La pratica del goshuin

Se di recente avete viaggiato in Giappone visitando templi e santuari, la scena che segue vi sembrerà forse familiare: turisti – soprattutto locali – che, ordinatamente in fila nei pressi della biglietteria o del negozio di souvenir, attendono pazientemente di consegnare al monaco quello che sembra essere un libretto piuttosto spesso.

(fig.1 – persone in fila al ご朱印所, dal sito japanhoppers.com)

Se vi siete chiesti di cosa si trattasse, ma non avete mai avuto l’occasione per scoprirlo, allora siete nel posto giusto! Quello che il monaco, con elegante maestria e velocità, scrive sulle pagine di ogni libretto consegnato è infatti un goshuin 御朱印 (dove go- è il prefisso onorifico e shuin significa letteralmente “sigillo rosso”): si tratta di una rappresentazione unica e personale del tempio che la realizza, e nella quale calligrafia e stampa coesistono. Ciò ne rende quasi impossibile una corretta traduzione in italiano, non trattandosi né di un sigillo né di un francobollo e neanche di un semplice timbro.

Dove raccogliere i goshuin: il goshuinchō

La pratica del goshuin ha origine nel periodo Edo (1603-1868), quando i fedeli che offrivano al tempio un sutra copiato a loro cura (in giapponese shakyō 写経, lett. “copiare i sutra”) ricevevano in cambio un foglio con apposto un timbro rosso. Il libretto usato per collezionarli era chiamato nōkyōchō 納経帳 (nōkyō sono le offerte al tempio, sotto forma di denaro o di sutra), mentre oggi è più comunemente chiamato goshuinchō 御朱印帳.

In entrambi i casi si tratta di uno orihon 折本 (un libro pieghevole, più propriamente a fisarmonica), formato cartaceo un tempo adibito alla copia di manoscritti e scritture buddiste corredate di immagini; i goshuinchō attuali sono composti da una ventina di pagine piuttosto spesse, che impediscono all’inchiostro di penetrare. Il retro è in ogni caso lasciato bianco.

(Fig.2 un goshuinchō aperto, dal sito https://syukatsulabo.jp/article/2237)

(Fig. 3 un goshuinchō aperto, da http://scarlet-seals.clover-and-rainbow.com/backside-snb/)

Sebbene fosse in origine una peculiarità dei soli templi buddisti, questa usanza si è gradualmente estesa anche ad alcuni jinja (santuari shintoisti - specialmente i più noti, come il Meiji Jingū di Tōkyō o lo Heian Jingū di Kyōto): molti suggeriscono quindi di usare due goshuinchō diversi per evitare di confondere i due culti. Una volta limitata ai più devoti pellegrini, è soltanto dal 2010 che questa pratica ha iniziato a riscuotere il successo odierno, tanto da diventare per alcuni collezionisti una vera e propria mania (pare che https://auctions.yahoo.co.jp/ sia tra i siti più indicati per andare a caccia di goshuinchō completi, sia antichi che moderni); se non mancano le pubblicazioni sull’argomento (basta dare un’occhiata ad Amazon.jp per avere un’idea del numero di libri usciti finora), e anche su facebook pagine gestite da appassionati non hanno tardato a fare la propria comparsa. Così, mentre in Giappone è stato perfino coniato il termine goshuin garu ご朱印ガール per indicare le ragazze che li collezionano freneticamente, l’interesse per questo hobby si è diffuso anche fra i turisti stranieri: per questi ultimi è forse più grande la soddisfazione di riportare a casa un souvenir prezioso e particolare, che sarà piacevole sfogliare anche ad anni di distanza dal viaggio.

(Fig. 4 e fig. 5, da Goshuin de meguru zenkoku no jinja, “Alla scoperta dei jinja in Giappone attraverso i goshuin”, da Amazon.jp)

Se anche voi desiderate avere un goshuinchō personale, non dovete fare altro che sbirciare nel negozio di souvenir del tempio o recarvi direttamente presso il goshuinshoご朱印所, luogo dove il monaco prende in consegna i libretti dei visitatori per realizzare su ognuno il goshuin; il prezzo per il goshuinchō varia dai 1000 ai 2000 ¥. Molti templi ne vendono un modello personalizzato: il mio ha la copertina in tessuto, sulla quale sono ricamati la pagoda del Murōji di Nara (dove l’ho acquistato) e un cespuglio di rododendri, pianta per la cui fioritura il tempio è molto famoso. Su alcuni può essere anche applicata una specie di etichetta, su cui viene scritto il proprio nome al momento dell’acquisto.

(fig. 6, copertina del mio goshuinchō)

(fig. 7, copertina goshuinchō tratta da https://www.goshuincho.com)

Se, invece, preferite iniziare la vostra avventura già provvisti di goshuinchō e vi trovate a Kyōto, potete trovarne di belli e ricercati nei tanti negozi di souvenir che infestano Shijō Kawaramachi e Gion; ultimamente si possono acquistare anche nei reparti cartoleria di piccoli e grandi negozi (non ultimi Tokyu Hands e Loft) o da e-commerce specializzati: su goshuincho.com ne sono in vendita alcuni di Hello Kitty o Rilakkuma, prova che il “kawaii” nipponico non manca di far sentire la sua presenza anche in questo caso, dando origine a una interessante mescolanza di sacro e profano.

(fig. 8 Rilakkuma goshuinchō, da goshuincho.com )

Ma il web non si limita a questo: degni di nota sono anche il sito gosyuinbito.com, che, insieme ad altre community simili, raccoglie immagini di goshuin e di goshuinchō da tutto il Giappone, e le app per android e apple.

