Japanese Heels – L’estate di M.me Red: birra ghiacciata ovvero Murakami alla spina

Pensieri, parole, visioni, fragili come i più sottili e slanciati dei tacchi a spillo. Una rubrica firmata M.me Red.

Un’altra estate è arrivata. Accessoriata comme il faut: sole accecante, temperature da fornace in piena attività, afa soffocante. E nella mente di M.me Red un unico pensiero. Lo stesso che la fa da padrone nella mente di Murakami Haruki durante una delle sue maratone (almeno stando a quello che lui stesso ci racconta ne L’arte del correre): una birra, datemi una birra. Ghiacciata. Refrigerante.

E mentre arrotoli sulla lingua quelle due liquide sillabe (BIR-RA) ti sembra di sentirla gorgogliare felice nel bicchiere, e rinfrescare le tue papille. Euforia spumeggiante alla spina.

Sa, signor Okada, alla fine di una giornata, una bella birra ghiacciata non si rifiuta. Certi pignoli sostengono che la birra troppo fredda non è buona, ma io non sono affatto d'accordo. La prima birra dev'essere tanto gelata da non sentire neanche che gusto ha. La seconda in effetti è meglio che lo sia un po' meno. La prima però a me piace fredda come il ghiaccio. Da far male alle tempie. Ma questa è solo una mia preferenza personale, s'intende. (Murakami Haruki, L’uccello che girava le viti del mondo)

Già. Perché birra ghiacciata fa rima con Giappone. Nel corso del XX secolo infatti ha rapidamente e progressivamente guadagnato terreno fra le bevande alcoliche più amate dagli abitanti dell’arcipelago, superando i tradizionali shōchū e nihonshū, d’estate gustati preferibilmente on the rocks (in particolare il primo) e freddissimi.

Il primo Braumeister giapponese fu Seibei Nakagawa: dopo avere appreso la tecnica della fermentazione e quindi produzione della birra in Germania, diresse lo stabilimento aperto nel 1876 a Sapporo, da cui nel giro di pochi anni sarebbe nata la Sapporo Fakutorī サッポロファクトリー, tutt’oggi uno dei principali produttori del biondo nettare del Sol Levante. Una curiosità: lo stabilimento utilizzava malti e luppoli prodotti in loco, e la scelta di Sapporo, in Hokkaidō, per la sede fu dovuta a ragioni... climatiche. Il progetto iniziale prevedeva infatti di stabilire la produzione a Aoyama (Tokyo), ma il clima della capitale si rivelò ben presto del tutto inadatto alla coltivazione della materia prima.

  

Poster pubblicitari – anni 1912-39

Finii le noccioline, poi bevvi un’altra birra, la terza. Dopodiché non sapevo più cosa fare della mia vita. (Murakami Haruki, Nel segno della pecora)

Ovviamente a questo primo stabilimento ne seguirono molti altri, per cui se volete emulare Murakami e moltiplicare le birre ghiacciate avete altre opzioni oltre alla Sapporo: Asahi, Yebisu, Kirin, Suntory. Dagli stabilimenti di queste cinque compagnie esce a oggi circa il 95% della birra prodotta nel paese, mentre alle piccole produzioni artigianali rimane il restante 5% del mercato.

 

E non sempre saranno avvenenti fanciulle a proporvela...

  

In anni più recenti inoltre un notevole sviluppo ha visto il mercato delle birre light, low o free alcohol. Il Giappone ha una sorta di ossessione per il basso apporto calorico e la gamma di prodotti low-fat/sugar/alcohol/ecc... che potete trovare sugli scaffali dei supermercati è da capogiro. E anche il packaging e i testimonial sono cambiati: non più colori ambrati e caldi, non più ammiccanti modern girl o femme fatale, non più oni o lottatori di sumo, bensì colori brillanti, in combinazioni spesso di carattere stagionale, e star (maschili) del cinema internazionale.

E se la birra vi piace davvero ghiacciata, potete provare la frozen beer foam, ‘inventata’ e lanciata sul mercato dalla Kirin nel 2012: una vera e propria schiuma frozen da aggiungere come topping alla vostra birra alla spina, da gustare come un sorbetto e in grado di mantenere la bevanda perfettamente gelata per almeno mezz’ora. Anche nella canicola di agosto! Il produttore garantisce che non altera né annacqua il luppolato nettare...

Midori scese giù e ritornò sul terrazzo con due grandi cuscini, quattro lattine di birra e una chitarra. Prima cominciammo a bere, guardando il fumo nero che si sollevava denso, poi Midori si mise a cantare una canzone accompagnandosi con la chitarra. Chiesi a Midori se questo non avrebbe provocato l’indignazione del vicinato. Assistere all’incendio delle case dei vicini bevendo birra e cantando non mi sembrava la cosa più giusta da fare. (Mirakami Haruki, Norwegian wood – Tokyo Blues)

Insomma, M.me Red non vi augura un incendio da guardare dalla terrazza, ma solo una bella birra Asahi fresca sotto le stelle. Anche in lattina, e afferrata al volo da una vending machine, se trascorrete l’estate in Giappone!

 

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