Tratto dall’omonimo manga di Fujimoto Tatsuki e prodotto dallo studio MAPPA, questo film è molto di più di un sequel della prima stagione dell’anime, ma uno spunto di riflessione sul significato intrinseco della parola amore.
“Tutti vogliono il cuore di motosega,
ma nessuno vuole il cuore di Denji”
Uscito nelle sale italiane lo scorso ottobre, Chainsaw man: la storia di Reze ha superato i 100 milioni di dollari di incassi globali, andando a sfidare il film Demon Slayer: Il castello dell’infinito in quanto a popolarità e apprezzamento da parte degli spettatori. Parte di questo successo è dovuto al lavoro magistrale della casa di produzione MAPPA, ma anche all’incredibile talento dell’autore Fujimoto Tatsuki e del regista Yoshihara Tatsuya che sono riusciti a proporre un connubio perfetto tra narrazione e scene d’azione. Il film, infatti, parte con un ritmo lento rispetto a quello a cui si è abituati nell’anime. Tuttavia, è proprio quella parte narrativa, che unisce ironia e profondità come solo Fujimoto sa fare, che permette di apprezzare l’opera nel suo complesso, andando a rafforzare le scene d’azione nella sua parte finale.
Il film ha inizio con Denji, protagonista della storia, che vive insieme ad Aki e Power, componenti della Squadra Speciale che dà la caccia ai Demoni sulla Terra. Un giorno, come ricompensa per gli ultimi lavori svolti, viene invitato ad un appuntamento da Makima, il suo capo e la donna che ama più di ogni altra cosa, anche più di sé stesso. Denji, infatti, non è altro che un ragazzo che non sa definire i propri sentimenti, tanto che arriva a chiedere alla stessa Makima se lui abbia davvero un cuore. L’unica certezza che ha è che la ama, ma ancora non è in grado di comprendere il significato di quell’espressione poiché incapace di distinguere tra vero o falso. Makima lo sa bene e sfrutta la sua ingenuità per tenerlo al guinzaglio e controllarlo, ma il suo non si può certamente definire amore; è solo desiderio di possessione.
I sentimenti di Denji cambiano quando conosce Reze, una ragazza all’apparenza normale che mostra interesse nei suoi confronti. In quello stesso momento il ragazzo entra in crisi nei confronti di ciò che prova per Makima, perché ammette che è solito innamorarsi delle ragazze a cui sa di piacere. Ciò mette in luce il fatto che Denji non ama realmente Makima, ma è convinto di farlo, come se fosse normale e automatico. Pertanto, il pensiero che questo possa cambiare lo spaventa, ma non lo ferma dal volersi avvicinare alla ragazza appena conosciuta.
La storia che nasce tra lui e Reze è una normalissima relazione tra due adolescenti, ma è proprio per questo che è così dolce e speciale. Nessuno dei due, per motivi diversi, ha potuto vivere una normale adolescenza, ma insieme provano a farlo. Con il passare del tempo entrambi maturano e tentano di capire quello che provano l’uno per l’altra. Denji crede di essersi innamorato di lei ma, quando Reze gli chiede di scappare insieme, non è pronto ad abbandonare la quotidianità che aveva finalmente ottenuto.
A questo punto dell’opera, Fujimoto offre un importante spunto di riflessione, citando la Favola di Esopo: topo di campagna e topo di città. Reze chiede a Denji se preferisse essere un topo di campagna, che sceglie di non abbandonare la sua vita modesta ma sicura, o se volesse essere un topo di città, che vive tanto nel lusso quanto nel pericolo di essere scoperto e cacciato via. Questa è molto di più di una storia di due topolini: è una metafora potente che aiuta lo spettatore a inquadrare meglio i personaggi, le loro personalità e la loro visione dell’amore. Denji è un topo di città, Reze un topo di campagna; per questo non possono stare insieme. Nel momento in cui la ragazza ottiene la sua risposta si rassegna a tale scenario e si entra così nel vivo del film attraverso un plot twist inaspettato che porterà Denji ad affrontare la cruda realtà e ad uno scontro violento con Reze.
Lo scontro sanguinoso tra i due viene animato in maniera spettacolare e fluida, grazie all’egregio lavoro del comparto tecnico; il tutto viene arricchito dalle colonne sonore che donano profondità e sentimento alle lunghe scene d’azione. Al termine della battaglia Denji spiazza il pubblico con la sua sincerità disarmante e sceglie di dare un’ultima possibilità alla ragazza.
A maturare, però, non è solo il protagonista. Anche Reze prende finalmente coscienza di quello che prova nei confronti di Denji e per lui intraprende la strada del pericolo, sceglie di essere un topo di città.
Denji, così, trova finalmente una ragazza che vuole il suo cuore e non quello del demone che custodisce dentro di sé. Il finale che ci propone Fujimoto, tuttavia, spezza questo velo di flebile speranza che si era creato: il ragazzo infatti non scoprirà mai quali siano i veri sentimenti di Reze per lui.
Attraverso questo film anche il pubblico compie un viaggio introspettivo, esplorando la profondità dei propri sentimenti insieme ai personaggi della storia. Lo spettatore riflette sul significato dell’amore attraverso Reze e Makima, le quali rappresentano due modi di amare agli antipodi. La prima vuole essere libera insieme a Denji e, anche se nessuno dei due sa qual è il significato della parola “amare”, entrambi maturano dei sentimenti sinceri l’uno per l’altra e sono disposti a sacrificarsi per il bene reciproco. Makima, d’altro canto, non pensa ai sentimenti che il ragazzo prova per lei; lo accontenta solo per tenerlo al guinzaglio. Il suo è un amore che intrappola ed è riflesso di possessione.
La morale che si può trarre da questa bellissima opera è che per amare qualcuno, bisogna prima amare sé stessi ed essere consci dei propri sentimenti; tutti abbiamo un cuore, è solo necessario trovare una persona che lo voglia davvero e che sia disposta a scendere in profondità pur di trovarlo.