Il goshuin

Appurato che per alcuni si tratti di una semplice moda o di sfrenato collezionismo, non dobbiamo dimenticare che per molti altri l’usanza continua a rivestire un valore religioso e spirituale a tutti gli effetti.

Andiamo dunque a vedere nella pratica che cosa è un goshuin: adesso che avete fra le mani il vostro goshuinchō, dovrete seguire l’insegna che indica il goshuinsho, o in altri casi ilnōkyōjo 納経所 (nei santuari shintoisti lo juyojo 授与所 o lo shamusho 社務所); il prezzo per riceverlo varia dai 200 ai 500¥, ma in generale ha quasi dappertutto un costo di 300¥: vi consiglio di presentarvi con il denaro contante, per velocizzare l’operazione in caso di lunghe file (cosa che può capitare al Kiyomizudera durante la stagione dei momiji) e di porgere il goshuinchō già aperto alla pagina desiderata. È buona educazione chiedere “goshuin wo onegaishimasu” e ringraziare con un bel “arigatō gozaimasu, itadakimasu” quando lo ricevete indietro. Ci saranno casi in cui il goshuin sarà eseguito sul momento e voi non dovrete fare altro che aspettare pazientemente, e altri in cui vi sarà consegnato un numerino che dovrete restituire per il ritiro al termine della visita. Potrà inoltre capitarvi di ricevere uno harigami, ovvero un foglietto già pronto che poi sarà vostro compito incollare sulla pagina adeguata (questa soluzione vi verrà in soccorso nel caso in cui abbiate scordato il goshuinchō, ma se volete rispettare l’ordine di visita - nel caso in cui visitiate più di un tempio in uno stesso giorno - ricordate al monaco del santuario successivo che dovrà realizzare la calligrafia nello spazio adiacente a quello dove intendete applicare lo harigami ancora “svolazzante”).

Alcuni templi minori non dispongono di un goshuin, mentre quelli della scuola Jōdo Shinshū (come lo Higashi e il Nishi Honganji di Kyōto) non ricorrono a questa pratica. Sembra inoltre - ma non posso confermarlo per esperienza personale – che alcuni templi acconsentano di apporlo soltanto per quei fedeli che indossano la tipica tenuta del pellegrino. A questo proposito, in alcuni templi noterete che vengono proposti più modelli di goshuin: alcuni sono infatti legati a determinati pellegrinaggi, oppure a due o più diverse divinità che vengono venerate nello stesso tempio.

Per evitare che l’inchiostro fresco possa macchiare le pagine successive, il monaco applicherà sopra la calligrafia un leggero foglio di carta assorbente, talvolta completamente bianco o in altri casi con una spiegazione sulla storia del tempio o sul significato del goshuin stesso (se c’è, ve la daranno in inglese, come al Ryōanji).

Il mio preferito è quello dello Eikandō, che riporta un disegno della statua più importante ivi conservata, ovvero quella del Mikaeri butsu.

Se poi state visitando il Giappone in stagioni particolari, come l’autunno o la primavera, sarete deliziati da graziosi goshuin in edizione limitata.

Veniamo adesso al significato di tutti gli elementi che compongono ungoshuin, prendendo in prestito questa immagine dal sito gosyuin-meguri.com:

In alto a destra (1) compare sempre la scritta hōhai 奉拝 (prega con rispetto), talvolta accompagnata da un sigillo rosso (7) che indica il sangō o, se si tratta di un tempio sul circuito di un determinato pellegrinaggio, l’ordine secondo il quale andrebbe visitato. In basso a destra (6) troviamo la data della visita - l’anno scritto rigorosamente secondo il calendario giapponese; il timbro rosso in basso a sinistra (5) non è altro che il sigillo ufficiale del tempio, mentre la calligrafia sovrastante (4) ne riporta a sua volta il nome e talvolta il modo in cui è più comunemente conosciuto (il Saihōji è anche chiamato Kokedera, per esempio). Al centro della calligrafia (2) viene scritto il nome di una divinità venerata presso il tempio o della statua buddista ivi conservata, oppure soltanto il nome della sala dove quest’ultima si trova, o ancora una frase che ne racchiuda l’insegnamento. Dietro (3) è in alcuni casi presente un timbro rappresentante la lettera sanscrita che in origine indicava tale divinità.

Diversa è la struttura del goshuin per quando riguarda ijinja: in alto a destra è sempre presente la scritta hōhai, mentre al centro, sopra il timbro ufficiale, viene scritto il nome del santuario; la data della visita è spostata a sinistra e talvolta, in alto e centrati, possono comparire dei motivi ( shinmon 神紋) che si legano alla funzione del jinja (per esempio nel goshuin del Meiji Jingū, dedicato all’imperatore Meiji, compare il crisantemo, simbolo della famiglia imperiale); sulla destra, in rosso, possono essere indicate altre informazioni, come la data di fondazione, a discrezione del jinja stesso.

Malgrado la popolarità raggiunta da questa pratica, divenuta una moda a tutti gli effetti, è bene quindi non dimenticare che è anche tramite il goshuin che si possono esprimere la propria fede e la propria spiritualità. Per queste ragioni, che ci crediate o meno, ricordatevi sempre di mostrare il dovuto rispetto quando ne ricevete uno, poiché, come ci tengono a precisare molti siti, non si limitano a essere un dono del monaco, ma della divinità stessa.

Cosa aspettate ad acquistarne uno per il prossimo viaggio?

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