NipPop

Lavoro, dunque sono: le donne giapponesi e il lavoro secondo Itoyama Akiko

10 Marzo 2014
Anna Lisa Somma

23 novembre, giornata del ringraziamento per il lavoro. «Che effetto volete che mi faccia? Ė un giorno come un altro per i disoccupati», pensa Kyōko. D'altronde, sperimenta spesso le attese ai centri per l'impiego e l'imbarazzo di abitare con la madre a quasi quarant'anni; per di più, con indicibile vergogna di conoscenti e familiari, si ostina a esser sciatta, single e poco incline alle nozze. Un caso senza speranza (sebbene lei paia non preoccuparsene eccessivamente), al punto da spingere una solerte vicina di casa a organizzare per lei un miai, un incontro a scopo matrimoniale: ma come legare con un uomo mediocre, innamorato della propria azienda, che giudica le donne alla stregua di un commerciante di bestiame?

Ė ciò che si chiede con un pizzico di sarcasmo Itoyama Akiko (絲山秋子; 1966) in Kinrō Kansha no Hi (勤労感謝の日; Il giorno del ringraziamento per il lavoro), il primo dei due racconti pubblicati ne Le Jour de la Gratitudine au Travail (traduzione francese di M.-N. Ouvray, Picquier, 2010), inediti nel nostro paese.

Dalla Tōkyō malinconica e tutt'altro che rutilante nella quale Kyōko tenta di (soprav)vivere, approdiamo nel secondo testo, Oki de matsu (沖で待つ; Aspettando al largo) – vincitore nel 2005 del premio Akutagawa – alla Fukuoka sonnacchiosa ma accogliente della giovane e indefessa impiegata Oikawa. Lontana dai cari e quasi priva di relazioni, trova il suo punto di riferimento nel goffo collega Futo, col quale condivide gioie, fatiche, trasferte e persino un segreto da custodire oltre l'improvvisa morte di lui.

Con leggerezza pensosa e ironia, attraverso frammenti tratti dalla quotidianità dei suoi personaggi, Itoyama passa in rassegna le contraddizioni della società nipponica: la stessa in cui le donne devono ancora e con grandi sforzi adattarsi a canoni che stentano a tollerare l'autodeterminazione, il rigetto della maternità, la ribellione a un paradigma femminile fondato sulla cedevolezza e la rispettabilità.

Il lavoro – perduto, agognato, sopportato giorno per giorno, assorbito fin dentro le ossa o abbandonato a malincuore per consacrarsi al focolare domestico – offre alla scrittrice numerosi spunti di riflessione per analizzare il complesso rapporto fra libertà personale, famiglia e condizione delle donne. Se, da un lato, un'attività lavorativa rappresenta per molte (compresa Oikawa) uno strumento di emancipazione e affermazione di sé, dall'altro può trasformarsi in un inferno.

Sembra non esservi alcuna pietà, infatti, per coloro che, come Kyōko, rifiutano di sottostare ai desideri di un superiore senza scrupoli, reputano avvilenti i tentativi forzati di trovare marito e, soprattutto, non vogliono considerarsi un'anomalia nel sistema. E cosa importa se, dietro tutto questo, vi è il desiderio di preservare la dignità e il rispetto per se stesse; le scelte anticonformiste non di rado si scontano con lo stigma sociale, le difficoltà materiali e una solitudine che solo inaspettati gesti di gentilezza riescono a scalfire.

Anna Lisa Somma

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