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La pittura a inchiostro giapponese: un’esperienza che fonde religiosità ed estetica

6 Febbraio 2026
Lisa Nicole Manco

La pittura a inchiostro giapponese, nota anche con il termine sumi-e (pittura a inchiostro nero), è una forma d’arte estremamente affascinate che affonda le proprie radici in una tradizione filosofica inizialmente estranea: il buddhismo chanSarà grazie all’importazione dalla Cina di tale filosofia che il Giappone avrà occasione di conoscere, padroneggiare e, in seguito, rivendicare la pittura a inchiostro come espressione del buddhismo zen. 

Con l’arrivo della popolazione guerriera mongola in Cina, i monaci buddhisti migrano verso il Giappone portando insieme a loro nuove prospettive, non solamente religiose ma anche artistiche. Viene infatti importata una nuova estetica che mira all’essenzialità e che diventa espressione di una filosofia incentrata sulla coltivazione della disciplina e dell’abnegazione, valori che, in un Giappone governato dell’aristocrazia militare, assumono un’importanza decisamente rilevante. 

In questa nuova prospettiva zen, il primo cambiamento che interessa la pittura riguarda i soggetti rappresentati: la raffigurazione di divinità cede il passo, in questa prima fase, al ritratto del maestro, figura fondamentale nel buddhismo zen. 

Fa la sua comparsa, così, un soggetto nuovo: Bodhi Daruma, il patriarca del buddhismo chan. Figura semi-leggendaria, Bodhi Daruma si racconta sia stato un monaco originario dell’India che, raggiunta la Cina, avrebbe cominciato a proporre insegnamenti innovativi che, appunto, avrebbero dato origine al buddhismo chan. Deluso dall’incontro con l’imperatore cinese, Bodhi Daruma avrebbe attraversato il fiume Azzurro camminando sulla sua superficie per raggiungere la Cina del Nord e ritirarsi in meditazione tra la natura. A causa della sua rigorosa pratica meditativa, il monaco si sarebbe addirittura strappato le palpebre per non assopirsi e, per via della protratta immobilità, avrebbe perso l’uso delle gambe. Il suo isolamento sarebbe stato improvvisamente interrotto da un monaco di un monastero vicino che, affascinato da Bodhi Daruma, lo avrebbe pregato di diventare il suo maestro. Dopo una serie di decisi rifiuti, il monaco si sarebbe spinto fino all’amputazione di un braccio, offerto poi a Bodhi Daruma come simbolo della sua tempra. Il monaco sarebbe diventato, allora, il primo discepolo del buddhismo chan in terra cinese.

Per quanto misteriosa possa essere la figura di Bodhi Daruma, sappiamo che effettivamente vi fu una migrazione di monaci che dall’India giunsero in Cina verso il VI secolo. 

Osserviamo adesso nell’immagine sottostante una delle prime raffigurazioni giapponesi del maestro indiano. 

Il pittore e monaco zen Sesshū Tōyō (1420-1506) del periodo Muromachi (1336-1573), rappresenta Bodhi Daruma in meditazione, avvolto da una veste candida che gli copre anche il capo. Gli occhi, spalancati a causa della mancanza di palpebre, sono rivolti verso la parete della grotta che fa da cornice alla scena. Il naso pronunciato e la barba corta ma folta a ricordare le origini straniere del maestro. Nell’angolo in basso a sinistra del dipinto possiamo osservare il futuro discepolo che, umilmente, offre il braccio mozzato al maestro. L’intera opera risulta monocroma: nessun pigmento che non sia il nero viene utilizzato.

Questa prima opera presenta ancora una certa tendenza a riempire gli spazi e cercare la profondità: lo notiamo, ad esempio, dalle insenature della grotta o dalle pieghe delle vesti del discepolo. Tuttavia, solo un elemento risulta spoglio, quasi accennato o incompiuto, privo di qualsivoglia dettaglio che possa migliorare la resa realistica della scena: Bodhi Daruma stesso. È l’incarnazione di quella tradizione che predilige la semplicità, la severità e la concentrazione e dunque, all’interno di un contesto ricco di dettagli complessi, il maestro appare immediato, pulito, puro. Egli è lo zen.

“Bodhidharma in meditazione”, Sesshū Tōyō, seconda metà XV secolo ca., inchiostro su tela.

Osserviamo di seguito un dipinto più tardo, risalente al periodo Edo (1603-1868), di Hakuin Ekaku (1686-1768). Questa opera presenta uno stile decisamente diverso rispetto a quello proposto da Sesshū. Quell’apparente semplicità che apparteneva alla figura di Bodhi Daruma all’interno della complessità della grotta viene ora ripresa dal pittore che la rende protagonista. Nulla è superfluo; la rappresentazione del soggetto è data da un insieme di tratti precisi e decisi che contornano la figura senza particolareggiarla, senza neanche un singolo accenno allo sfondo. Gli elementi che caratterizzano l’iconografia di Bodhi Daruma – gli occhi grandi e tondi e la barba folta – sono presenti ma la rappresentazione è resa al minimo, essenziale, perché quello che deve trasparire dal dipinto non è il talento dell’artista ma la solennità del maestro zen. Questa ricerca dell’essenziale è riscontrabile anche nel titolo dell’opera stessa: “Daruma”.

“Daruma”, Hakuin Ekaku, XVIII secolo ca., inchiostro su carta.

In conclusione, risulta evidente il ruolo giocato dal buddhismo zen in una prima fase della pittura a inchiostro giapponese. Le rappresentazioni dei soggetti della tradizione zen non erano semplici immagini devozionali ma strumenti di trasmissione di un’esperienza spirituale attraverso l’uso consapevole di inchiostro, vuoto ed essenzialità. Questa nuova concezione di arte fa sì che ogni pennellata diventi testimone di una salda dimensione interiore poiché il tratto è capace di trasmettere ogni tremolio dell’anima dell’artista. La pittura a inchiostro si afferma così come una pratica che fonde religiosità ed estetica, lasciando un’eredità profonda nella cultura visiva giapponese.

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