NipPop

All’ombra di un sole arancione

7 Agosto 2018
NipPop Staff

 Dal Giappone, una storia sull’incontro fra persone, lingue e culture, e sulla comprensione dell’altro, tra solitudine e diversità: Arrivederci, arancione.

Arrivederci, arancione (trad. it. di Anna Specchio) – pubblicato in Italia nel 2018 da Edizioni e/o – è il romanzo d’esordio della scrittrice giapponese Iwaki Kei, nata a Ōsaka nel 1971 ma residente in Australia da diversi anni, che si è aggiudicato i prestigiosi premi Dazai Osamu nel 2013 e Ōe Kenzaburō nel 2014.

Il racconto si apre con la presentazione di Salima, una donna africana scappata dal proprio paese con marito e figli, costretta a fare un lavoro che la disgusta, come operaia addetta alla lavorazione di carne e pesce per un supermercato, e la obbliga ad avere continuamente a che fare con il sangue. Ma non è solo il lavoro il problema: viene infatti abbandonata dal marito e si trova di conseguenza costretta a fare i conti con una difficile integrazione, che passa prima di tutto attraverso la lingua, quell’inglese che Salima non conosce e non padroneggia. Decisa a impararlo nonostante per lei sia così difficile, si iscrive a un corso per stranieri. A lezione trova persone provenienti da tutto il mondo, con storie molto diverse fra loro, tra le quali una casalinga italiana di nome Paola (che lei chiama Oliva) e una giovane madre giapponese, Sayuri (Riccio). È proprio con quest’ultima che si intreccerà in particolar modo la vicenda di Salima. Sayuri è arrivata in Australia per seguire il marito, che ha ottenuto un incarico come ricercatore universitario presso l’università locale. Per favorire la carriera di lui Sayuri ha dovuto rinunciare alla propria: ha dovuto infatti interrompere il suo percorso di studi per trasferirsi all’estero, per poi decidere qualche tempo dopo di riprendere a studiare partendo proprio dal corso di inglese, nonostante la sua bambina appena nata.

Salima si accorge subito della differenze linguistiche tra lei e le altre donne del corso: infatti tutte, più o meno, masticano l’inglese o comunque non incontrano particolari difficoltà nell’apprendimento. Solo la povera Salima deve partire quasi da zero e fare un incredibile sforzo per arrivare a un livello accettabile. Tutto questo non fa che sottolineare il divario tra lei e gli altri, oltre a farle capire le difficoltà che dovrà superare per integrarsi veramente.

Il racconto nasce dall’intreccio delle vicende rispettivamente di Salima e Sayuri, presentate tuttavia in maniera diversa. La storia di Salima è raccontata in terza persona, mentre quella di Sayuri è raccontata in prima persona attraverso uno scambio epistolare tra lei e il suo professore di scrittura creativa. In questo modo abbiamo la possibilità di osservare lo sviluppo della trama da due angolazioni diverse e riusciamo subito a percepire la distanza tra le due donne. Salima e Sayuri rappresentano infatti le due facce dei flussi che caratterizzano il mondo globalizzato: la prima, una rifugiata in fuga da un paese povero e lacerato dalla guerra, e la seconda, una donna laureata e istruita arrivata da un paese ricco e altamente civilizzato per motivi di lavoro (in questo caso del marito). Due facce della stessa medaglia, apparentemente inconciliabili, che riescono però a incontrarsi, accomunate dal processo di integrazione, che passa prima di tutto attraverso la lingua. L’apprendimento linguistico è infatti ciò che unisce le varie figure presenti nel libro, è l’elemento grazie al quale personaggi provenienti da paesi lontani, con storie diverse alle spalle, riescono a capirsi e a comprendersi l’un l’altro. Ma non è solo questo ciò che li accomuna. Infatti, oltre a condividere le stesse difficoltà linguistiche, i vari personaggi devono fare i conti con una condizione malinconica: la solitudine. Molte delle tante figure di cui il racconto è costellato sono o si sentono profondamente sole, perché hanno visto andare in frantumi, talvolta irrimediabilmente, i legami con le persone a loro più care, ritrovandosi trascurate o abbandonate. Ed è forse la solitudine la vera antagonista in questo racconto, una solitudine che colpisce in modo subdolo ma fatale, eppure è attraverso questa condizione che ciascuno riesce a scorgere le sofferenze e l’umanità dell’altro, indipendentemente da lingua e nazionalità. Ed è dalla comprensione dell’altro che nascono nuovi e inaspettati legami tra le varie persone. Come il rapporto di solidarietà e amicizia che si instaura tra Sayuri e un camionista solitario suo vicino di casa, il quale le chiederà di leggere ad alta voce per lui, essendo incapace di farlo.

 

Nel racconto, fungono da filo conduttore i richiami al sole, specialmente nelle sue due fasi più spettacolari e simboliche, ovvero l’alba e il tramonto. È in queste occasioni che si riesce a vedere il colore arancione, di cui si tingono i raggi. Questa tonalità, associata al sorgere e al calare del disco solare, diventa il simbolo allo stesso tempo di un nuovo inizio e di una ineluttabile fine. Sono significati contrapposti, ma uniti incarnano la ciclicità che caratterizza le vite dei personaggi, dove a un nuovo inizio segue una fine e poi ancora un altro inizio, così come all’alba segue il tramonto, seguito a sua volta dal nuovo sorgere del sole e così via. Fondamentale, in questo contesto di ciclicità, è anche il ruolo della maternità, rappresentata dalle stesse Sayuri e Salima – ma anche dall’italiana Paola – nelle sue diverse fasi, e grazie alla quale si concretizza il perpetuarsi della vita.

Ma la luce arancione del sole crea inevitabilmente delle ombre. E non a caso anche l’immagine dell’ombra è una costante all’interno del romanzo, in particolar modo durante i semplici ma toccanti monologhi interiori di Salima, come se l’ombra fosse una sua confidente. In fondo, a pensarci bene, tutte le figure che compaiono nel libro si ritrovano in tante città e paesi diversi, sono archetipi di persone che incontriamo ogni giorno nella nostra quotidianità, ma a cui non prestiamo attenzione perché scivolano sotto i nostri occhi come ombre: silenziose e invisibili, ma inarrestabili. Proprio come Salima.

«Sono l’unica che non si arrende, l’unica che non si arrende quando tutti gli altri si arrendono, l’unica che non si arrenderà neanche quando tutti vi sarete arresi.»

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