde; un esempio sono le scene in cui diversi registi vengono invitati a bere dalla compagnia e, mentre le aspiranti attrici provano a circuirli per ottenere delle parti nei loro prossimi film e riuscire finalmente a sfondare, questi ultimi si lasciano andare a pomposi discorsi narcisitici atti a esaltare le loro capacità e i traguardi professionali del passato, che però non rispecchiano l’attuale condizione in cui versano.

Dall’altra parte abbiamo invece Minami, una timida ragazza, appena trasferitasi dalla campagna nella capitale con la volontà di diventare un’attrice di successo, e Ken, ragazzo ancora puro e ingenuo, che crede nel valore del cinema inteso come arte e che scrive i suoi copioni a mano “per esprimere la propria anima nei dialoghi”.

Nel corso della pellicola tutti personaggi finiranno per mutare profondamente, in un continuo ribaltamento tra chi esercita il potere e chi lo subisce, senza però che nessuna delle parti coinvolte sia mai davvero felice o appagata, e lasciando così allo spettatore un sottile senso di smarrimento e malinconia.

Eiji Uchida con la sua regia minimalista, focalizzata soprattutto sui primi piani e sulla ciclicità che nasce dalla quotidianità dei personaggi, fatta di bar, uffici e camere da letto, ci mostra un mondo dove tutti recitano e mentono per mostrarsi migliori di quello che sono, dall’attrice incapace al finto regista scafato, e dove il passaggio delle stagioni riesce ad alterare il paesaggio e alcune meccaniche fra i personaggi senza però mai modificare l’animo umano e il desiderio di prevaricazione, ricordandoci nel finale che, in realtà, l’unica cosa importante è “non smettere mai di girare”.

                                        

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